Tenera è la notte, Cap. IX: Milan-Belini 2-1

14 Febbraio 2016

Che poi questa cosa di svegliarsi presto per il Milan l’abbiamo sempre fatta. Mi ricordo tipo al liceo. Dal lunedì al sabato per presentarti in modo più o meno accettabile alla prima ora di latino o di matematica ti svegliavi alle 7. Colazione, motorino, attraversare San Siro (inteso come quartiere) con la pioggia, la nebbia o il sole, i cancelli del Vittorio Veneto, la campanella, la prima ora. Il sonno. E la domenica, invece di dormire, uguale. Che poi non per nulla resuscitavi di colpo dopo essere crollato dalla stanchezza mentre il treno stava per rientrare in stazione, buttato in qualche angolo di uno scompartimento – quando andava bene, sennò direttamente corridoio – che eri piccolo e i posti si lasciavano a quelli grandi (un privilegio di cui qualche anno dopo avrei goduto in abbondanza, per fortuna). I treni regionali sfasciati, con la puzza di ammoniaca quando ci salivi, le scritte di quelli che ci erano passati prima di te, il cesso fuori uso dopo mezz’ora, la Gazza che passava mentre scorrevano le città, le mani che arrotolavano, chiudevano, facevano filtri e accendevano, accendevano, come eterne pire che illuminavano le gallerie. Alla fine ti presentavi prima in Garibaldi e anni dopo a Sesto e capivi subito dalle facce se il clima era quello della gita o se era una giornata da sciarpa sulla faccia e cappuccio calato bene, anche se noi di Fossa eravamo sempre precisi, eleganti, stile e rabbia, le tute non erano roba per noi. Gli sbirri nervosi che ti guardavano, il controllore che controllava, il tipo del bar che pronti via faceva come se piovesse caffè e amari anche se erano le otto del mattino. La coda per ritirare il biglietto se non eri passato in sede il giovedì, che un anno quello per Ancona me l’aveva trovato al volo Pedro e grazie a lui posso dire di aver visto l’ultimo gol in carriera del Cigno. Grazie Pedro, grazie, grazie. E poi quella gente incredibile che c’era. Il Suora. Dejan, il Mostro di Varese, Rambo. Ma voi ve li ricordate?

Come quella volta che siamo andati a Bologna e sono venuti a prendermi sotto casa, che eravamo in formazione tipo (Colo-Zabrak-Zacca-Cri-Mirko credo anche Volo boh, non se lo ricorda manco lui) e appena entrati in macchina mi hanno passato questa canna buonissima perfetta aerodinamica di ganja che mi ha portato la temperatura corporea immediatamente sotto lo zero. Insomma arriviamo in Centrale, non ci avevano fatto lo Speciale, brutti ultras che non siete altro. Non c’è problema, saliamo tutti su un Pendolino: un migliaio di cristiani che si ammassano nei corridoi della prima fra le gente terrorizzata, che poi perché, che siamo così bravi ragazzi, signora. Tutti che se la ridono e se la scherzano “Ahahaha e adesso fateci sloggiare stronzi”. Tutti allegri tranne uno: io, che ero preso malissimo in piena crisi idrofobica e dicevo fa-te-mi-scen-de-re-da-que-sto-cazzo-di-tre-no.

Poi mi è passata. Ci hanno fatto lo Speciale per Bologna e mi sa che è stata la stessa volta di quando abbiamo fatto il consueto fuoriscorta per andare a prenderci le pizze e abbiamo beccato Gianni Morandi, lui proprio lui uno su mille ce la fa. Rideva, anche se in realtà un po’ si cagava. Ma questa è un’altra storia.

Insomma, svegliarsi per il Milan non è che sia proprio una novità. Però quando anni dopo, cioè domenica scorsa, ho spento la sveglia circa un’ora prima del solito perché c’era Milan-Genoa, ecco, il nome di nostro Signore invano qualche volta l’ho nominato. Fortuna che appena il tempo di sedersi e Carlito Bacca ha piazzato la mina, adagiando la partita verso i tre punti. Ora, ieri me lo sono guardato bene. Ragazzi, Bacca, oltre a buttarla dentro, praticamente non sa fare altro. Se esce dall’area avversaria, quasi sempre sbaglia l’appoggio, non salta l’uomo manco a pagarlo, tenere alta la squadra manco a parlarne. Ma per il resto è un’iraddiddio. Cioè sapesse fare bene anche il resto ce l’avrebbero portato via di già. Finalmente un 9 che fa il 9. Carlos stai lì nell’area, non ti muovere, tranquillo che un paio di palle decenti da buttare dentro prima o poi ti arrivano. Che una puoi ciccarla (come ahimè con l’Udinese), ma l’altra la butti dentro matematica. 

Insomma, facciamo tipo la squadra seria che le partite da vincere le vince (l’avessimo fatto anche nel resto della stagione, sai dove saremmo adesso), aiuta anche Perin che si addormenta su un tiro da mille metri del Giappo e ci consegna infiocchettati i tre punti.

Almeno così dovrebbe essere. Invece una follia di Capitan De Sciglio (sedetevi. Compensate. Respirate bene. Sì, De Sciglio capitano) in pratica permette al Genoa più scarso dai tempi di Kazu Miura di tirare in porta per la prima volta in 92 minuti. Ovviamente segna Cerci, che finché stava da noi non la buttava dentro manco con la fionda. Il terrore attanaglia il folto pubblico rossonero, che come sempre gremisce entusiasta gli spalti di S.Siro (ventimila, ad essere generosi).

Invece finisce, e la prima cosa che notano tutti è Miha che vuole entrare in campo per tirare un destro a Balo, che sull’unica ripartenza del Genoa si è bellamente messo a pascolare per il centrocampo invece di garrotare il portatore di palla. Alla fine non è che cambi molto: siamo sempre lì. Sesto posto. Abbiamo rosicchiato qualcosa alle Merde, teniamo a distanza quelli sotto. Non siamo belli, ma siamo tignosi, fastidiosi, casciavit. Gente che deve farsi il culo perché sa che deve sudare per ogni misero punto. Qualcosa che sta lì in mezzo fra un nuovo concetto d’identità e l’accettazione dei propri limiti.

Non è molto, ma è già qualcosa per non pensare che sia un altro anno inutile. Ti lascia un po’ di voglia, di vediamo come va a finire. Di scoprire dove porta questo treno.

Che tanto di treni ne abbiamo presi così tanti, che non ce li ricordiamo manco più tutti.

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