Songs of Faith and Devotion, cap. VII – Milan-Sampdoria

Il mio cantante preferito, il mio Simon Le Bon, il mio Ciccio Bombo dei Take That, il mio Sfera Ebbasta è Tom Waits. E uno dice, hai quasi cinquantanni, grazie, che devi ascoltare, Benji & Fede? No, no: io è da quando ho tipo venti anni e qualcosa, un giorno ho deciso che sarebbe stato lui forever and ever e così è stato. Fa chic, maledetto, piace alla donna, che vuoi di più.
Insomma, c’è questa canzone del vecchio Tom che è perfetta, si chiama ‘Martha’, dove un lui chiama una lei che non vede da anni e con cui ha vissuto un amore travolgente in gioventù.
Me la cantavo fra me e me mentre avevo gli occhi a cuoricino e vedevo Zlatan scaldarsi a bordo campo. Mi sono immaginato il Milan, inteso come entità maieutica, hegeliana diciamo, che gli telefona, dopo tanto tempo: ‘Driiin..Zlatan, sei tu? Ciao.. come stai, come ti sono andate le cose in questi dieci anni?’
‘Bene Milan, Zlatan vinto mille campionati in Francia, ma non mi divertivo a prendere a schiaffi difensori in posti strani come Arles e Bordeaux, che c’è solo vino, mica calcio. Poi andato in America, ma loro chiamano soccer. Ma come stanno i ragazzi? Clarence, Sandro e Pippo? E Paolo? Ho letto che è tornato a casa. E tu vecchio Milan, dopo quello scudetto chissà quante soddisfazioni..’ ‘Non esattamente. Ecco Zlatan, di questo volevo parlarti, eravamo giovani e avventati, ma perché non ci riproviamo..’
Ed eccolo lì, in mezzo all’area in attesa di un passaggio che non sarebbe mai arrivato, oppure che alzava il pollice per ringraziare dopo l’ennesimo cross surreale di Suso, mentre lo stadio vomitava bile per la frustrazione. Praticamente, una grande rockstar tornata per il suo ultimo tour. Solo, rimane poco di quella sala che sapeva incendiare con i suoi assoli. Gli amplificatori che non vanno, le tende scucite, i cavi che si scollegano, le assi del palco mezzo sollevate. Non c’è manco un Nocerino, da trasformare in eroe, che Krunic riesce a sprecare di piattone una palla al bacio che era solo da buttare dentro. Nemmeno uno scemo come Robinho, che fra mille cazzate magari una giusta ne indovinava, niente. Ibra si guarda attorno e vede il deserto, questi mezzi giocatori che anni ci portiamo dietro come un fardello, come un cugino scemo che incontri solo a Natale, gente che non vale un quarto di quello che rappresenta e che San Siro palesemente non sopporta più, crocefiggendoli di un martirio di fischi meritato fino all’ultimo chiodo.
Chi te l’ha fatto fare Ibra, te ne stavi in villeggiatura in California, invece sei salito su questa scialuppa che sbanda, due vittorie in casa in tutto il girone d’andata, qui non vinciamo da fine Ottobre, meno di dieci gol segnati a San Siro, il nostro primo marcatore è un terzino e ha fatto quattro gol, con la Doria il migliore in campo è stato il nostro portiere.
Volevi segnare sotto la curva e lo volevamo pure più di te, frustrati, avvelenati, incattiviti da questo immenso coito interrotto, da questa stagione maledetta per cui presto inizieremo a fare il conto alla rovescia perché Giugno arrivi presto, perché per l’ennesima volta cambi tutto con il rischio che non cambi niente. Ci sarai ancora? Dirai ciao e grazie, anche basta?
Comunque è stato bello vederti. Eravamo in 65mila ad aspettarti, senza sapere bene che ci saremmo trovati, come vecchi amici che si incontrano dopo tanto tempo, acciaccati, con il proprio bagaglio di delusioni e gioie.
Beh Zlatan, lascatelo dire, sei invecchiato molto ma molto meglio di noi.
Inteso come Ac Milan 1899, ovviamente. Che io personalmente sono uno splendido (ultra) quarantenne, sia chiaro.

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