Songs of Faith and Devotion – Cap. VI: Milan-Sassuolo

Quando siamo entrati con lussuoso anticipo (un quarto d’ora) e ci hanno elargito la sciarpa celebrativa dei 120 anni ho subito pensato a quante sciarpe della Fossa avrei potuto comprare in oltre due decenni di militanza attiva. Considerando quanto sono quotate oggi su eBay, probabilmente potrei togliermi lo sfizio di comprare un esterno capace di mettere una palla in mezzo e regalarlo al Milan come dono di compleanno per i suoi 120 anni (sto ovviamente scherzando, quel che ho lo tengo gelosamente custodito nel caveau della principesca dimora che mi sono meritato con i diritti d’autore del libro Giorni da Milan, chiuso a tre mandate insieme agli Schifano e Mimmo Rotella).

Invece no, da metà anni 90 in poi ho aderito con gioia – devo ammetterlo – alla tendenza che voleva ormai superato l’ultras anni 80, con la sciarpa al collo di quelle bianche con i bordi rossoneri e il nome stampato sopra in nero, ricordo ancora – e mi mangio le mani – quando appena 14enne ho dato via la mia ‘HATELEY’  (non dite nulla per favore) per una in raso bianca della Fossa Lariana, comunque molto bellina.

Insomma addio all’abbigliamento quel che capita, a favore dell’immagine casualista. Quindi vestirsi un attimo a modo, pioggia di Stone Island, Burberry, Aquascutum, North Face preferibilmente camice, sennò va bene polo, soprattutto zero ma zero ma zero colori per non farsi riconoscere, nemmeno materiale del gruppo, con l’effetto che più che dei pericolosi ultras sembrava di vedere degli studenti di un dottorato. In trasferta palpabile imbarazzo quando partiva la sciarpata e nessuno aveva niente da tirare su. Invece Domenica eravamo lì in sessantamila con le braccia alzate, che una sciarpata collettiva così non me la ricordavo dai tempi dello scudo di Sacchi.

Eravamo lì con le mani su come a spingere i nostri verso la porta avversaria, come dei Pulcini timidi al loro primo allenamento. Che poi per andare verso la porta ci sono andati eccome, niente da dire, solo che non la buttiamo dentro mai e poi mai. Perché spiace dirlo, ma la qualità è questa. Vai a Torino, giochi meglio dei gobbi, quelli mettono dentro Dybala e perdi. Noi finalmente giochiamo bene, siamo corti, stretti organizzati, Piatek è nel gioco e non uno che passa da lì per caso, abbiamo due terzini che stantuffano come dei pornodivi fatti di Viagra, creiamo cinque-sei palle gol pulite, nessuno che la abbia la sagacia di fiocinarla, macché. Zero. La mandiamo fuori da qualsiasi posizione, Bennacer addirittura salta il portiere e si addormenta, Leao prende tutti i pali del creato, Paqueta la sbanana che invece che brasiliano sembra nato in Uruguay, intesa come fermata della metro rossa fra Lampugnano e Bonola. Niente, ci mangiamo le mani, questa roba qua siamo. Arriverà qualcuno a cambiare il girone di ritorno? Uno capace di fare la differenza come Deloufeu tre anni fa? Vedremo.

Il compleanno lo speravamo un po’ diverso, capita. Di questi 120 anni, 46 li abbiamo passati assieme. Penso di aver detto ‘Milan’ ancora prima di ‘mamma’ ed è stato strano da bambino scoprire che esistevano anche altre squadre, altro che l’esistenza di Babbo Natale. Cioè c’era già il Milan, ma com’era possibile tifare per le altre?

Non ho ancora trovato una risposta.

Auguri Cuore Mio.

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