Songs of faith and devotion, cap. V. Milan-Lazzie

Domenica sera mi sono alzato dal mio seggiolino e ho guardato negli occhi i miei sventurati compagni di ventura. Non c’erano parole adatte per esprimere il misto di imbarazzo e sconforto che albergava nel mio giovane cuore. Sei sconfitte su undici partite, tre su sei in casa (!). Ormai la parte più bella nel venire allo stadio è quell’oretta abbondante che passiamo PRIMA al baretto a bere le birette, perché DOPO, quando entriamo, la sensazione è quella che hai quando vai dal commercialista senza sapere cosa ti possa succedere.

Dicevo che ai miei boys non saprei che dire, ma ad altri sì. Tipo.

Duarte. Ora, niente di personale, ma c’era bisogno di andare fino a Rio per prendersi un centrale brasiliano? Cioè in Italia, in Europa non si poteva trovare di meglio alla stessa cifra? Ma davvero? Ma tenersi allora Zapatone- e mi sto sputando allo specchio nel dirlo? Prima Immobile lo lascia lì come una statuina del Presepe, poi respinge in modo che più goffo non si può praticamente aprendo l’autostrada al 1-2 della Lazio. Ma perché?

Calabria. Ma che ti è successo? Cioè io giuro, quando la gente inizia a fischiare un giocatore a prescindere a me spiace, perché deve essere davvero la morte che scende nel cuore. Bene, che non fosse esattamente un fenomeno ce ne eravamo resi conto da mo’. Però speravamo in una modestia accettabile, un po’ come Abate. Invece crollo verticale da Settembre ad oggi, una sequela di puttanate che lo rendono francamente impresentabile. Pare però abbia una sorella che spopola su IG.

Rebic. Pareva troppo bello che qualcuno si pigliasse quel pacco di Andre’ Silva come se nulla fosse. Leggo di barricate alzate a Francoforte quando hanno saputo che l’avevano dato via. Boh, forse aveva lasciato dei conti aperti nei locali della ridente città crucca, perché per mandare fuori un cross al bacio che meritava solo di essere buttato dentro e sbagliare tutto lo sbagliabile bastava et avanzava un Bertolacci qualsiasi.

Paquetà. Ieri ho avuto ad un certo punto un terribile deja vù. Sarà stato il 2009, ero per lavoro allo Stadio Olimpico di Torino durante noiosissimo Juve -Udinese. Tutti i gobbi, notoriamente molto al di sotto dei normodotati, esaltavano tale Diego, brasiliano tutto fumo, giochini, colpi di tacco e poco altro. Ma non è che anche noi ci siamo presi lo stesso abbaglio, abituati come siamo ad anni di miserie? Sta di fatto che finché Lucas sta in campo, almeno numericamente contrastiamo la Lazie. Poi buonanotte ai suonatori.

Leao. Entra lui e usciamo noi. Consegniamo le chiavi del centrocampo alla Lazie, che pianta le tende fino all’inevitabile cazzata nostra. Lui nel frattempo pascola con la gioia di vivere di chi è stato chiamato all’ultimo a fare il quinto a calcetto. Quanto vorrei che nello spogliatoio si fosse materializzato lo spirito di Zlatan per appenderlo al muro, quanto.

Piatek– L’anno scorso se sputava la metteva nel sette. Oggi sportella, mena, si batte, ma non ne piglia una che sia una. E’ così disperato da esultare sparacchiando per gol che si vedeva pure dal bar del terzo Anello che era un autorete. Il punto è che improvvisamente iniziamo ad avere un dubbio amletico: ma non è che sia scarso? Eppure io me lo ricordo il gol a Bergamo, il secondo con il Napoli in Coppa Italia, quello a Roma. Niente, adesso se tira in porta una volta è già cara grazia. Per caso abbiamo un altro 9 in rosa? Macché.

Ci sarebbe da dire pure sui piedi tombinati di Kessiè, sulla moviola umana di Biglia (per cui stravedevo, che dolore immenso), sulla mattonella di Suso, su Calha che adesso sembra dare segni di vita ma aspettiamo ad illuderci, sul povero Andreino Conti che mai si saprà se tornerà ad essere un giocatore degno di tal nome (sorvoliamo si Caldara) e sicuramente ne dimentico qualcuno.

Con questi, e con gli altri che ogni tanto qualche minimo spiraglio di luce lo lasciano intravedere, dobbiamo arrivare alla termine della Notte. Buona fortuna Milan. Buona fortuna a tutti noi, che ne abbiamo davvero bisogno.

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