Songs of Faith and Devotion – cap. IV: Milan-Lecce

Quando la sfiga diventa leggenda, forse è l’ora di fare merenda. Non so dove l’ho letto, forse su qualche flyer di un concerto ai tempi belli dell’università qualche milione di neuroni fa, quando si partiva ancora da Garibaldi, si giocava alle 15 e c’era pure Oh Florin Raducioiu sai perché tu non segnavi mai.

Domenica sera invece più che merenda ho fatto aperitivo, cena e after, tutto a base di alcol e pizzette a quadretti che piacciono tanto al mio amico Colo, che a questo punto passerò direttamente da San Siro alla Betty Ford Clinic come i divi di Hollywood con il fegato sfasciato. Solo il mio non me lo sono giocato non ai bordi di una piscina con qualche biondina minorenne strafatta di coca come in ‘Boogie Nights’, ma al baretto, cercando conforto nell’ennesima pinta distillata dall’Andreone e dalla sua crew.

Cioè, perché tanta sfiga? Che abbiamo fatto per meritarcelo, che siamo brave persone e non esseri schifosi immondi come i gobbi e le bave? Non è bastata la migliore partita dall’inizio del campionato, non che ci volesse granché, ne convengo. Non è bastato il miglior Calha di sempre, non che ci volesse granché, ne convengo. Non è bastato avere finalmente avere un terzino come Theone che fa quel che dovrebbe fare un terzino, cioè spingere e non stare arroccato lì che superare la metà campo è peccato. Non che ci volesse granché pure per questo, ne convengo.

No, macché. Prima teniamo in vita una squadra veramente mediocre come il Lecce evitando di buttare dentro una sequela piuttosto nutrita di occasioni. Poi direttamente gli regaliamo il pareggio, con una follia di Andrea Conti, bravo ragazzo eh, però diciamo che la sua strada verso la Gloria è ancora piuttosto lunga.

Finché abbondantemente oltre al 90esimo, perdiamo in modo surreale una palla a centrocampo, che sbananarla rinviandola alla cazzo proprio è vietato. Ovviamente ci mettono il gol della vita, che il tipo ammorberà parenti e amici con il video su YouTube da qua fino alla pensione.

Ora, questo popolo affamato e soprattutto assetato, chiede davvero poco. Certo, sogniamo di tornare a vincere scudi e Coppe, di dominare in Europa e tutte quelle cose belle. Ci sta, pure io sogno che un giorno Margot Robbie si svegli e cerchi il mio numero sulla guida telefonica A-L di Los Angeles (non trovandolo, per altro). Ma nel frattempo ci accontenteremmo anche essere almeno minimante una squadra seria, non un dramma deambulante.

Ma li avete sentiti gli applausi alla fine del Primo Tempo? 50mila che si spellavano le mani per un 1-0 contro il Lecce. Come per dire, ma Dio santo, dateci UNA gioia, almeno UNA, non vedete che ci portate via con pochissimo? Gente che si è vissuta gli anni belli come me e i miei boys, che mi ricordo ancora quando con il Lecce è tornato qua Pietro Paolo e gli abbiamo messo uno striscione di benvenuto che si vedeva dal Secondo Anello che gli scendeva la lacrimuccia. Ma oltre a noi vecchi arnesi tutti questi ragazzi, questi ragazzini che salgono su in Sud. Ma che hanno visto questi innocenti, che già lo scudo di Ibra inizia a risalire a ere geologiche ormai lontane? Settimi, sesti, persino decimi posti. Per forza poi festeggiano la vittoria di Doha come se fosse chissà cosa Questi ragazzi si meritano davvero solo un 2-2 in casa contro il Lecce? Io dico qualcosa, anzi, tanto ma tanto di più.

Non che ci voglia molto, dai.

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