Songs of Faith and Devotion – Cap. II: Milan-Inter 0-2

Non so come vi siate svegliati voi Domenica mattina. Cioè, lo so. Male. Io ho passato svariati infiniti malinconici minuti a fissare il fermo immagine di Suso che sullo 0 a 0, dopo un primo tempo in cui avevamo preso una caterva di schiaffi in faccia, ha pensato bene di gettare al vento un contropiede 4 contro 1, andando a sbattere contro Asamoah. Di lato, Piatek, Leao, Kessiè, tutti in meravigliosa solitudine. Invisibili, evidentemente. Tipo Desaparecidos argentini.
Ora non abbiamo perso per quello, ci mancherebbe. Però, che cazzo. No?

Per il resto non serve nemmeno commentare la miseria di un derby che mi ha ricordato la tragicomica piallata dell’anno scorso i casa coi gobbi. Gente palesemente più forte di te, che è messa meglio in campo, che fa la sua partita senza nemmeno particolare affanno. Patapim patapam, tanto alla fine l’occasione arriva. Gigio ne può parare una, due, tre, possono metterci i pali, le traverse, i cazzi, i mazzi, ma prima o poi la sfiga si presenta e ti punisce, e te lo sei meritato pure, perché di tuo non hai combinato un’emerita fava.

L’anno scorso era stato un derby schizofrenico, perso per la paura con cui eravamo scesi in campo e sciagurato per 60 minuti, però nel secondo tempo c’era stato l’assedio, l’assalto fino alla fine, che ha momenti la salvavamo pure (e con la partita avremmo salvato pure la stagione). Ieri no, il record storico di zero- dico zero- tiri in porta, dovrei scomodare quel genio numismatico di Giuseppe Pastore per ricordare una cosa del genere. Handanovic dalla noia penso si sia visto sull’iPhone una serie su Netflix, gli consiglierei ‘Sunderland ‘Till I Die’.

Purtroppo la distanza rispetto all’anno scorso è drammatica e siderale. Loro hanno risolto le loro contraddizioni spedendo via senza problemi chi rompeva i coglioni, hanno preso un allenatore importante e dalle idee chiare, hanno fatto un mercato funzionale a quell’allenatore e al suo gioco. Noi praticamente l’opposto, e mettici pure che abbiamo perso il giocatore più forte a centrocampo, cioè Baka. Con questo derby credo sia arrivata serenamente al culmine la soglia di accettazione verso gli ultimi scampoli mirabelliani. Rodriguez, Biglia, Calha hanno viaggiato fra l’impalpabile e l’insopportabile e San Siro ha manifestato spesso e volentieri il suo disappunto. Siamo gente semplice. Hai preso della gente nuova? Ma farla giocare? Che ne dici JeanPaul?

Vedremo. Il punto però è un altro. Mi ritrovo a scrivere le stesse cose delle ultime malinconiche stagioni dell’impero decadente di Silvione, quando eravamo poco più di diecimila abbonati. Speriamo che ci vendano, e pure in fretta. Ora, è evidente che Elliott non veda nel milanismo una missione di vita (e perché dovrebbe, del resto), ma un’opportunità di guadagno. Speriamo allora che una volta ripianate sanguinosamente le nostre traversie finanziarie, possa presto metterci un bel cartellino addosso per piazzarci altrove. C’è chi dice che a torta dello stadio nuovo sia troppo ghiotta per andarsene prima, che il progetto sarà a lungo termine. Sarà. Peccato che la pazienza davvero encomiabile del popolo rossonero- anche ieri i nostri si sono spolmonati, hanno fatto una coreografia fantastica, dimostrando un amore incrollabile e indistruttibile- sia pericolosamente al livello di riserva.

Rimangono gli amici, le birrette al baretto, la strada assieme verso il Tempio, le facce che rivedi ogni volta. In tutto questo almeno l’essenza di un milanismo che non ci passerà mai.

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