Rise above, capitolo II. Milan-Gobbi 1-0

Quante volte ti sei innamorato in vita tua? Santa Madonna, quante volte ve l’hanno chiesto eh? Quante volte, beh. Una, due, tre, dieci, cento, mai. Dipende.
Ad esempio, sabato sera traboccavamo di quell’amore adolescenziale che ti fa vedere tutto con gli occhi a cuore. Finalmente. Perché questa è la meraviglia, vecchio Milan mio, a volte la stanchezza e la delusione ha ridotto il nostro rapporto ad una convivenza forzata. CALCIOMa se stiamo insieme ci sarà un perché, anche se è stato difficile scoprirlo in mezzo ad anni di Constant, Emanuelson e mercoledì al cinema invece che in Europa. Però abbiamo tenuto duro, non ci siamo traditi, non ci siamo guardati attorno, non abbiamo preso pause di riflessione. Nessun abbandono del tetto coniugale, San Siro d’inverno e di primavera. Le notti di Coppa Italia con zero gradi e quelle a fine stagione, con il sole che ti carbonizza e l’amaro in bocca per un altro campionato buttato via. Ci bevi una birra sopra, te ne fai un’altra e aspetti ti passi l’incazzatura puntando il giorno in cui si apre la prelazione. E poi a Settembre siamo sempre io e te, vecchio Milan, anzi anche meno. Stadio vuoto, posti deserti. Fino a sabato sera. Perché sabato sera era una serata speciale. Certo, si celebrava Herbert Kilpin. E poi c’era Milan-Juve. herbert kilpin

I gobbi. Diciamocelo. Per troppi anni sono venuti qua pensando che fosse una gita, che fosse normale pascolare vestiti da carcerati in mezzo a noi. Ora non mi riferisco ai gruppi della loro curva, che nel bene e nel male seguono altre logiche. No, mi riferisco agli occasionali. Vieni a casa mia? Perfetto, allora pulisciti le scarpe sul tappetino e vedi di essere educato. Non saltare in piedi, non fare gesti, non sventolare i tuoi colori della merda che qua ci dai fastidio. Ho forse detto che bisogna guardarli male? Lo state dicendo voi amici. Che bisogna farli sentire a disagio fisicamente in mezzo a noi? E’ una vostra libera interpretazione, che non confermo. Che bisogna fargli capire che se ne devono stare zitti e buoni e al massimo battere le manine? Magari. Magari la prossima volta se la vedono da casa alla tv, invece che essere presi a sportellate al cesso, sulle scale o al bar (metaforicamente eh, che avete capito birichini).
Tipo, segnano loro. agnelli san siro
E tu dici: eccoli là. Li vedi che si alzano, Giuve giuve giuve. Ma quando gliel’hanno annullato, beh ci siamo. Il veleno, da parte di tutti. Adesso avete davvero rotto il cazzo. Adesso ve ne state seduti e zitti. E zitti sono stati.

Anche perché in campo lottavamo, sudavamo, non mollavamo un centimetro. Questo Milan operaio inspiegabilmente nei quartieri alti. Questa squadra da Giardino delle Vergini Suicide al contrario, dove invece di ammazzarsi, gli adolescenti diventano dei Super Uomini che volano e sparano bombe come Mazinga Z. Siamo lì che teniamo duro, dietro Paletta e Alessio fanno una diga che non lascia passare nulla, Kuco in mezzo che mena e riparte, anche se non arriviamo molto lontano. Teniamo botta e tutto sommato nel secondo tempo soffriamo poco. E poi, Locatelli.
Ora, nel Gennaio del 1998 non so cosa abbiate fatto voi di importante. Io ad esempio, mi ricordo che sono andato in trasferta a Napoli. Il viaggio infinito in treno senza riscaldamento, i nostri capi che dormivano scaldandosi con lo striscione da trasferta. Arrivi, il San Paolo enorme, vecchio, fatiscente. Pioveva, freddo, umido, come in una puntata di Gomorra. Ganz e Giudaleonardo avevano portato a casa un 1-2 illusorio in un campionato orrendo. polizia-sanpaolo-300x225Chiusi dentro per un’ora mentre i Pulcinellas fuori scatenavano l’inferno. Il mio pensiero andava ai marines nella jungla del Delta del Mekong in Vietnam, che se ne stavano a mollo in una risaia mentre fuori i vietcong facevano bruttissimo. Onestamente, senza scorta, non saremmo tornati a casa vivi.
Ecco, in quel mese di quell’anno del Signore, mentre dalla Curva A ci tiravano le bombe in senso letterale, nasceva Manuel Locatelli. Che sabato sera ha visto uno spazio che si apriva, ha accorciato sul passaggio di Suso, poi come se nulla fosse, come se si trattasse della cosa più semplice del mondo ha sparato un esterno a girare che ha incenerito Buffon. A 18 anni.

Paura e delirio a San Siro. Il delirio è per il gol, la paura arriva adesso, anche se i gobbi il colpo lo sentono eccome e ci mettono un po’ a rimettersi in campo. Poi si passa all’assedio duro, che in fin de conti, reggiamo con dignità. Cinque di recupero. Li contiamo secondo per secondo, e quando sono finiti qualche scemo inizia a fare ‘oooohh’ aspettando il fischio finale. Li vorrei incenerire con l’affare che usavano i Ghostbusters. E infatti, regolare, arriva l’ultima occasione per loro. Khedira piglia la palla sulla trequarti e spara la mina della disperazione.
Da qua in poi si passa direttamente in modalità slow motion. L’ho visto e rivisto già decine e decine di volte, come la rovesciata di Pelè in Fuga per la Vittoria. Gigio parte, letteralmente vola, la leva dal sette, la manda in angolo. Ma come cazzo ha fatto. Tutto San Siro fa ‘uuuuuuuhhhhhhh’. Un suono greve che irradia onde attraverso l’asfalto fino a Piazza del Duomo. Fischio finale. Ci credi? Abbiamo vinto. donnarumma vola
Gigio si rialza, viene sommerso dai compagni, poi si gira verso la nostra gente e bacia la maglia. Ha 17 anni.

Lo so, lo sappiamo tutti. Non vinceremo lo scudetto, ovvio. Non siamo ancora grandi, ce ne rendiamo conto e non ci illudiamo. Ma abbiamo il cuore lieve, ne avevamo bisogno, ce la meritavamo una sera come questa.
Perché di cosa è fatto l’amore? Di incoscienza, di istinto, di un’eterna gioventù che rinasce ogni giorno. Come se i 17, i 18 anni non passassero mai.

 

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