Non succede, ma non succede

(di Federico Dask)

Non succede, ma non succede.

La frase che sono abituato a pronunciare all’infinito, come un mantra, mentre mi incammino verso San Siro prima delle partite di una certa importanza – quest’anno viene facile riportare la mente a Bologna e Udinese ma anche più recentemente alla Fiorentina – è che sono già mentalmente pronto a incazzarmi. Forse un modo scaramantico per rendere meno opprimente l’ansia e far respirare le coronarie. O in senso più stretto: un metodo paraculo per auto-indurmi ad addolcire la pillola qualora l’infausta predizione dovesse trovare riscontro nei fatti.

Domenica no. Anzi, mentre compievo sforzi biblici per ignorare – come un cavallo col paraocchi – la quantità insopportabile di bergamaschi che cercavano in tutti i modi di farci perdere le staffe sul percorso per il Tempio, nella mente non avevo un singolo dubbio che i ragazzi l’avrebbero portata a casa. E non perché fossi diventato d’un tratto un inguaribile ottimista. Semplicemente, il mio cervello non era in grado di processare una sconfitta arrivati a questo punto. Era proprio tipo ERROR 404 sul computer. Scordatelo, io in quella valle oscura non ci metto piede neanche per ipotesi.

E invece pensavo a quanti giorni sono dall’ultima volta che sono andato a letto senza pensare ai due centrali di difesa diffidati e senza svegliarmi lanciandomi sul telefono per assicurarmi che l’Inter non ci avesse preso un paio di punti di soppiatto nella notte. Ho immaginato quanto debba essere stato difficile per i miei cari sopportarmi durante queste lunghe settimane di stupenda Via Crucis e quanto lo sarà ancor di più in quella a venire. E sì, qualche volta mi sono anche chiesto se non fossimo pazzi noi che viviamo la passione per lo sport in questa maniera. Così mi è venuto in mente un monologo stupendo di un film iconico come “Febbre a 90” dove Colin Firth si domandava se il calcio non avesse significato troppo nella sua vita e che qui vi cito:

“Sono andato a vedere troppe partite, ho speso troppi soldi, mi sono incazzato per l’Arsenal quando avrei dovuto incazzarmi per altre cose, ho preteso troppo dalla gente che amo… Okay, va bene tutto! Ma… non lo so, forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. Come fai a capire quando mancano tre minuti alla fine e stai due a uno in una semifinale e ti guardi intorno e vedi tutte quelle facce, migliaia di facce stravolte, tirate per la paura, la speranza, la tensione, tutti completamente persi senza nient’altro nella testa… E poi il fischio dell’arbitro e tutti che impazziscono e in quei minuti che seguono tu sei al centro del mondo, e il fatto che per te è così importante, che il casino che hai fatto è stato un momento cruciale in tutto questo rende la cosa speciale, perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori, e se tu non ci fossi stato a chi fregherebbe niente del calcio?”

Prima che Leao segnasse un gol degno del miglior George Weah, e che Theo scartasse Bergamo alta e pure bassa mandandoci – con un biglietto di sola andata – in estasi mistica tipo Fantozzi con i semi di lino della nonna, eravamo tutti aggrappati ai seggiolini a urlare e a incazzarci come se da ciò dipendessero le nostre esistenze. E come darci torto: ve la immaginate un’estate intera con quelli là che ci cantano “Pioli is on fire” in faccia? Solo pensarci ora mi ha fatto venire un brivido algido lungo tutta la schiena e mi ha ravvivato la voglia di affittare un eremo da qualche parte sulle vette del Karakorum dove finire i miei giorni in caso di avvenuta disgrazia.

E invece no, siamo a un punto dal sogno e il mio cervello continua a rifiutare l’idea di scivolare proprio ora. Spero (e credo) che i nostri ragazzi siano riusciti a comprendere il significato di varcare quell’ultimo gradino quando hanno salito le scale del tunnel per il riscaldamento e si sono trovati davanti a una delle versioni migliori di San Siro che io riesca a ricordare nei miei ventisei anni di presenza. Credo lo abbia capito Stefano Pioli quando si è trovato ai piedi uno stadio dove ha allenato gente come Rocco, Sacchi, Capello e Ancelotti. E infine credo lo abbia capito la mia ragazza – che a differenza della protagonista del film sopracitato allo stadio ci è tornata religiosamente ogni domenica – quando nel pre-partita mi ha visto in lacrime, caduto sotto i colpi del traguardo tanto vicino da poterlo toccare, di San Siro che forse un giorno non tanto lontano non ci sarà più, di Cochi e Renato e lo skyline della nostra Milano a fare capolino da sopra al secondo arancio, di mio nonno che mi ha fatto tifoso del Milan e chissà se l’avrà vista da lassù, di tutti questi anni orribilmente mediocri dove ci siamo attaccati a ogni minima gioia come tossici in astinenza e ora guarda dove siamo. Un peso troppo grande per tenerselo dentro. La partita di domenica è stata l’ennesima celebrazione di un amore insostenibile e irrazionale che abbiamo la fortuna di poter condividere con tanti altri pazzi dentro ai cui occhi rivediamo il nostro stesso fuoco. “E cosa c’è di tanto sbagliato in fondo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi.”

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