Non è un infarto. Ora

(di Federico Dask)
Giravo per il piazzale di San Siro a fine partita e mi sembrava che tutti d’improvviso fossero divenuti più belli, come se splendessero di luce propria. Si tenevano per mano, danzando in cerchio davanti all’arcobaleno. I baracchini servivano solo filetti di Chianina e dai dragoni verdi sgorgava soave un frizzantissimo Krug Millesimato. Mi sono sentito come Lino Banfi dopo che aveva vinto alla schedina: “Non è infarto, è tredici”. Perchè il gol tardivo di Leao – il secondo lampo consecutivo dopo quello capitolino di Sandrino – ha un valore che non potrebbe quantificare neanche la NASA. La mera statistica dirà che vale esattamente 3 punti, ma quanto conta dal punto di vista mentale trovarsi ancora a sbrogliare quelle partitacce dove, minuto dopo minuto, si cominciano a figurare – come miraggi nel deserto – gli spettri della poca lucidità, della frustrazione e di tutte quelle paturnie tipiche di chi sa di aver poco tempo a disposizione e tutto da perdere?
 
Nel prepartita Tommaso Paradiso in radio cercava di tirarmi su il morale suggerendo di “Non avere paura” ma senza grandi risultati. Le facce sugli spalti erano quelle tipiche di chi non aveva dormito molto da Radu in poi. Diciamocelo: non ce lo aspettavamo di essere nuovamente #padronidelnostrodestino arrivati a questo punto e l’occasione era troppo ghiotta per viverla serenamente. La partita di domenica poi si è impegnata particolarmente nel favorire la nostra tachicardia: in campo, un Milan arrembante e un po’ pasticcione che ha sprecato moltissimo e rischiato il giusto (sul colpo di testa di Cabral che al rallentatore si allungava sopra alla testa di Maignan mi sono sentito come quando attraversi la strada a Londra senza guardare dalla parte giusta e un bus a due piani ti sfiora la punta del naso e ti cambia il colore delle mutande). Sugli spalti, uno stadio veramente da pelle d’oca che a tratti sembrava potesse scendere a spingere direttamente quella maledetta palla in porta.
 
E poi quel gol che finalmente è arrivato. Brutto, sporco e cattivo come con la Lazio, di quelli che ti fanno schizzare il cervello fuori dagli occhi per quanto urli. E tutta la tensione accumulata si è sciolta in un’estasi collettiva tipo Kumbh Mela, con visioni mistiche di ogni tipo tra cui San Giuseppe sulla traversa e Kevin Constant sulla fascia sinistra al posto di Theo. Nel mentre il sudore per l’ansia snervante si è mischiato con lacrime di vera gioia. E questo dice tanto di quanto abbiamo aspettato questi giorni che una volta erano quanto meno probabili se non addirittura abitudine. Che bello, Madonna che bello che è stato.
 
Ora non resta che attendere un’altra settimana di passione per vedere che ne sarà del nostro sogno. Quel che è certo è che le scene poco edificanti viste ad altre latitudini di tifosi che contestano una squadra che si è giocata lo scudetto quasi fino alla fine, qua non le vedranno mai. Da quando ci è stato permesso di tornare a farlo, questa squadra ha sempre avuto un intero popolo alle spalle. Gli stessi che a fine partita si sono guardati in faccia, stravolti, e hanno riconosciuto lo stesso fuoco sacro uno negli occhi dell’altro. Mi permetto di parafrasare un altro ComunqueMilanista, il Conte Fiele che una volta scrisse: “Il derby sono le nostre mestruazioni”. Ecco, da qui alla fine ogni partita la vivremo così, perció famigliari, amici, fidanzate/i: fatevene una ragione e NO, non è solo un maledetto gioco. Abbracciamoci amici in rosso e nero. Siamo ancora qui, sotto a chi tocca.

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