L’INCROCIO DI SAN SIRO: 2×01 – A NEW HOPE

(di Federico Dask)

Ma che bello. Che bello essere tornati a casa, amici dal cuore a tinte rosse e nere ora con anche un po’ di tricolore a spezzarne le trame. 70K a metà Agosto a San Siro oltretutto credo non si vedessero (a memoria) dai tempi del Craiova, un’altra afosa serata di mezza estate dove ci si appropinquava al Tempio con la sicumera tipica di chi non vedeva l’ora di assistere al taglio del nastro di qualcosa di nuovamente grandioso dopo anni straziantemente mediocri. Sul proseguo, tralasciamo.Quest’anno avevamo invece passato un buon paio di mesi di pausa sportiva con le mani sulle orecchie tipo Ronaldo sotto la Nord, e come biasimarci. Eppure ieri – una volta arrivati al Baretto – veniva spontaneo domandarsi cosa rappresentasse per il Milan e i suoi tifosi questo nuovo inizio di stagione dopo i (quanto meno) sorprendenti bagordi primaverili: andiamo per la seconda stella? Puntiamo a passare il girone di Champions e fare un saltino in avanti in Europa? Ci avranno abituati troppo bene e ora ricompriamo Cerci? Siamo favoriti o ancora un gradino sotto alla concorrenza cittadina? Ma avremo fatto il mercato giusto? Oh come si pronuncia De Ketelaere? E Origi? E la difesa a 3 con Kjaer? Kalulu terzino? Krunic portiere all’occorrenza? Insomma, tutta una sequela di elucubrazioni per le quali sotto i soliti alberi accanto al Cancello 1 si era riunito una sorta di Concilio di Trento in salsa casciavit che – tra una media schiumosa e l’altra – ha sentenziato in coro che non se ne aveva idea alcuna ma che bello esserci, CHE-BEL-LO!

Una volta entrati, San Siro regalava quel solito clima tipico delle prime di campionato: faceva un caldaccio malefico, c’era tutta la gente abbonata che, religiosamente, tornava al posto di sempre e salutava i vicini e ci si raccontava delle vacanze, le bandiere della Sud accoccolate sulle transenne a farsi trasportare dal (poco) vento. L’aria di casa nei polmoni, la vita che torna a prendere senso. Ho già detto che bello? Non ci fosse stata così tanta gente sarebbe sembrato un classico Trofeo Berlusconi coi bianconeri sbagliati in campo e molti meno gobbi (nonchè di merda) in tribuna. L’entusiasmo collettivo era talmente evidente che alcuni nomi alle formazioni sono stati accolti con ovazioni tipo elezione del Papa dopo il Conclave. Mancava solo la carta igienica in campo tipo Cilindro de Avellaneda.

Sembrava tutto apparecchiato per passare una bella serata. E invece senza neanche accorgersene eravamo sotto. Il gol di Becao al Milan ormai non lo bancava più neanche la SNAI, ma dopo novanta secondi è davvero sadico. Ciononostante, lo stadio ha continuato a rombare come si trattasse di un tralasciabile incidente di passaggio. E infatti è arrivato un bel uno-due a ristabilire le calma in maniera tanto immediata quanto attesa. Ma l’Udinese è squadra sorniona, che ama trascinare gli avversari con se nella palude del calcio muscolare e tignoso. Ne nasce un primo tempo nervosetto, dove sì controlliamo il gioco, ma rischiamo anche di imbarcare con un due-contro-uno gestito come peggio non si poteva da un Deulofeu ammaliato dal prode Pierino Kalulu che sembra un po’ come quei bambini che a sette anni si tuffano in capriola dal molo e tu a malapena riesci a guardare sotto senza tenere le mani sulla ringhiera. Ma come fa a essere così spregiudicatamente sicuro di se? Degna conclusione della prima frazione: una dormita collettiva, grande baluardo del calcio d’Agosto a cui ci hanno abituato le nostre difese da tempi non sospetti, e pari acciuffato per i capelli dai Furlàn.

Quindici minuti dove lo stadio sembrava non voler mugugnare neanche troppo e all’improvviso – senza neanche aver ben capito come – un Brahim Diaz in versione inizio stagione ha pressato a fondo che più a fondo non si poteva confezionando i due gol che hanno, di fatto, chiuso la pratica. Da quel momento in poi la partita è diventata a tutti gli effetti una passerella per i nuovi acquisti, in particolare ogni volta che De Ketelaere toccava la palla dentro San Siro si alzava il voltaggio come nella notte del KaPaRo col Napoli dove tutti volevano solo vedere Pato prendersi la Scala del calcio e portarla in volo sulla Luna come il Piccolo Principe. Il nostro nuovo viso d’angelo l’aveva anche messa e invece no, urlo strozzato. Per questa volta. Chissà che non stia aspettando il derby come un altro faccino angelico di qualche anno fa.

Parte la Ola e si canta “Ho visto un grande Milan” come a Sassuolo. Dentro San Siro “non è Rio De Janeiro ma c’è un clima fantastico” (Cit.) mentre inesorabilmente si avvicinano i minuti di recupero che sono sei e vorresti che questa bella festa non finisse mai. Invece l’arbitro ha fischiato e la squadra si è presa il primo abbraccio dell’anno dentro il nostro stadio, sotto il nostro cielo.

Uscendo verso il Baretto stavolta qualche risposta in più ce l’avevamo in tasca: ovviamente solo il futuro saprà dirci se Italia sarà di nuovo Milan, mutuando un noto condottiero slavo. Quello di cui siamo però stati tutti fortunati testimoni, in questo ennesimo primo capitolo della nostra lunga e gloriosa storia, è l’assoluta consapevolezza – sia di chi stava in campo, sia di chi gremiva gli spalti più belli del mondo – di essere una squadra forte, che puó agilmente rimettere nei binari anche quelle partite che una volta l’avrebbero messa in forte crisi.

Con tutti i pregi, i difetti e i dubbi che ancora aleggiano sul mercato e su questa stagione dai ritmi inediti, ieri abbiamo lanciato un messaggio a reti unificate: se volete strapparci lo Scudetto dal petto, dovrete venire a prendervelo all’inferno.

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