Giù, al Porto

(di Federico Dask)

DRIN DRIN….DRIN DRIN….La mia ragazza, alla sua seconda trasferta di Champions in venti giorni di presenza allo stadio, spegne la sveglia delle ore 4.15 con la stessa verve di Dorando Pietri sul rettilineo finale di Londra 1908. Non so cosa meriti più ammirazione dell’amore profondo di chi si alza alle quattro del mattino per seguire la passione di un altro (che in fondo ormai è un po’ anche la sua). Forse solo chi sbuccia la frutta.

Ti alzi e hai giá le farfalle nello stomaco all’idea di esserci ancora: la Champions League, le grandi Signore del calcio europeo. Ma chi se la ricordava più questa bella routine infrasettimanale? Oggi sapevamo che ognuno avrebbe dovuto portare il suo mattoncino: chi con la corsa, chi con la testa, chi con la voce, chi mangiandosi una francesinha – la cosa più difficile in natura dopo il tordo intero di Fantozzi – sotto un inaspettato solleone a metá pomeriggio sulle sponde del Douro.

Il volo per Lisbona delle 7.10 seguito da altre tre ore di macchina e siamo al tanto atteso Estadio Do Dragao, un Tempio del calcio lusitano che ci ospitava per la prima volta nella sua nuova veste. La Sud stavolta c’era e la differenza rispetto a Liverpool si è vista eccome. Non si vedevano i colori rossoneri da queste parti dai tempi della testata di Weah a Jorge Costa nel tunnel a fine partita, dopo un 1-1 con un Porto già qualificato che ci lasciava il match point in casa col Rosenborg per chiudere il discorso qualificazione. Come andó a finire lo ricordiamo bene.

Proprio come nell’intervallo di sabato con l’Hellas, le previsioni meteo per la giornata sembravano funeste: nuvole basse e nebbia manco fossimo a Sasso Marconi. Invece la sorte ci ha regalato una gradevole giornata di sole, frizzante e inaspettata come una rimonta propiziata da insoliti protagonisti. Riconosciamolo, al terzo giro di Super Bock si poteva percepire in certo qual entusiasmo sul lungofiume. E qualcuno ha anche deciso di salire su una barca e far sapere che quelli del Milan erano in città. Del resto stasera c’era in ballo tutto quello che poteva esserci in ballo.

E invece noi non abbiamo ballato, ci hanno fatto ballare.

Era un po’ che non uscivamo così ridimensionati da una partita e stasera gli alibi stanno a zero: assenze o mica assenze, VAR o mica VAR. Semplicemente loro lo volevano più di noi e sono abituati a questo tipo di pressione da molto più tempo. Qualcuno ha detto che non abbiamo avuto neanche la dignità di fare a cazzotti e non posso dargli torto. Abbiamo accettato di far guidare gli altri, e corso dietro agli avversari come polli senza testa. E se fosse finita tanto a poco loro non avrebbero rubato niente. Ci siamo sentiti tutti dei piccoli Simon Kjaer: attaccati con le unghie al seggiolino come un fortino da proteggere a ogni fendente lusitano. Ma vi ricordate quanto ci aveva fatto incazzare lo scambio con Caldara? Oggi invece gli concederemmo volentieri la beatitudine, in una serata in cui tutto il resto, ahinoi, frana rovinosamente. E il naufragar c’è dolce in questo mare ricolmo di Porto: tosto da mandare giù tutto d’un sorso, tanto quanto ammettere a se stessi di non essere ancora all’altezza di questi palcoscenici che una volta definivano il nostro DNA.

Questo cambia di una virgola il piacere di esserci stati? Assolutamente no. Questo potrebbe farmi considerare di non andare a Madrid fra un mese? Ma figurarsi. L’unica flebile attenuante che possiamo portarci a casa dalla terra del fado è che da un’umiliazione come questa si possa uscire più consapevoli delle mille insidie che si celano dietro alla competizione più bella al mondo. E, purtroppo per noi, queste notti amare sono fisiologiche nel percorso per tornare grandi. Prendiamo fiato, mandiamo giù e sotto a chi tocca!

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