Cronache del dopobomba 9: Milan-Pescara 4-1

Che poi noi alla fine pigliamo per il culo le nostre sorelleamichefidanzate perché c’hanno il loro Pantheon di filmetti che sanno a memoria e che noi abbiamo sempre sfuggito come la peste (“ma come, non hai MAI visto ‘Dirty Dancing’? ‘Pretty Woman’? Nemmeno ‘Ghost’?! “No.” “Ma sei senza cuore!” “Sì.”) quando in fin dei conti anche noi facciamo lo stesso. Solo, sappiamo a memoria intere sequenze di ‘Febbre a 90’ al posto di ‘Ufficiale e Gentiluomo’. Ad esempio, la scena in cui lui cicciottello teenager gela il padre separato che gli propone qualcosa di diverso dallo stadio (un pazzo). Avete presente? “Noi non supereremo questa fase”. Certo che avete presente.

La mia fase è iniziata il 28 Febbraio del 1982, una Domenica in cui il mio di padre mi aveva portato alle giostre che allora stazionavano fra lo Stadio e quel Palazzetto dello Sport non ancora crollato sotto la neve del 1985 . Un luogo, quel luna park provvisorio, che avrei scoperto poi, comportava gli stessi pericoli che camminare di notte nel Lower East Side di New York negli anni 70. Spacciatori, i cari sani eroinomani anni 80 con i calzini di spugna bicolori e la delinquenza spicciola che arrivava dalle case popolari di Paravia e Montebaldo. Gente seria, con la fame negli occhi e le lame nei giubbotti di jeans. Sta di fatto che, probabilmente esausto di camminare fra calcinculo e taboga, ad un certo punto quell’uomo azzimato, elegante e poco incline alla pazienza che mi ha dato i natali deve aver avuto un’illuminazione: andiamo all’ultimo quarto (trattasi della prassi, abbastanza diffusa comunque per chi abitava in zona, di andare a vedere gli ultimi 15 minuti delle partite a S.Siro approfittando dei cancelli aperti per favorire il deflusso degli spettatori. Una sana abitudine interrotta brutalmente, chissà perché, dopo i fatti di Genova nel 95. Io, per dire, così ho visto Roy del Foggia mettere alle Merde quel gol che gli ha ammazzato la rimonta scudetto del 1993).

Avrà pensato mio padre: già che siamo qua.
Era Milan- Bologna, sfida decisiva per la salvezza. Il Capitano, e Tassotti con la pettinatura Afro. Battistini e Jordan. Ruben Buriani e Novellino, che pure avevano vinto la Stella tre anni prima. Collovati non ancora infame. Le righe larghe e lo sponsor Pooh sulla maglia. Io, ovviamente, ero già milanista per eredità famigliare. Non ricordo nulla della partita, se non Piotti espulso al noventesimo, e l’esultanza collettiva per una sospiratissima, quanto inutile, vittoria finale. Quello che però mi aveva colpito, immediatamente, era la sensazione immensa di tensione collettiva, decine di migliaia di persone che non si conoscevano fra di loro ed allo stesso tempo soffrivano immensamente per lo stesso motivo. Un po’ come quando nei film americani vedi i genitori mentre seguono il saggio di fine anno dei figli e hanno tutti sulla faccia la stessa identica espressione fatta di orgoglio, preoccupazione e chimel’hafattofare.

Mi ricordo che fissavo ammirato quel mondo parallelo, in cui la marea del parterre (ah, il parterre, che spettacolo) bestemmiava, sputatava, applaudiva e fischiava. Gente che chiamava i giocatori per nome di battesimo e li incitava come se fossero degli amici di famiglia, passando dall’insulto alle lodi sperticate nel giro di una manciata di secondi. Che spettacolo. Un bambino di nove anni appena compiuti che teneva lo sguardo fisso là in alto dove la gente cantava e batteva il tempo sui tamburi. Ricordo soprattutto le mani di mio padre sulle spalle e i suoi occhi illuminati: finalmente aveva trovato qualcosa, almeno una cosa, di cui avrebbe parlato con me per tutti gli anni a seguire. *

Quella cosa che domenica scorsa ha compiuto i suoi 113 anni, ed è fondamentalmente il Milan. E mentre mi sedevo nel gelo polare di S.Siro pensavo che quel giorno il Tasso era in campo, mentre adesso sta in panchina, che il povero Aldo Maldera non c’è più e che nel Bologna sgambettava un promettente Roberto Mancini, forse l’uomo che ho insultato di più insieme a Berti e Pagliuca. E che a mio padre sarebbe piaciuto parlare di El Shaarawy, magari dicendo che gli ricorda Hamrin, che aveva visto giocare con Rivera e Prati.
Io il Golden Boy purtroppo me lo sono perso, ma mi sono goduto il Cigno dall’inizio alla fine, così come il Capitano e Giorgione Weah e per questo sorrido senza dire nulla quando vedo Constant abbozzare le diagonali in difesa o Marione Yepes spazzare l’area nemmeno fosse lo Stam del 2005. Ad avercene di Marione. Ma dove è stato nascosto in tutti questi anni?  Faceva il ballerino di milonga a Bogotà prima di rimanere folgorato dal giuoco del calcio?

Ma la partita, dicevamo. Dopo un minuto Nocerino la mette e pensi che sia finalmente il giorno della goleada, quello in cui segna persino Pazzini e anche Robinho la mette da un metro invece di spararla alta. E invece mi tocca stare a soffrire contro il Pescara, che ci concede due-autoreti-due, un record statistico per una partita, che regala pure lo spettacolo imbarazzante di un portiere che si addormenta su un tiro da 30 metri che incoccia il palo, gettando nello sconforto più totale uno stadio che già stava pregustando con tranquillità l’imprescindibile sfida per il sesto posto contro la Roma di settimana prossima. Ma cosa avrà pensato Amelia? Che era fuori? Ottorino Piotti una cazzata così non l’avrebbe mai fatta.

Vinciamo com’è giusto e sensato che sia. Pazzini fa Garrone e regala al Faraone il suo quattordicesimo gol in campionato. Salutiamo il Tempio per il 2012 e nel freddo e nel gelo ce ne torniamo a casa, scendendo le scale che si riempiono di facce, voci, chiacchiere, speranze e bestemmie. Proprio come quel giorno, nel 1982.

* (ricordo anche che mio padre mi disse “mi sa che un giorno finirai in mezzo a quelli”, indicando con la sua mano guantata lo striscione con i due leoni. Chiaramente per lui era una battuta. Ero solo un bambino, figuriamoci. Quello che non poteva sapere è che ci sarei finito eccome, solo quattro anni dopo, a 13 anni. Forse si è pentito di non avermi fatto un giro supplementare nella Casa degli spettri)

5 Comments

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  1. Beh, ti è andata bene. Mio padre alla tenera età di nemmeno 3 anni mi portò a San Siro per la prima volta a vedere uno sconsiderato match tra mista Milan-Inter contro Polonia…

  2. Beh, devo dirvi la verità, papà non contento mi portò anche all’imperdibile amichevole Milan-URSS del 5 febbraio 1984, ma all’epoca avevo già 5 anni e Gerets era il mio idolo (aveva la barba, come mio padre).

  3. Come siete giovani giovani. Debutto nel febbraio 1976, Milan-Bologna 3-1 con doppietta di Egidio Calloni e grande lezione di vita: anche nella sciagura c’è qualcosa di bello

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