Cronache del dopobomba 19 – Goodbye to Roma(nce)

Non è un caso che la mia canzone preferita ever ever sia “1979” degli Smashing Pumpkins, gruppo che per il resto schifo con altezzoso snobismo. Sarà per il titolo che ricorda quell’anno fondamentale in cui il Gianni con la sua R moscia chiedeva alla gente di levarsi dal secondo anello prima del Milan-Bologna della Stella. Sarà soprattutto perché mi ricorda un momento meraviglioso e struggente: quello in cui finisce la scuola.

Avete presente? L’arrivo dell’estate, le ultime interrogazioni, i gavettoni fuori dalla classe, i progetti per le vacanze. Soprattutto i limoni. La sera stavo fuori dal Vittorio Veneto (inteso come Liceo milanese sito nell’onomatopeico quartiere di S.Siro) e mi vedevo la vita che passava davanti e che chiedeva solo di salirci in groppa. Cowboy, serviti il pasto. Ah, che bellezza.

Ecco, l’ultima in casa in campionato dovrebbe essere così.

Di solito, è andata come è andata, vai allo stadio con distaccato interesse, passi delle ore prima e delle ore dopo a bere birra che sa di plastica e saluti gente che sai che per almeno tre mesi non vedrai più. La domanda immancabile e retorica: ma l’anno prossima la rifacciamo la tessera? Ce l’ho da 26 anni, vedi tu.
Soprattutto, inizi a sentire quell’ansia che solo chi ha una seria dipendenza prova, cioè la mancanza del rituale che da fine Agosto a Maggio ti ha accompagnato nel weekend (e spesso anche durante la settimana). Prepararti, uscire di casa, vedere gli amici, salire su, annoiarsi, bestemmiare, gioire (poco), tornare a casa.
Non solo: Gesù, è un inutile anno dispari – niente Europeo, niente Mondiale, manco la Copa America. Niente di niente. Solo la Confederation Cup. Che voglio dire: a cosa serve? Un cazzo. Ce la guarderemo con la disperazione di quelli che vedo attaccarsi alla sigaretta elettrica e si sognano le stecche di Malboro.

Dovremmo stare qua tutti avvolti da questi pensieri autoreferenziali e carichi di spleen adolescenziale, pensando che se Dio vuole, se esiste una giustizia a questo mondo, l’anno prossimo non vedremo più Bonera, Antonini e Robinho. Quando invece la dura realtà ci riporta all’evidenza che questa partita conta, eccome.
La Rrioma è un’altra di quelle squadre che inspiegabilmente ci sta dietro, nonostante abbia gente per cui io farei la firma domani: che ne so, Totti, Osvaldo, Lamela, Pjanic, Destro, la combo dei Marquinho(s). Senza dimenticare il giocatore più sprecato degli ultimi dieci anni, De Rossi, che invece se ne sta a casa sul divano con la Felberbaum (chiamalo scemo). Persino Bradley, cioè dico Bradley, un americano, fa un figurone a centrocampo, tanto che mai l’ho visto saltato da uno dei nostri. Manco fosse Alexi Lalas che suonava ‘Sweet child o’ mine’ nei pub di Padova con le padovane che se lo volevano gangbangare con gli occhi.

E noi scendiamo contro questi qua, che all’andata ci hanno asfaltato con un mortificante 4 a 0 diventato 4 a 2 negli ultimissimi minuti, senza Montolivo e apparecchiati con una maglia che nemmeno dei giostrai il cui stilista ha un retrobottega fra Paolo Sarpi e via Bramante. Voi, voi maledetti adepti del marketing che trasfigurate i nostri amatissimi colori che zio Herbert volle rossoneri con un legittimo bianco necessario per alzare le Coppe, prima o poi annegerete nello Stige guardando in loop dei DVD con tutte le occasoni sprecate da Kluivert nell’anno di (dis)grazia 1997-98.

(Francesco Totti rivolge a Muntari parole di saggezza e buon esempio comportamentale)

Ne esce fuori un bel primo tempo, in cui sostanzialmente non facciamo un cazzo – a dispetto della Rometta, che invece da sempre l’impressione di aver il braccino, di fare tanta accademia, ma poi stringi stringi, di combinare poco. A differenza di quell’immonda partita con il Toro però, se non altro questo è calcio. Modesto eh, soprattutto il nostro, perchè la totale mancanza di uno che abbia idea di cosa fare con il pallone è un difetto mica da ridere. Alle mie spalle il mio fido socio Colo si dispera, bestemmia contro Muntari e dice, ma mettine un altro. Ma metti chi?
La triste verità è che non abbiamo nessuno se non Montolivo – bravo eh, ma mica Rijkaard – che sappia fare gioco. Alla fine, forse per venire incontro alle nostre richieste, il Sulley ci pensa da solo a levarsi dal cazzo, inscenando un teatrino che diciamoci la verità, l’avesse fatto Cassano ne starebbe parlando ancora pure l’Eco di Katmandu. Un pensiero avvolge San Siro: ma quanto sei coglione.
Già sei scarso, almeno stai lì in mezzo a contenere, che già Capitan Ambro davanti alla difesa rispetto a te sembra il Beluga dopo aver mangiato la Citrosodina.
Poi, un altro pensiero: e adesso, in dieci, se femm?

Se il vantaggio numerico aveva ringalluzzito i pulcinellas, che per dieci minuti buoni c’avevano provato a portare a casa i tre punti, la Rometta non ci pensa nemmeno o quasi: se ne sta bella chiusa dietro a parte un bel paio di folate offensive che un minimo ci fanno cagare in mano. Noi cerchiamo di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma poco combiniamo, a parte un bel diagonale di Flamini che in realtà Lobont para senza troppo impegno (ma quanti portieri ha la Roma? Questo credo sia il terzo. Noi già arrivati al secondo siamo in apnea). L’unica cosa interessante è la pantomima giustizialista dei due minuti di stop per gli ululati razzisti dei tifosi della Maggica. Rispetto alla quale tutti si chiedono: E adesso che fa? E se la sospende che succede? Ci danno il 3 a 0 a tavolino, sentenzia uno. E allora facciamoli noi! Sogghigna l’altro. Eh, ma poi se ne accorgono e non vale, chiosa il coro. Ma no, niente 3 a 0, sospendono la partita. Fino a quando? E poi si rigioca? Da che minuto? Facciamo chiarezza compagni studenti compagni lavoratori, non disperdiamoci nel movimento.

Insomma, diciamo che più che essere indignati in quanto civili cittadini (ma un po’ sì dai, che cazzo. Non si fa. Brutti!), eravamo curiosi su cosa sarebbe davvero successo in case of. Tanto nessun rischio Signora mia, si riprende, i romanelli là sopra continuano a bubuare ogni tanto, ma si fa finta che non siano dei “bububububu” cattivi e razzisti e incivili, ma degli uuuuhhhh come per dire “uuuuuuuhhhh, ma che figa che è appena passata, ma l’hai vista?”. Che voglio dire, è tutto un altro film.

Il nostro di film è arrivato intanto quasi ai titoli di coda. Ad un certo punto Constant fa una diagonale da paura su Lamela, quello si rialza e poi cade come se l’avessero sparato da un palazzo di fronte a Dallas. Totti ad un metro manco protesta, l’impressione dall’alto è che un cicinìn si sia buttato. Qualcuno invece dirà poi che era rigore sacrosanto. Sta di fatto che appena uscito dallo stadio vengo flagellato su Wassup dal mio caro amico viola Federico, a cui dico, sfruttando privatamente il mezzo: ti voglio bene, tanto, se il concetto di amicizia è che potresti chiamarmi nel cuore della notte perchè hai una gomma a terra e sei sotto una tormenta di neve, tranquillo, chiamami pure, che corro, fratello mio. Ma stalkami ancora un’altra volta per una decisione arbitrale e ti ficco un cric in testa.

(Balotelli rivolge a Totti parole di saggezza e buon esempio comportamentale)

Il Pupone si fa espellere per una gomitata a Mexes, e un po’ lo giustifichi, sia perchè una gomitata gliela tireresti anche tu (ma non per ieri, siamo sinceri, visto che è stato fra i migliori in campo), un po’ perchè Totti ci sta che faccia una cazzata e si faccia cacciare inutilmente. Fa parte del rituale, come tutto il resto.
Di colpo l’arbitro con la sindrome “No al razzismo, ma al massimo per due minuti” fischia la fine. E uno dice. Eh, adesso sono cazzi. Dobbiamo vincere per forza. Cioè fermi tutti. A Siena? Contro la penultima in classifica, già retrocessa?
E QUESTA sarebbe un’impresa? Ohmmioddio.

Nel dubbio però, cercate di rimettere in piedi Montolivo, anche con lo scotch, grazie. Io e Volo stacchiamo le pezze, salutiamo Keks e il Dra (il mio commercialista), aspettiamo Colo e via.
Scendiamo le scale. E adesso almeno fino all’ultima di Agosto niente?
Cioè, è davvero TUTTO finito?
Qua ci vuole qualcosa di forte.

Shakedown 1979
Cool kids never have the time
On a live wire right up off the street
You and I should meet

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