Big Takeover, cap. II. Milan-Udin 2-1

Non vorrei passare per il pensionato che dà da mangiare ai piccioni seduto sulla panchina dei giardinetti di Piazzale Brescia, però Signora mia, non ci sono più gli striscioni di una volta. Non mi riferisco a quelli in Curva – ma cosa andate a pensare, birichini che non siete altro – ma a quelli che non appartenevano né ad un Milan Club né a qualche sotto gruppo della Sud di un tempo. Tipo Marco e Nico, che mi risulta ancora attaccato a San Siro da qualche parte e che negli anni ha alimentato infinite leggende metropolitane, inclusa quella che in decenni più intolleranti di questo, due innamorati del Milan e di sé medesimi avessero voluto gridare al mondo un plateale coming out (non ci sarebbe nulla di male ma non era così. Anche se come storytelling era intrigante).

Ma che dire di pezze storiche come Cirrosi Epatica, Piranha, le leggendarie Fazzupole Rossonere, con la bandiera di Samantha Fox in mezzo, e soprattutto Siamo Belli come il Sole. Non ho mai capito chi fossero, so solo che hanno accompagnato tutto il primo decennio berlusconiano e poi ad un tratto come Kaiser Soze sono scomparsi nel nulla, un po’ come la surreale Brigata Banzai di giapponesi che a metà anni 90 beccavamo sempre in trasferta, tutti sorridenti in mezzo a gente con cui non sarebbe stata cosa saggia discutere manco per un parcheggio all’Esselunga.

Ecco, più che belli, ieri eravamo letteralmente arrostiti da un sole che ha trasformato il Secondo Verde in una specie di immenso lettino abbronzate, tanto che a metà del secondo tempo si è levato un applauso quando una nuvola pietosa ha offerto un po’ di ombra. In realtà stavamo friggendo per una partita che avremmo dovuto agevolmente portare a casa con un con un rotondo 3 a 0 e invece – per motivi inspiegabili – si è trascinata fino al 95’ con uno striminzito gol di vantaggio.

Come con il Cagliari dice qualcuno. Macché amici miei, finalmente è sembrato di vedere qualcosa (anzi, più di qualcosa) associabile ad un’idea di calcio diversa, che per forza di cose abbiamo seppellito nella nostra memoria a lungo termine come le scimmie primordiali all’inizio di Odissea 2001. C’è stato un istante preciso in cui ho avuto questa sensazione, ed è stato quando all’inizio di una ripartenza la palla è finita a Mister Biglia (già sono pazzo di lui), che invece di aprire sulla sua sinistra verso i nostri che si stavano lanciando come puledri nella steppa, si è fermato, ha alzato la testa, ha preso il tempo e ha lanciato a destra, praticamente aprendo in due la difesa dell’Udinese. Tutto San Siro ha fatto un ‘oooooohh’ di meraviglia, come quando da bambini ti fanno il trick di rubarti il naso.

Povere stelle, scusateci: è che non siamo più abituati a vedere gente che ragiona calcio, che pensa calcio, che non ha paura di farsi dare il pallone o cerca di liberarsene come se fosse una bomba con la miccia scoppiettante. Gente che in campo guarda gli altri come per dire ‘dai qua, che ci penso io’ e ci pensa davvero, senza buttarla via. Miracolo a Milano.

Per questo ci stropicciavamo gli occhi quando Calha cercava sempre e comunque il passaggio verticale e la profondità, quando Capitan Bonucci – pazzesco – faceva aperture di 50-60 metri palla al piede, invece che offrire la replica dello schema che abbiamo visto da  anni a questa parte, cioè: palla al centrale, che la passa all’altro centrale (di solito Zapata), che la dà all’esterno che la ridà al centro. Repeat again.  Il tutto moltiplicato per 90 minuti. Cinque maledette stagioni così, rendetevi conto.

Come una massa di adolescenti ad un concerto di Luis Miguel negli anni 80, simultaneamente mezzo stadio bruciava di cotte fulminanti, rivivendo amori impossibili. Qualcuno in Calha rivedeva l’anarchia destrutturata del Genio, chi nella furia di Kessiè una citazione della cajenna black power di Marcellone Desailly, chi – e qui citerò con piacere l’amico e vecchio guerriero Lele Battaglia – nelle movenze di Kalinic ritrovava l’essenza sparviera di Pietro Paolo Virdis.

Lo so, a leggere tutto questo sembra che sia stata una festa. E invece no, tocca dirlo serenamente. Suicidio a parte di Romagnoli, che però capita e il generoso popolo rossonero ha perdonato a tempo record, abbiamo faticato tanto, davvero troppo, non l’abbiamo chiusa e quel che è peggio, in difesa spesso abbiamo ballato contro un attacco guidato da nientemeno che Maxi Lopez, cioè uno che da due anni se ne stava in panca al Toro (con tutto il rispetto, avessi detto il Barca di Guardiola) a sfondarsi di nascosto di McNuggets. Suso messo lì è sembrato depresso e fuori ruolo (forse perché ERA fuori ruolo), Jack vagava senza incidere granché.

Ecco però, all’esercito del surf che là fuori spippola sui tastini per esprimere il proprio disagio e che dopo la figuraccia di Roma pretendeva misure drastiche (che si sa a Settembre peraltro servono a molto) volevo dire che anche noi allo stadio ci siamo accorti di quello che ancora NON va. E non è poco, ahimè.

Però, sarà che siamo inguaribili romantici, abbiamo intravisto il barlume di un qualcosa, di un’idea, come la scia di una cometa di notte in cielo equatoriale.

Manca ancora tanto, tantissimo, ci sarà da lavorare e svoleranno sonore bestemmie, ma tifosi rossoneri tifosi milanisti, invece disperderci nel movimento teniamoci per mano in questi giorni così così.

Forse un giorno potremmo tornare davvero ad essere belli come il Sole.

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