A Love Supreme, ep. XII – Milan-Empoli 3-0

‘Ricordati di santificare le feste’ devo averlo sentito da qualche parte quando andavo all’oratorio di Via Don Gnocchi. Avete presente? Massì, ci siete passati o ci avete parcheggiato mille volte. E’ quella strada iper borghese che porta direttamente dentro a Piazza Axum, o come qualcuno ha deciso saggiamente di ribattezzarla da qualche mese, Piazzale Nereo Rocco. Praticamente giocavamo a calcio a qualche centinaio di metri dallo stadio, e un giorno ho visto passare un mini corteo di Rangers Glasgow che qualche ora più tardi avrebbero affrontato le Merde in una Coppa Uefa datata 1984. Erano francamente brutti e molto poco casual. Mi ricordo che uno di loro, l’ultimo della fila, il più giovane, un ragazzino, portava con una fatica immane una cassa di birre, doveva essere una specie di rito d‘iniziazione. Ad un certo punto è arrivata sfrecciando una BMW (chissà perché mi è rimasta impresso la marca) che ha fatto una specie di testacoda, esibendo a mo’ di sfida una bandiera nerazzurra, accolta con un lancio di bottiglie, a dire il vero troppo corto. Peccato. Nel post partita, se non ricordo male, è successo un bel Vietnam. A quei tempi, Ladies and Gentleman, gli hooligans erano ancora gli hooligans, ma anche a Milano non era cosa saggia venire a fare le gite. Già allora avevo colto come del calcio mi piacesse soprattutto lo spirito di fratellanza fra le compagini avversarie.

Insomma, è venerdì e gioca il Milan. Nel dubbio potrei consultare il mio amico Giuseppe Pastore che sa quante volte Van Basten si è allacciato le scarpe nel Gennaio del 1992, ma così, a naso, mi ricordo soltanto un’altra partita giocata in questo Santo giorno della settimana. Era l’11 Maggio del 2001, faceva caldo e io bestemmiando stavo tornando al volo da lavoro, sfrecciando sulla mia Triumph (allora Trident) perché proprio di venerdì avevano deciso di mettere un derby. Già, quel derby. Il resto beh, è storia.
Tutti ci ricordiamo di Comandini, di Sheva che pialla Frey e di Serginho che incendia le fasce e butta dentro il sesto, ma fidatevi, ovviamente in campo c’erano anche Gennaro e Paolo. Adesso uno sta in tribuna a fare il dirigente, l’altro in panca. Dicessi che la tensione è simile, beh mentirei. Però ecco, l’Empoli. L’ultima volta che sono passati di qua ci hanno rifilato un deprimentissimo 1-2, con gol della bandiera di Johnny Lapadula. Erano due anni fa ma sembrano mille, però sta di fatto che appena partiti sembra di essere saliti sulla macchina del tempo e di ritrovarsi in qualche era oscura-nemmeno troppo lontana-della Depressione Rossonera. Andiamo a due all’ora, mastichiamo un calcio lento e prevedibile, quelli si mettono a fare il compitino, pressandoci e ripartendo. Combiniamo poco e nulla, ci vorrebbe il golletto, ci diciamo io Colo e Mirko lì dove osano le Aquile in alto al Primo Blu. Arriva pure, peccato che sia in fuorigioco per il primo dei mille Var della giornata.

Il folto pubblico sansirese però non la prende male, anzi. Come il cuore di un quindicenne alla prima cotta, siamo tutti in love: per Baka eletto a furor di popolo uno di noi, per la classe evidente di un Parquetà per la verità piuttosto appannato, per la sicurezza di un Capitano finalmente degno della Fascia come Alessio. Dopo anni in cui siamo passati dall’imbarazzo al fastidio, ad una sorta di mortificante tenerezza per chi vestiva la nostra gloriosa Maglia, finalmente abbiamo qualcuno in cui credere, almeno un po’. Peccato che tutto questo si traduca in 45 minuti asfittici in cui non è arrivata una palla che sia una a questa specie di marziano che ci ha liberato dei malumori da andropausa di Gonzalo e si è messo a shottare come un fottuto vietcong in una risaia fuori Saigon.

Poco male, se nel Primo Tempo Piatek non l’ha vista mai, nel Secondo gliene basta una per spararla dentro e stendere i tappeti rossi verso tre santissimi punti. Gran merito va a Calha che mette una palla cronometrata che chiede solo di essere buttata dentro, ma bisogna essere lì per farlo, belli miei. Cristoforo c’è e la timbra, dopo di che, risparisce ancora, ma basta e avanza. Anche perché mentre siamo ancora lì che facciamo pem-pem-pem, Castillejo manda in porta Kessiè. Abituati ahimè a certe sue esecuzioni surreali tremiamo tutti, invece Frankie con la sicumera di chi la sa lunga piazza uno scavino, mette il due a zero e viene sotto di noi a farci il saluto da Soldato tuttodiunpezzo qual è. Piazziamo lo champagne nel ghiaccio e ci godiamo il resto. Ci rilassiamo e iniziano a partire treni di birre (la bellezza di quando sei piazzato esattamente dietro al bar del Primo Anello, amici miei). Il biondino spagnolo meriterebbe pure un golletto per la cajenna che ci ha messo. Tempo di dirlo e arriva il 3-0, che diventerebbe pure 4 se un VAR senza cuore non levasse la gioia dal cuore di un indemoniato Borini. Poco male, bisognava vincere, abbiamo vinto.

Tutti belli, tutti bravi, ma nessuno si offenderà se ne ricordo soprattutto uno: Andrea Conti. E’ arrivato, si è spaccato, rispaccato, non ha mai mollato. L’abbiamo visto sempre insieme agli altri, sempre presente anche quando la strada per il rientro era lunga. Ce l’ha fatta e tutti abbiamo la sensazione che presto, prestissimo sarà una colonna del Milan che verrà domani. Intanto, nel dubbio, ha già piazzato tre assist in una manciata di minuti. E’ rientrato con l’Empoli, proprio 31 anni fa come un altro che aspettavamo come il Messia. Si chiamava Marco Van Basten.
Forza Andrea, il futuro è tuo.

 

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