A Love Supreme, cap. VIII: Milan-Toro

C’è questa scena di The Football Factory che per me dice tutto. In pratica, Rod, il miglior amico del protagonista, si è fidanzato da poco. Nonostante sia pingue, dallo sguardo inespressivo, cocainomane, pregiudicato e casual del Chelsea- un bravo ragazzo insomma- ha fatto breccia nel cuore di una addetta di un tribunale davvero niente male (conosciuta, guarda un po’ durante un’udienza per direttissima che lo vedeva imputato per degli scontri in un autogrill con quelli dello Stoke. A chi di noi non è capitato di incontrare così la nostra dolce metà, eh?). Sta di fatto che lei lo invita a pranzo con la sua famiglia, la grande ordalia che tutti noi dobbiamo affrontare prima o poi nella vita. Ma lo stesso giorno- mannaggia- è fissato anche il turno di Coppa in cui il Chelsea gioca dopo anni contro gli arcirivali del Millwall (nei film inglesi sugli hooligans quelli del Millwall fanno sempre i cattivi, un po’ come da noi nei Cinepanettoni i romani fanno i coatti, i milanesi i cumenda e i Naples i mariuoli), una data che il nostro pingue Rod aspetta dalla notte dei tempi. ‘Ma mio padre viene a Londra una volta all’anno!’. Dice lei, apprensiva e risentita. ‘Sì ma il Chelsea becca il Millwall ogni eclisse, baby’, risponde lui serafico, conscio di andare verso l’inevitabile disastro. Punto, set, partita.

Beh, domenica sembrava che ci fosse stato una specie di allineamento astrale. La sconfitta delle Merde a casa dei subumani la davo sicura come l’IVA ogni trimestre, un po’ meno che la Rometta, la Lazie, persino il noioso Sassuolo decidessero di suicidarsi oltre il tempo regolamentare apposta per spianarci la strada in solitaria al quarto posto, ad appena meno uno dal terzo. Insomma, tutto apparecchiato per il grande salto carpiato verso la gloria. Però poi la partita è iniziata. E in pochi minuti mi è venuto in mente un altro avvenimento più raro di un’eclissi: non ho mai, dico mai, visto il Milan perdere con il Toro in Campionato.

Cioè, ho visto disfatte imbarazzanti contro il Messina con lo scudo sul petto nel 2004, con Benevento ed Empoli praticamente già retrocesse, persino con il Lecce nel 97 con in campo Ba e Cardone, ma mai contro il Toro. L’ultima volta è stata nel ‘85 e ce l’ha infilata Schachner, con quei suoi baffetti da sparviero da attore di film porno anni 80, ma appartiene ancora all’epoca preistorica in cui non ero abbonato. (Per i completisti: il Toro ha vinto l’ultima volta a San Siro in Coppa Italia, nel 2000. La verità è che può anche darsi che l’abbia vista. Anzi è probabile. Solo che le partite in Coppa Italia, soprattutto i primi turni, erano avvolte in una specie di nuvola psichedelica in cui realtà e finzione si mischiavano. Cito un leggendario Milan-Lazie sotto metri di neve con noi dispersi fra il baretto e la rampa come i poveri alpini della Brigata Julia in Russia nel ‘45).

Insomma, San Siro si è appena seduto con la birretta in mano che vedo Gigio fare una parata inaudita, tipo che la sto studiando in loop e ancora non mi capacito di come abbia fatto. Mi ricorda quella di Giorgione Banks su Pelè a Mexico 70, non per nulla definita la parata del secolo (intendendo il 900. Del secolo odierno è ovviamente quella di polpaccio di Abbiati su Kallon nel 2003). Sarà un fuoco di paglia, ci diciamo speranzosi. Macché. Il Toro nel Primo Tempo ci imbriglia con un pressing che asfissiante è dire poco. Mazzarri sarà simpatico come un ausiliario della sosta, ma c’è da dire che i suoi eseguono con una disciplina vietnamita quello che dice: Suso è raddoppiato sistematicamente, davanti non la vediamo quasi mai, Donnarumma ne leva un’altra ricordando a tutti che in uscita ne combina ancora, ma fra i pali è veramente mostruoso. Andiamo negli spogliatoi sullo zero a zero, e ci è pure andata bene.

Nel secondo tempo migliora, ma di poco. Un po’ loro calano, un po’ l’ingresso del biondino spagnolo regala un minimo di argento vivo. San Siro si anima, dai ragazzi, dai che la portiamo a casa. Ci crediamo, spingiamo, ci diamo di gomito, andiamo a berci una birretta che porta bene. Ne beviamo una, due, tre, calano dall’alto, arrivano da destra, da sinistra. Un forcing di birre, che manco l’Olanda del 74. Mi ritrovo sempre con una pinta in mano, mentre Zapatone (!)- se non vado errato- regala un assist al bacio a Patrick. Realisticamente è la prima occasione seria che abbiamo, una di quelle che non puoi sbagliare, anche perché siamo ormai all’83esimo. Tratteniamo il fiato in 50 mila. Vai ragazzo, crediamo in te. Vai. Niente, la cicca clamorosamente. San Siro si lascia sfuggire un muggito di delusione che avrà agitato le foglie pure degli albero al Bosco in città. Evvabbè, che gli vuoi dire al Golden Boy. Corre, si sbatte, fa reparto da solo, anche perché Higuain, speriamo unicamente a causa per del mal di schiena, è quasi in prossimità di diventare un problema, lento, involuto e nervoso.

Poco dopo finisce. Ci aspettavamo un’altra partita, anzi la speravamo. Ma l’evidenza dei fatti ci dice che questo siamo, e questo, presumibilmente, saremo ancora perlomeno fino a Gennaio, se non proprio fino a fine stagione. C’è poco da lamentarsi o da ripiangere l’occasione perduta. Qua bisogna solo lottare, sputare sangue, restare lì attaccati al quarto posto, partita dopo partita, punto dopo punto. Mettiamoci l’anima in pace gente. Ficchiamoci bene l’elmetto sulla testa e scaviamo la trincea, che la guerra sarà lunga.
E la vittoria ha il profumo dolce del Napalm la mattina presto.

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