A love supreme, cap. VII. Milan-Pavma

Abbiamo perso la memoria del quindicesimo secolo diceva il mio amato Demetrio Stratos. Ora, io avrò tanti limiti, ma se c’è una cosa di cui non difetto è la capacità mnemonica, tipo che il mio miglior amico Andrea ancora oggi è capace di chiedermi a bruciapelo cosa abbiamo fatto l’estate del 1991 e io gli faccio il report per filo e per segno (siamo andati in Olanda in bicicletta – cioè non da Milano eh, l’abbiamo affitta lì – e una sera in un campeggio sperduto in mezzo ai tulipani abbiamo ammirato olandesi e tedeschi prendersi a sediate in testa. Noi naturalmente tifavamo per gli orange, ma era abbastanza difficile distinguerli, tutti biondi e vestiti orribilmente con ciabatte e calzini bianchi mentre si mazzolavano emettendo suoni gutturali).

Ora sentite qua: Zachy Zaccardo, Bocchetti, Essien, Van Ginkel, Soldatino Poli, Sulley Muntari. Paura eh? Terrore direi. Sono solo alcuni nomi del temibile undici sceso in campo l’ultima volta che abbiamo affrontato il Pavma. Era il 2015 e c’erano la miseria di 25mila persone ad ammirare la doppietta di Jeremy Menez nel 3-1 finale contro una squadra praticamente fallita, in cui si distingueva il talento cristallino di Antonio Nocerino, che peraltro ce l’ha anche messa, chiedendo poi scusa, non fosse altro che per il fatto che il bonifico a fine mese gli arrivava ancora da noi (…scusate l’off topic. Ma che giocatore era Menez. Uno dei casi più conclamati di talento buttato nel cesso. Leggendarie le sue fughe uno contro tutti testa a terra, in cui ne saltava due e immancabilmente al terzo finiva gambe all’aria. Chissà che fine ha fatto, direte voi. Ve lo dico io, ha provato a riciclarsi inutilmente in Turchia come Robinho e poi si è piazzato all’America, nel campionato mexicano, ultimamente discarica di nostri ex ormai pronti per l’umido come Chicco Honda o Portafortuna Vangioni).

Sembrano mille anni fa, lo so. Tanto quella squadra sembrava raffazzonata, palesemente allo sbando e senza capo né coda, tanto ci siamo affezionati a questa banda incerottata che Rino ha messo in campo, con dei colpi di genio surrealisti in grado di parare la serie di sciagure che ci ha colpito – roba che la peste bubbonica del Manzoni in confronto era un raffreddore. Una su tutte, Abate centrale. Ma come è possibile? Anni e anni di ironie sui suoi cross sbananati, sulle amnesie sanguinose, sulle diagonali a casaccio che più di una volta hanno compromesso il mio rapporto con l’Altissimo. Da centrale invece sembra Beckenbauer. Preciso, sicuro. Oso dire, autorevole. Lui e Zapatone sono i nuovi Lennon-McCartney dell’area di rigore. Ma di più, gli Hanneman-King della difesa, i Fratelli Abbagnale degli ultimi 30 metri. Ignis, c’hai 120 anni ormai, sei da noi dall’età dei datteri, cioè, con tutto il rispetto, pure Paolo Maldini – che Dio l’abbia in gloria- ad un certo punto ha mollato la fascia e si è piazzato in mezzo, possibile che a te manco sia venuto il sospetto?
Sta di fatto che domenica alle 12.30 (che orario infame) eravamo un 53 mila abbondanti assiepati nel tempio. Al Baretto mentre il sole ci baciava e ci scolavamo la terza ad un’ora in cui di solito un cristiano la domenica fa colazione , sentivo quel campanello d’allarme: ragazzi, oggi è dura. La quasi figura inenarrabile contro il Dudelange non lasciava presagire nulla di buono, così come il fiato sul collo in classifica di un Pavma tignoso, proverbialmente cagacazzi e arroccato sulla sua trequarti.

Per un tempo buono giochiamo bene, in modo quasi elegante e altrettanto impalpabile, finché appena ripartiti nel Secondo Tempo quelli ce la mettono. E tutti abbiamo pensato: e mo’ sono cazzi. Come la ribalti? Che ti inventi? Rino mette Borinaldo. Ecco, non per essere ingenerosi, ma non è esattamente come quando dal mazzo pescavamo il Cobra Tomasson. Tocca accontentarsi di questo, ragazzi, lo sappiamo. Invece sottostimavamo il gattusismo ormai insito in questa squadra. Cutrone letteralmente si inventa il pareggio di sfondamento e la butta dentro di carambola. Se questo ragazzo avesse i piedi come il cuore sarebbe il nuovo Raul. Ripigliamo il pallone e lo rimettiamo al centro. Fermi tutti però: VAR. Sono minuti interminabili, su tutto San Siro pende una spada di Damocle formato Maxibon. Prego in sanscrito divinità sconosciute. Ma è gol. San Siro diventa una bolgia. Che pellaccia hanno questi ragazzi, va detto.

Da lì per qualche minuto è partita vera. Il Pavma offeso si mette ad attaccare, in mezzo Baka si mette il costume da Desailly e dirige il traffico, conquistando anche il più scettico dei nostri. Spingiamo, brighiamo, lottiamo finché un fischio ferma il gioco. Che cazzo succede ancora. Ci guardiamo smarriti. Ora non so voi a casa, ma tutti noi quando abbiamo visto l’arbitro chiamare ancora la VAR eravamo quasi certi di un rosso per uno dei nostri per un fallo sfuggito ai più. Gli avrà tirato una centra, offeso la mamma, che ne so. E invece, dischetto. Ci va Kessiè, con la sicumera di chi sa quel che sta facendo. Chiudo gli occhi. E penso a te.
E invece no. Penso a Gonzalo che la mette moscia contro i gobbi. A quel mesto Milan-Parma di tre anni fa, a quei 25 mila annoiati e innamorati che comunque c’erano (fra cui io e i miei soci, che vi credete). A questi anni faticosi, sfiancanti, che francamente ci vorremmo lasciarci alle spalle. Ai sogni o illusioni di gennaio. Li riapro con il boato. 2-1, l’abbiamo ribaltata, siamo quarti. Incredibile.
Tecnicamente, adesso in questo preciso istante, saremmo in Scempions dopo circa mille anni luce. La musichina, le partite il martedì e il mercoledì, quella Coppa di cui modestamente abbiamo sette copie nel Santa Sanctorum di Casa Milan, cosa che gobbi e Merde assieme nemmeno ci si avvicinano con il binocolo. La Scempions. Ehi, arbitro, fischia la fine, ma non della partita, proprio del Campionato!

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