A Love Supreme. Cap. IV: Milan-Sampdoria

Quando ho visto Quagliarella infilare la nostra difesa e uccellare un Gigio Donnarumma immobile (e anche incolpevole, va detto) come l’Orso del Circo Medrano non ho pensato che eravamo riusciti per l’ennesima volta a buttare tutto a puttane da soli, né che probabilmente sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto Rino sula nostra panchina. No, le mie sinapsi mi hanno immediatamente riportato ad un altro Milan-Doria del passato, in una sorta di flashback inconscio delle sfighe milaniste.
Era un giorno di marzo del 1987 e io acerbo fiorellino rossonero stavo per scoprire amaramente il sapore acre della delusione. Stessa pioggia intermittente, stesso cielo di piombo, clima pesante fin dall’inizio. Secondo Anello scoperto, k-way zuppo, io bravo quattordicenne con la mia scarpetta popular a rigoni rossoneri. Riguardatevi le immagini su YouTube: pezza degli Ultras Tito (rubata anni prima) piazzata sullo striscione dei Commandos giù al Primo Anello e tensione palpabile che porterà molti dei nostri a fare più volte il giro per andare a salutare i doriani di persona. Scene da intifada che va detto, oggi occuperebbero tre puntate di Report, quattro indagini parlamentari e costerebbero qualche centinaio di diffide, ma che nei ruggenti Anni 80 erano pressoché nella norma.

Non che in campo fossero rose e fiori, anzi. Ci mancano P.P. Virdis e Tassotti, al loro posto in campo ci sono Darione Bonetti e Andrea Manzo, nientemeno. Arriviamo da una sconfitta a Brescia e una vittoria
buttata via a Firenze, con la Viola che ci ha recuperato due gol dallo 0-2 iniziale. Con Nanu Galderisi (!) sbagliamo un rigore, poi Vialli e Cerezo ci matano. San Siro diventa una bolgia, un sasso colpisce la panchina di Nils Liedholm, che la settimana successiva verrà esonerato dopo la classica disfatta su quel campo per noi tradizionalmente sfigato che è sempre stato Avellino.

Non era in assoluto la prima sconfitta a cui assistevo in casa. Del resto avevo esordito da abbonato con un Milan-Ascoli passato alla storia per quella palombella assassina di Barbuti da distanza millenaria che aveva battezzato nel peggiore dei modi il Milan berlusconiano. Finora però non avevo ancora visto la gente palesemente incazzata nera, soprattutto per il timore che l’auspicata svolta verso un futuro migliore finisse in un nulla di fatto. Liedholm era chiaramente inviso alla società, se l’erano ritrovato e non avevano avuto il tempo o il coraggio di silurarlo, lui simbolo in campo prima e artefice poi della squadra che nel 1979 aveva finalmente conquistato la Stella. Quel giorno è stato l’ultimo di Liddas sulla panchina del Milan, un congedo davvero mortificante per un Eroe della Fede come lui, che in quel 1987 guardavo con il rispetto reverenziale che si può avere per un capo Indiano tipo Toro Seduto o Alce Nero.

Ebbene, per cinque lunghi minuti ho temuto che la stessa sorte toccasse a Gennaro Nostro. L’uno- due della Doria era arrivato così veloce che San Siro non aveva avuto ancora il tempo di elaborare la botta e mettersi a fischiare seriamente. Eravamo tutti troppo traumatizzati per aver visto crollare venti minuti di buonissimo calcio alla loro prima occasione, con i nostri dietro immobili come le statuine del Presepe e Saponara e Quagliarella in versione calcetto sulla spiaggia di Ipanema. E’ uno di quei momenti in cui balli sul precipizio dell’inferno, e basta un niente per caderci dentro. E qua a prenderci per mano – va detto – è stato Gonzalo, che al grido di ‘adesso ci penso io’, si è portato in gita tutta la difesa loro in un’azione in solitaria conclusasi con una parata plastica più spettacolare che altro. Però è stato l’elettroshock che ha fatto dire a tutti, sugli spalti e in campo, siamo vivi, ci siamo ancora. Pochi minuti dopo Higua e Patrick dialogano in uno spazio strettissimo e Gonzalo la spara in porta da posizione improbabile di pura rabbia, riacciuffando tutta la stagione per i capelli e scolpendo nelle Tavole della Legge che mai più questa squadra può prescindere dalla presenza contemporanea di due punte di ruolo.

Ora è facile dirlo adesso, ma tutti abbiamo sentito che il Vento della Storia da lì in poi stava soffiando dalla nostra parte. E quando soffia, ragazzi, c’è poco da fare. La Doria letteralmente scompare dal campo e noi maciniamo gioco, ci crediamo, finché Mattonella Suso fa quella mossa che prova circa dieci volte a partita, fino a quando statisticamente gli viene bene: la cosa incredibile è che ci siano difensori che ancora ci caschino, un po’ come Donadoni che all’epoca aveva una finta sola però li mandava sempre tutti culo all’aria. Jesus nostro la puccia nell’angolo basso e San Siro viene giù. Echeccazzo, ce lo meritiamo. Da lì in poi si soffre ma il giusto, evitiamo di fare come contro l’Atalanta e di mettere la linea Maginot davanti all’area, anzi. Loro non combinano pressoché nulla, siamo noi semmai che gettiamo al vento più di un contropiede, con Laxalt che riesce pure a prendere un palo da zero metri, finché misericordiosamente l’arbitro fischia la fine.

Alla fine siamo sfiniti, quelli in campo, noi con loro. E’ stata una settimana orrenda, diciamocelo, una delle più mortificanti degli ultimi anni, già assolutamente deprimenti di loro. Continuiamo ad affondare, poi a rimetterci in piedi, quasi a camminare, per poi scivolare ancora. Va bene tutto, ma adesso sarebbe anche il caso di provare a correre, che dite?

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