Big Takeover, cap. XI: Milan-Bèrghem 0-2

“Resteremo, resteremo in Serie A”. Mi ricordo come lo cantavamo goliardicamente in trasferta in quell’anno crudo del Signore che è stato il 1996-97. Com’è come non è, ne pigliavamo sempre tre a partita, e dopo esserci incazzati, l’avevamo presa un po’ filosoficamente (ma il campionato successivo, se possibile, fu pure peggio) e quindi ci ridevamo su. “Massì cazzo ce ne frega, abbiamo vinto l’ennesimo scudo giusto l’anno scorso, è una stagione così, pazienza”. E allora andavi a Roma con la Lazzie, te ne davano tre e noi giù a cantare: “Resteremo, resteremo in Serie A”. Solo che ieri per la prima volta ho pensato: sì, ma resteremo in Serie A?

I gufi delle statistiche sono tutti lì: 8 sconfitte solo nel girone d’andata (e amici, la prossima per chiudere in gloria andiamo a Firenze, ci siamo capiti), solo 8 gol segnati a San Siro finora in campionato, non oso pensare quanti subiti. So solo che capita sempre così: ad una certa, senti la cappa gravosa della sfiga, della cazzata che sta arrivando, quella cosa che ti fa dire ‘eccola là’ a cui – regolare – segue il boato di quelli sopra di noi.

Tipo ieri quando Cutrone ha abbattuto senza un perché il Papu Gomez (che peraltro si vede lontano un miglio che è forte ma forte. Prenderlo noi al posto di chiunque altro si è comprato quest’anno, no eh?) in una posizione che ha fatto dire a tutti: ahia. E infatti. Punizione, belle statuine, bagher di Gigio, gol dell’ex. Manco a scriverla.

Mentre assistevo allo sfacelo dopo il 2 a 0 ho pensato ai nostri bambini, ai nostri ragazzini. Un po’ come quando il Papa Buono, peraltro bergamasco, diceva di tornare a casa e dire una carezza agli infanti dicendo che era la carezza del Santo Padre. Perché noi dinosauri abbiamo la coscienza di cosa sia il Milan, siamo distrutti perché sappiamo cosa sia la vita fuori da questo infinito tunnel che dura da anni. Sappiamo come sia vincere e stravincere ma pure, Sant’Iddio, veleggiare fra narcolettici secondi /terzi/quarti posti, un po’ come la Rometta di adesso. Quei campionati che scivolano via inutili, senza mai avere la sensazione che si possa vincere qualcosa, ma senza nemmeno la traggèdia (con due G) sempre in agguato. Anni in cui ci si diceva con aria di sufficienza “Uff, vabbè dai, andiamo in Scempions”. Quegli anni lì per cui adesso ci sveneremmo.

Invece per chi ha 10, 12, 14 anni il Milan è QUESTO. Non c’è memoria che ne so, manco dell’ultima volta che Abate ha fatto qualcosa di giusto in vita sua sbagliando l’ennesimo cross e piazzando per caso una mina senza senso in faccia a Pato per il 2-0 nel derby di ritorno che ha deciso l’ultimo scudo. C’è solo questa infinita mediocrità, questa mestizia, questa frustrazione di massa che ci schiaccia il cuore.

Non penso che ci voglia uno psicanalista di scuola junghiana per dire che molto del mio cacciavitismo melodrammatico, integralista e autolesionista derivi dal 1982, il primo anno (che ottima scelta eh?) in cui ho iniziato attivamente e con coscienza a seguire le sorti dell’AC Milan 1899. Attivamente non voleva dire ancor andare allo stadio (quello, ho cominciato nel 1986, prima capitava giusto un ultimo quarto d’ora di partita con mio padre quando aprivano i cancelli, abitando vicini era un attimo). Però già voleva dire seguire i risultati, leggere la Gazza (all’epoca ancora leggibile), fare i conti calendario alla mano. Ricordo mio papà che sconsolato mi diceva “Ha segnato Causio” nello 0-1 in casa con l’Udinese. Oppure “gol di Bivi” quando il Catanzaro ci ha piallato 3-0 in trasferta, il suo strano orgoglio per la rimonta mezza riuscita a Torino con i gobbi, puniti da un Galderisi in versione George Best.

Per me bambino di 9 anni, il Milan era quello. Aleggiava la coscienza della presenza maieutica di un immenso Rivera, testimone di un passato che non avevo vissuto. Mi identificavo con lo Squalo, scarso ma di cuore (c’è qualche bambino che si identifica con Kalinic oggi? Dubito), il mio capitano era Aldo Maldera III, pensavo che Romano fosse un fenomeno (beh, per altro lo era, ma non da noi), speravo che il nostro futuro avrebbe avuto le spalle larghe dell’allora  ventiduenne Franco Baresi.

…Mentre scrivo fisso e rifisso la foto che ho davanti agli occhi, quella di Maldera appeso alla transenna dopo averla messa all’Avellino. Non c’è tanta differenza fra la gioia disperata dei milanisti di quel giorno e la rabbia di ieri (comunque 45 mila persone, solo 4 mila meno del Napoli primo in classifica contro la Doria, dei gobbi e del loro ridicolo stadio manco stiamo a parlarne).

Ho letto di un San Siro inospitale che ha contestato la squadra. Non è vero, e devo fare pubblicamente i complimenti all’attuale Sud. Lo stadio ha accolto i nostri come se a Verona fosse successo nulla, ha tifato, ha incassato l’ennesimo svantaggio, ha dato fiducia, ha mollato solo quando il disastro era ormai irrimediabile. I cori di rabbia erano davvero il minimo sindacale, erano più di pancia che di testa.

Ne avremo fatto volentieri tutti a meno, ma sembra quasi che il devastante percorso che abbiamo fatto in questi mesi sia come un viaggio interiore alle radici del nostro milanismo. Questo popolo, questa gente ha il cuore spezzato. Ma è stata forgiata nel dolore oltre che nelle vittorie, per questo è ancora qua.

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