BIG TAKEOVER, cap.X: Milan-Bologna 2-1

Uno dei regali più cari di mio padre, oltre al fatto di avermi fatto milanista e tremendamente attraente, è stato una copia di ‘Lezioni spirituali per giovani samurai’ di Yukio Mishima. L’avete letto? Lasciatevelo dire, dovreste. Fa tantissimo intellettuale maledetto e politicamente ambiguo in poche semplici mosse. Nella fattispecie, mi sembra di ricordare che ci sia un passaggio in cui la vestizione di un samurai venga descritta come una metafora della preparazione spirituale alla battaglia (no, non è vero, lo ammetto: me lo sono inventato di sana pianta, ma del resto ve ne sareste mai accorti se non ve lo avessi detto?).

Beh, la katana l’ho lasciata a casa, ma mi sentivo anch’io un po’ così mentre domenica pomeriggio mi rimiravo fantozzianamente davanti allo specchio, inguainandomi in una calzamaglia aderente comprata alla Decathlon per euro 9. In pratica un mimo, oserei dire una specie di Tafazzi senza bottiglia, se non fosse che il nano di Aldogiovanniegiacomo è una bava (come gli altri due, del resto) e quindi non lo dico. La mia battaglia spirituale era innanzitutto affrontare la tormenta siberiana che si era abbattuta sul ridente quartiere di San Siro al fin di poter stare vicino ai miei ragazzi. Una missione condivisa da tutti noi presenti al baretto, intabarrati per affrontare il gelo esterno e il gelo interiore all’idea di non vedere una vittoria dallo scorso 20 Settembre, Milan-Spal. Cioè dico, due mesi e mezzo. Di quella partita ricordo sommariamente due cose: la bandiera di Federico Aldrovandi nel loro settore (che a Roma non hanno fatto entrare CHE VERGOGNA) e la polo Fred Perry a maniche corte che sfoggiavo nella brezza settembrina. Avevamo messo in cambusa tre punti con due rigorini e avevo detto: dai, non male, possiamo solo che migliorare. Come no.

Non male sto cazzo. Nemmeno Freddy Kruger si sarebbe immaginato un incubo peggiore di questi 80 giorni di digiuno. Alla fine eccoci qua, mesi dopo, trasformati in una specie di versione rossonera dell’omino Michelin. Tutti tranne che lui, Gennaro nostro, che in panca se ne stava con la sua giacchetta incurante delle intemperie. Che poi insomma, stava: in realtà non l’ho visto stare un minuto fermo, che a momenti entrava in campo pure lui a prendere a scappellotti Abate quando faceva i movimenti alla cazzo.

Ora, a tutti noi inguaribili romantici piace immaginare che nella vittoria ci sia tanto di Rino. E di sicuro quel po’ di cajenna che si è vista, di corsa, di determinazione che ci abbiamo messo sarà figlia sua, della sua generosità e anche degli allenamenti decisamente più intensi che (pare finalmente) abbia imposto a Milanello. Sarà. Di sicuro le dichiarazioni non esattamente allo zucchero di molti dei nostri fanno ipotizzare che da quelle parti Vincenzella non fosse più il benvenuto.

Sic Transit Gloria Mundi.

Ma dicevamo di Gennaro. A chi non è scesa la lacrimuccia a vederlo a fine partita a fare la huddle a centro campo con i nostri. Tipico Gattuso. Però non è certamente gattusiano il terrore che ha colto la squadra non appena passati in vantaggio e che di colpo ha trasformato il Bologna in una specie di versione turt’len del Real Madrid. Il pubblico di San Siro, davvero zen nell’accogliere i ragazzi senza minimante lasciar trasparire la solenne incazzatura per la figuraccia di Benevento, prima assorbe con notevole aplomb il pareggio di Verdi (nella fattispecie, Musacchio bevuto da quel paracarro di Destro come forse non vedevo dai tempi di Darione Smoje), poi giustamente si inalbera quando, dopo il 2-1 di Jack, per tre minuti succede davvero di tutto e un secondo pareggio sembra cosa praticamente cosa fatta.

Invece no. Il Bologna sostanzialmente si annoia e si accontenta senza troppi drammi della sconfitta, lasciandoci esultare per una vittoria che sa di brodo caldo e grolla dell’amicizia a La Thuille. Tre punti fondamentali non tanto per la distanza siderale che ci separa da chi sta più in alto di noi, ma perché eravamo tutti convinti che l’inerzia della partita per l’ennesima volta ci avrebbe fatto lasciare il Tempio masticando amaro. E invece.

Un po’ presto per dire che stiamo meglio, però qualcosa si è capito, tipo che giocare con due punte di ruolo e con il 442 potrebbe rappresentare quella rivoluzione copernicana a cui non era poi così arduo arrivare, visto che ha immediatamente ha cambiato la faccia della partita nel Secondo Tempo. Forse per la prima volta da Agosto abbiamo guadagnato punti su tutte le squadre che ci stanno davanti. Ci abbracciamo ed ebbri di gioia sfidiamo le intemperie sulla strada del ritorno intonando a squarciagola la vera hit dell’inverno 2017: “la re-mun-ta-daaa lalalalala la rrremuntadaaa”, il cui eco spagnoleggiante si perde per le scale finalmente popolate di sorrisi del Tempio mentre si sta svuotando. Perché non si dica solo che siamo un pubblico fedele e straordinariamente paziente – che già non mi sembra poco – ma persino con uno spiccato senso dell’autoironia. Ci vediamo mercoledì con l’Hellas eh?

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