Zizou e i falò

Ancora adesso, in alcuni piccoli centri come quello da cui ho l’onore di provenire, la sera di San Giuseppe vengono ammassate e date alle fiamme enormi quantità di sterpaglie, rami secchi e legname più o meno marcio. I falò rappresentano il passaggio benvenuto tra inverno e primavera, sono simbolo di purificazione, promessa di benessere e naturalmente mettono allegria. Poi dipende dai punti di vista: se da vicino è facile farsi trascinare nelle grigliate e nelle schitarrate, una visione totale dall’alto metterà una certa inquietudine. Tutti quei focolari, insieme così vicini e lontani, dipingono uno scenario post-nucleare, un’umanità allo sbando, senza energia elettrica né acqua, con bestie selvagge a ogni angolo della strada, incertezza, paranoia, senso di vuoto.

Doveva essere questa la condizione dell’ultimo Milan di Capello, una squadra che vista da vicino – diciamo dagli spalti di una tribuna – sprigionava carisma, solidità, forza fisica e talento in proporzioni quasi inaccettabili (risaliva all’estate il duello tra Baggio e Savicevic, col Genio che aveva soffiato la 10 al Codino per anzianità di servizio). Ma salendo su fino alle stelle, invece, i movimenti si facevano più confusi e i gol e le vittorie sembrano arrivare più per inerzia che per convinzione, fino a dare l’illusione dell’immobilità. Che quest’immobilità non fosse poi così illusoria, lo si scoprì nella notte dei falò 1996.

Ormai vinto il quarto campionato in cinque anni con irrisoria facilità, dacché la Juve seconda in classifica aveva preferito concentrarsi da settimane sulla Champions League (che vincerà), rimaneva l’insulsa coppetta UEFA, torneo che mai ha trovato posto nell’epica berlusconiana del cloeub più titolato al mondo: l’ironia della sorte era che il Milan di Sacchi 1987-88 era decollato verso l’Olimpo proprio dopo essersi liberato di quest’euro-zavorra. La strada fino ai quarti non era stata lastricata di chiodi: i pellegrini polacchi dello Zaglebie Lubino al primo turno, lo Strasburgo al secondo e agli ottavi lo Sparta Praga di un implume Pavel Nedved, regolato a San Siro con una doppietta di Weah. Chi si aspettava ai quarti un sorteggio un po’ più ganzo, che mettesse sulla nostra strada un Barcellona, un Bayern Monaco o quantomeno quel PSV Eindhoven in cui stava brillando una stellina brasiliana acerba e assurda di nome Ronaldo, era rimasto deluso: era uscito il Bordeaux, 14° in patria, proveniente da un oscuro torneo estivo di nome Coppa Intertoto che, nella rigorosa epica berlusconiana di cui sopra, non avrebbe trovato spazio nemmeno nei titoli di coda tra i capo-macchinisti e gli addetti alle sopracciglia. All’andata a San Siro il solito 2-0 capelliano, un gol per tempo Eranio-Baggio, con il Codino che soleva sfogare le amarezze del campionato dipingendo prodezze al martedì sera, relegato su Italia1 come gli horror di quart’ordine e il Festivalbar (la rete ammiraglia Canale5, un tempo scrigno del milanismo settimanale, veniva scomodata solo per la Champions).

Capello non aveva la minima voglia di lottare per un obiettivo così microbico e lo faceva capire ogni volta a chiare lettere, schierando una formazione che si apriva con il nome dell’avvocato Mario Ielpo, portiere di coppa che stava ai nostri Anni Novanta come l’indimenticato Valerio Fiori starà ai Duemila.

Mentre fuori da casa crepitavano i falò, nel fatiscente Parc Lescure, classica arena da villaggio gallico che aspettava ansioso i lavori di ammodernamento pre-Francia ’98, il Milan scese in ciabatte e pigiama, stimolando gli orgogliosi locali a fare di noi un bel barbecue. Ci giocava con la maglia numero 7 un elegante berbero dalle movenze felpate, destinato a diventare un simbolo di eleganza prima ancora che un calciatore di sostanza, “più divertente che utile” per dirla alla Agnelli (che ne sparava tante, ma tante). Anche loro avevano qualche problema nell’assegnazione dei numeri di maglia: la 10 era proprietà dell’olandese ex Barcellona Richard Witschge, unico giocatore di pedigree della squadra. Ma Zidane impazzò e il Milan impazzì, portato a spasso dalla sua visione di gioco che combaciava molto spesso con le poderose sgroppate del basco Bixente Lizarazu, nanerottolo tutto sinistro che apparteneva anche lui al gruppone degli illustri sconosciuti. Sconosciuto era, e rimase, anche quel Didier Tholot che in scivolata portò in vantaggio i francesi, approfittando anche della goffaggine dell’arrugginito Ielpo. Prigioniero della propria grandezza, fermamente convinto com’era che per nessun Bordeaux di questa terra sarebbe stato possibile rimontare uno 0-2 (non ci capitava del resto da 18 anni di subire tre gol nella stessa serata europea), il Milan rimase fermo sul posto. Dopo aver sostituito forzatamente l’infortunato Eranio con Albertini, l’unica umiliazione Capello decise di riservarla come sempre a Baggio, vero perseguitato politico del decennio, mandandolo sotto la doccia già all’intervallo nella tipica situazione in cui, come si suol dire, l’allenatore dovrebbe cambiarne otto. Entrò Di Canio e le cose non migliorarono. Le ondate bordolesi si fecero più insistite e del resto i francesi, di falò e roghi vari, hanno sempre avuto una discreta esperienza. Il 2-0 arrivò dopo che l’arbitro turco Cakar aveva deviato di schiena una punizione di Zidane: la palla così acchittata giunse a Dugarry che colse in controtempo la nostra difesa e riequilibrò il risultato tra andata e ritorno. E qui, come in un film di Tarantino poco ispirato, ci infiliamo la digressione su Christophe Dugarry.

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DIGRESSIONE SU CHRISTOPHE DUGARRY
Capello lungo pesantemente ingellato e pizzetto assassino, Dugarry era morfologicamente prontissimo per le notti milanesi anni ’90, quelle di cui si raccontavano leggende indicibili tipo il pied-à-terre in cui Nicola Berti soleva invitare attrici e modelle varie senza neanche chiedergli come si chiamassero, e una notte gli era capitato di alzarsi, andare in cucina e trovarci Uma Thurman vestita con una sola camicia bianca (la Uma Thurman degli anni ’90, immaginate). Si direbbe quasi che lui e Milano erano fatti l’uno per l’altra, e tutto ciò che dovette fare di complicato fu farsi trovare puntuale all’appuntamento che il destino gli aveva fissato per quella sera del 19 marzo. Anche i sassi capivano che il pezzo forte della ditta era Zidane, ma i nostri dirigenti – sensibili come sempre ai giocatori che avevano la faccia tosta di castigarci – presero lui. Pochi gol, alcuni dei quali peculiarmente inutili, come la doppietta che non impedì all’ultimo Milan di Tabarez di naufragare 3-2 a Piacenza, o la rete che tre giorni dopo non impedì al primo Milan del Sacchi-bis di naufragare 1-2 con il Rosenborg, in una notte nera come il carbone. Ex indossatore, a Milano se la passò meravigliosamente assieme alla compagna Frederique, ex commessa di boutique cui non parve vero di avere tutto quel bendidio a disposizione.

Il fermo immagine di Dugarry in rossonero sfuma nell’esultanza di Cristoforo in maglia bordò, un lungo e riconoscente abbraccio con l’amico Zizou. Nei cinque minuti che intercorsero tra il 2-0 e il 3-0 il Milan continuò a non fare assolutamente niente, lasciandosi ghermire dall’imminente primavera mentre gli scatenati galletti gli facevano la pelle. Ebbe solo un’occasione Weah, che sparò il destro addosso a Huard, facendo andare in brodo di giuggiole Michel Platini che commentava la partita per Canal+. Proprio Le Roi, all’apice del suo sciovinismo, commentò con urletti e pernacchiette la progressione di Zidane che valse il 3-0: lo notò liberarsi di un arrancante Panucci, vedersi respingere il primo assist e avere la prontezza di riflessi di servirne subito un secondo, peraltro lievemente impreciso, al solito Dugarry, che scaricò un altro destro sotto la traversa. Eravamo le vittime sacrificali della notte più orgiastica della storia del calcio a Bordeaux, e qualche tardivo assalto alla porta di Huard non poté modificare quanto scritto.

Nelle settimane successive, mentre arrivava al culmine il lungo addio di Capello alla nostra panchina (già si scaldava “il cantante di Sanremo” Oscar Tabarez), Braida e Galliani ritennero che gli sforzi di mercato dovessero concentrarsi più sulla ricerca del vice-Weah che dell’ennesimo trequartista, ruolo abbondantemente coperto con Baggio e Savicevic. Fu Dugarry dunque, e non Zidane, che d’altra parte fu felicissimo di vestire la maglia indossata per cinque anni dal suo idolo Platini. Mesi dopo, sarà lui a stappare quella Magnum di champagne che si chiamerà Milan-Juventus 1-6, la sconfitta a San Siro più rovinosa della storia del Milan, mentre il compare col pizzetto cercherà inutilmente di abbattere a capocciate la saracinesca Peruzzi. La chiosa finale la appose tempo dopo Berlusconi, che come sempre fece finta di essere arrivato giovedì scorso: “Anni fa mandai Braida in Francia: invece di tornare da Bordeaux con Zidane mi portò Dugarry“.

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