Zico e i suoi fratelli

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Arthur Antunes Coimbra detto Zico viene comprato dall’Udinese il 1° giugno 1983. Poi, siccome siamo in Italia, la faccenda diventa una manfrina senza fine, perché noi nella storia non siamo mai riusciti a essere presentabili neanche al cospetto di quello che i brasiliani considerano il secondo più grande giocatore della loro storia dopo Pelé. Il segretario della CGIL Luciano Lama attacca frontalmente il patron friulano Mazza, proprietario della Zanussi (elettronica): “Da una parte prepara 4500 licenziamenti, dall’altra spende sei miliardi per un calciatore“; da più parti si alzano i sopraccigli perché si ritiene che, siccome è un provinciale, Mazza non abbia palanche a sufficienza. Passa un mese senza venirne a capo, finché la mite cittadinanza udinese inizia a minacciarci di diventare austriaca. A chi scrive, onestamente, non sembra una prospettiva così terribile, però evidentemente l’eventualità della secessione smuove le coscienze dei Padri della Patria – vai a sapere cosa ne pensava Pertini, per esempio – e tutto si chiude per il meglio in quatto e quattr’otto.

Arthur Antunes Coimbra detto Zico debutta in serie A il 12 settembre 1983 e – come dire – non passa inosservato: Genoa-Udinese 0-5, doppietta. Allenata da una meteora della panchina dalle generalità ingombranti (Enzo Ferrari), l’Udinese è fior di squadra e alligna in attacco anche un ex campione del mondo (il Barone Causio), un futuro campione d’Europa (Indiana Jones Virdis) e un futuro campione del mondo per club (quel pistola di Massimo Mauro). La partita col Milan è in calendario all’ultima di andata e dunque i tifosi rossoneri hanno tutto un girone di tempo per godere a cuor leggero delle prodezze del Galinho, prima di preoccuparsene per 90 minuti. In 14 partite Zico segna 9 gol, tre punizioni nelle prime tre giornate, una specie di show itinerante che toccherà l’apice a Catania, quando per una volta il focoso pubblico del Massimino si disinteresserà della propria squadra per osannare il Pelé bianco. Fresco di ritorno in serie A, il neopromosso Milan galleggia nella rassicurante mediocrità del centro classifica, con l’olio Cuore sulla maglia e il traditore Castagner sulla tolda. E’ una bella giornata invernale e in 80 mila stipano uno stadio tutto esaurito per ammirare la prima, storica apparizione di Zico a San Siro.

Prologo, come a teatro. Ne approfittiamo per spiegare ai più giovani la portata, in quel lontano 1983-84, del fenomeno Zico. A differenza di tanti altri stranieri suoi contemporanei che solo in Italia diventeranno campioni (Van Basten, Platini, lo stesso Maradona), al suo arrivo in Italia Zico è già un fuoriclasse fatto e finito, idolo del Maracanà e capitano del Brasile 1982 che era finito a un Paolorossi dal titolo mondiale; un vero affare di costume, amplificato dal fatto che ha scelto di esibirsi non in un grande teatro metropolitano ma in una piccola cooperativa di provincia. Nel decennio d’oro del calcio italiano, ecco la novità: il pubblico non affolla più gli stadi solo per seguire la propria squadra, ma anche per ammirare un avversario, circostanza eccezionale resa ancora più esclusiva dalla consapevolezza che la venuta di Zico è un evento che capiterà solo una volta all’anno. Una cometa del genere attraverserà i cieli italiani solo un’altra volta nel futuro: il portentoso Ronaldo della sua prima stagione all’Inter (il più grande giocatore mai ammirato “dal vivo” dal sottoscritto) (sì, meglio di Messi).

Ne esce una delle partite più divertenti del campionato, agevolata dalla rilassatezza quasi primaverile delle difese. Il Milan parte forte e passa dopo otto minuti: l’arbitro Mattei ci fischia un rigore generoso per una minuscola ancata di Cattaneo; il Capitano spiazza Brini dal dischetto. Ma, malgrado la stagione, non è giornata da formiche. Le difese sono piuttosto allegre e così a fine primo tempo incassiamo l’1-1 con naturalezza, quasi ci allenasse Zeman: cross di Marchetti, spizzata di Mauro a centro area per Virdis che anticipa Ottorino Piotti. La palla entrerebbe lo stesso ma a scaraventarla definitivamente in rete ci pensa per l’appunto Zico, che segna così uno dei rarissimi gol brutti della sua carriera italiana. Difese allegre, si diceva: tre minuti dopo nasce un mischione all’altezza dei 10 metri udinesi, brillantemente risolto da Vinicio Verza con una randellata. 2-1.
Il secondo tempo si mantiene friccicarello: Damiani fallisce clamorosamente il 3-1 con un rocambolesco doppio palo da pochi passi, poi è Mauro a imitarlo con una sciagurata conclusione alle stelle solo davanti a Piotti. Che sia un pomeriggio all’insegna dell’eccezionalità lo prova anche il gol di Blissett, non ancora assurto al rango di pseudonimo letterario: the original Luther irrompe di prepotenza su una sponda aerea di Battistini e quasi si schianta contro il palo per troppa irruenza. 3-1 a nove minuti dalla fine e la partita è in ghiaccio. San Siro applaude soddisfatto, benché l’amaro in bocca resti: e questo Zico per cui abbiamo pagato fior di biglietto?
Minuto 84 e il Milan, un po’ troppo euforico, concede un contropiede di troppo. Zico tocchetta verso Causio e si porta rapidamente a centro area, mentre il Barone porta palla con la consueta sapienza e d’improvviso scucchiaia verso di lui. Baresi, che forse ha già annusato tutto in anticipo, cerca di intercettare la palla con la mano: invano, Mattei concede il vantaggio. Icardi si avvicina a Zico con la serenità d’animo di chi lo vede spalle alla porta, probabilmente innocuo. Ma non si è un numero 10 del Brasile per caso: rovesciata di precisione e velocità micidiale che sarebbe stata imprendibile anche per Rinat Dasaev, figuriamoci per il povero Ottorino Piotti. Benché non sia stato celebrato degnamente, come la palombella di Van Basten ai sovietici o la punizione di Maradona alla Juve, rimane uno dei gol più belli degli anni ’80.
Profondamente scosso da questo colpo basso, come se gli altri avessero appena mandato in campo Zeus in persona, il Milan vacilla e si consegna mentalmente all’Udinese: tre minuti dopo è Causio a ricevere in area spalle alla porta, girarsi in un amen, fumarsi Tassotti e fulminare Piotti in diagonale. 3-3 finale, divertente e futile, quanto indimenticabile; grandi star, vecchie glorie, ambizioni e stadi pieni, l’insostenibile leggerezza dell’essere due squadre che a fine campionato finiranno entrambe fuori dall’Europa, la vacuità al potere. A pensarci bene, la partita-simbolo degli anni ’80.

MILAN: Piotti, Tassotti, Evani (86′ Spinosi), Icardi, F. Galli, Baresi II, Carotti (65′ Manzo), Battistini, Blissett, Verza, Damiani – All.: Castagner

UDINESE: Brini, Galparoli, C. Cattaneo, De Agostini, Edinho, Miano, Causio, Marchetti (79′ Danelutti), Mauro II (73′ Pradella), Zico, Virdis – All.: Ferrari

Arbitro
: Mattei

Reti: 8′ rig. Baresi II, 40′ Zico (U), 43′ Verza, 81′ Blissett, 84′ Zico (U), 87′ Causio (U)

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