Sweet Sixtynine

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Jock Stein

Helenio Herrera era uno stronzo fascista. Quando il Celtic arrivò in finale di Coppa Campioni 1967, da giocarsi a Lisbona contro la cosiddetta Grande Inter, HH volò a Glasgow per assistere a un Rangers-Celtic. Prima di partire, si era offerto di dare un passaggio sul volo di ritorno a Jock Stein, il mitico allenatore del Celtic, in modo che anche lui potesse assistere a uno Juventus-Inter di campionato. Furbo come ogni scozzese che si rispetti, Stein – che aveva già programmato la trasferta per conto suo – pensò bene di non annullare la prenotazione già effettuata del volo per Torino. Ottima idea: appena arrivato a Glasgow, quel bastardo di Herrera si rimangiò tutto, con poche parole di indimenticabile miseria umana: “Mi spiace, signor Stein, ma il mio aereo è troppo piccolo per un uomo con una pancia come la sua“. Ugualmente, il taxi e il biglietto d’ingresso che l’Inter aveva promesso di offrirgli a Torino non si materializzarono, e così Stein poté assistere alla partita solo grazie all’intervento di un giornalista che convinse gli addetti del Comunale a farlo passare con un accredito stampa.

A Lisbona Stein – dotato di una memoria elefantiaca, come ogni scozzese che si rispetti – incaricò due uomini del suo staff di sedersi dietro la panchina di Herrera e insultarlo per tutta la partita. Il verdetto del campo fu la più dolce delle vendette: un’Inter sfibrata, mentalmente ancor più che fisicamente, passò in vantaggio ma subì quasi passivamente la rimonta celtica nel secondo tempo, con i gol del terzino Gemmell e del centravanti Chalmers a sancire la prima storica coppa europea di un club scozzese. Nonché l’inizio della fine della Grande Inter, che cessò di esistere pochi giorni dopo nella fatal Mantova.

Il Celtic Glasgow di Jock Stein giocava in modo molto offensivo, specialmente in casa, secondo una filosofia diametralmente opposta a quella catenacciara che imperava in Italia ancora a fine anni ’60. Il suo era un 4-2-4 in cui a turno i due centravanti Wallace e Chalmers arretravano a centrocampo, attirando i marcatori avversari e aprendo spazi in cui si infilavano le due ali Johnstone e Hughes (o Lennox) e a volte anche i poderosi terzini Craig e Gemmell, com’era successo proprio a Lisbona. In mezzo al campo giostrava il gran mediano Murdoch, con il compare Auld (o Brogan) con compiti più prettamente difensivi. Tutti scozzesi, of course, e tutti molto giovani, con Chalmers, Auld e il portiere Simpson unici ultra-trentenni dell’undici titolare.

Tutto questo necessario preambolo per figurarvi in quale bell’ambientino il Milan del Rocco-bis si ritrova a giocare la sera del 12 marzo 1969, ritorno dei quarti di finale di Coppa Campioni. L’andata a San Siro, giocata sotto la neve su un campo impossibile, è finita 0-0 con le recriminazioni rossonere per un palo di Hamrin, ma anche parecchia preoccupazione per un Celtic che ha tenuto botta benissimo, consapevole di giocarsi parecchie cartucce al ritorno, nell’inferno dei 75mila del Parkhead (l’attuale Celtic Park, che nei tifosi più fedeli e affezionati sopravvive ancora con il nome originale). Il Diavolo supera la Manica vieppiù incerottato, con i pilastri Sormani e Trapattoni assenti per infortunio e altre due pedine cruciali come Prati e Schnellinger piuttosto malconci: il mitico “Volkswagen”, addirittura, pare giochi con un dito del piede fratturato. La squadra è perciò un misto di vecchie glorie come il 34enne Kurt Hamrin – “uccellino” spelacchiato a cui spetta il gravoso compito di frenare le avanzate di Gemmell – e giovincelli sprovveduti, come il 23enne Ginone Maldera (che poi si pronuncerebbe Màldera, ma nessuno lo sa) piazzato in marcatura sul temutissimo armadio Chalmers, o Nevio Scala, 21 anni, presenze da titolare in stagione zero, col numero 11 e l’ordine di francobollarsi a Murdoch.

Nel 1969 si presume che il pubblico di Glasgow già canti a squarciagola You’ll never walk alone, la canzone diventata coro da stadio da pochi anni, dopo essere stata incisa nel 1963 dal gruppo di Liverpool Gerry and the Pacemakers (a proposito, a ottobre ha compiuto cinquant’anni. Auguri!). Il Paròn ha improntato uno schieramento da battaglia, con i due stopper Maldera e Rosato e Malatrasi libero alle loro spalle, Schnellinger e Anquiletti a occuparsi delle ali Hughes e Johnstone, Scala e Lodetti a tappare buchi in mezzo, Hamrin spostato a destra sulle tracce di Gemmell, Rivera a fare un po’ quel che gli pare e Prati zanzara infernale. Si punta al pareggio e (non essendoci ancora supplementari né la regola dei gol in trasferta) alla conseguente “bella” già fissata sul più ospitale campo neutro di Bruxelles.

Come si può vedere nel filmato qui sotto, il Celtic scende curiosamente in campo senza numeri sulle maglie (Stein a fine partita spiegherà che si è trattato di una scelta “di stile e di eleganza“), ma i primi a essere confusi dalla cosa sono paradossalmente loro stessi. Il Milan parte fortissimo e dopo 12 minuti è già in vantaggio: il macchinoso McNeill controlla malissimo un innocuo passaggio di Clark, il satanasso Prati gli soffia palla e vola verso Fallon, che tenta un’uscita azzardata fino al limite dell’area e viene battuto di giustezza dal nostro Pierino. La cialtronesca telecronaca di Nicolò Carosio (“scatto…scatto…rete!“) ne rivela tutta la gioia per un gol segnato a una squadra della Gran Bretagna, la perfida Albione che quel fascistone odiava più di ogni altra cosa.

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E’ appena il quarto d’ora del primo tempo e già il Celtic la butta sulle cariche a testa bassa, da arieti testardi che sbattono le corna contro la nostra difesa chiusa a tripla mandata, dove si esaltano tutti. Malatrasi dirige l’orchestra alla grande, nonostante un calcione ricevuto da Brogan dopo pochi minuti; Maldera annulla il temuto Chalmers; Rosato è perfetto sul granatiere Wallace, limitando al minimo anche i suoi famosi tiri dalla distanza; Anquilletti, in gran sofferenza all’andata, mette la mordacchia al fuoriclasse Jimmy Johnstone, il numero 7 che di quel Celtic è sicuramente il giocatore di maggior talento nonostante l’altezza da bagonghi (appena 1,55). Il più in affanno è Schnellinger, che comunque se la cava contro il gigantesco Hughes. Hamrin, commovente, chiude tutti i varchi per Gemmell e trova anche il tempo di sfiorare il gol da fuori area. Le rare falle difensive vengono tappate da Fabio Cudicini, numero 1 di ordinaria carriera che a 35 anni si è scoperto miglior portiere d’Italia e sta vivendo la sua stagione più esaltante. Alla mezz’ora una punizione a due di Chalmers finisce alta; a pochi minuti dall’intervallo Maldera salva di testa sulla più importante occasione scozzese.

Nella ripresa Stein riparte con Auld al posto di Brogan, nel tentativo di aggiungere qualità in mezzo, ma la coppia Lodetti-Scala fa un figurone, con Giuanìn che si distingue anche in fase d’impostazione. Rivera, sempre un po’ a disagio nelle battaglie, si accende e si spegne regalando comunque colpi di gran pregio per i contropiedi di Hamrin e Prati. Pierino tenta la furbata a metà ripresa con un tocco di mano in rete, ma l’arbitro spagnolo Ortiz de Mendibil vede e annulla. La stanchezza presenta il conto a Schnellinger, che getta la spugna al 65′: lo sostituisce un altro ragazzino, il 22enne Nello Santin da Cinisello Balsamo, detto “Apache” con quarant’anni di vantaggio su Tevez. Atterrito dai continui boati del pubblico locale, proprio Santin rischia la frittatona pochi minuti dopo, quando si arrischia in un intervento in rovesciata su un traversone, ciccando completamente la palla. Wallace è tutto solo davanti a Cudicini, ma il Ragno Nero fa un balzo prodigioso e si tuffa sui piedi del numero 8 scozzese ribattendogli la conclusione, tra gli “ohhhh” di sconforto dei tifosi. Hamrin, stremato, viene cambiato con il 22enne Giorgio “il Muto” Rognoni, altra nostra meteora di gran classe, atteso da una morte improvvisa e precoce nel 1986, a meno di quarant’anni. Al Celtic basterebbe un gol per approdare almeno allo spareggio, ma stasera la difesa del Milan è di gommapiuma: rimbalza tutto e quando passa qualcosa c’è un Cudicini definitivo, che comanda l’area con piglio da caudillo. Finiamo a braccia alzate come i ciclisti che stravincono in volata: la sicurezza degli scozzesi si è sgretolata minuto dopo minuto.

Siamo rimasti in quattro: noi, il giovane e baldanzoso Ajax di Cruijff, i misteriosi cecoslovacchi dello Spartak Trnava e il grande Manchester United campione in carica di George Best e Bobby Charlton. Interpellato a fine partita, Rocco non si nasconde: “Speriamo di incontrare l’Ajax. Se ci capitassero sotto i denti Charlton e i suoi amici, sarebbe per noi, come dire?, uno scherzo da malvagi“. Il 21 marzo, primo giorno di primavera, l’urna di Bruxelles non sarà molto gentile: in semifinale ci capiteranno proprio i ragazzi terribili di sir Matt Busby. Saranno altre due serate da leggenda.

Reti: 12′ Prati

CELTIC: Fallon, Craig, Gemmell, Clark, Mc Neill, Brogan (46′ Auld), Johnstone, Wallace, Chalmers, Murdoch, Hughes – All.: Stein

MILAN: Cudicini, Anquilletti, Schnellinger (65′ Santin), Rosato I, Malatrasi, Maldera I, Hamrin (74′ Rognoni), Lodetti, Prati, Rivera, Scala – All.: Rocco

Arbitro: Ortiz de Mendibil

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4 Comments

on “Sweet Sixtynine
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  1. ma il celtic i numeri sulla maglia non li ha mai messi, finchè non è stato costretto dall’uefa tipo fine anni 80. li metteva belli grandi sulla chiappa dei pantaloncini.

  2. Ringrazio @ComunqueMilan per l’articolo e il video del NOSTRO GRANDE MILAN DEL PARON ROCCO che mi ha fatto commuovere.
    È stato bellissimo vedere a fine partita vittoriosa i nostri giocatori raccogliersi al centro del campo e salutare con l’applauso tutti i tifosi.
    Gesto che non fanno più i giocatori di oggi che fanno quella insulsa corretta solo verso i tifosi della curva. Mostrano cosi scorrettezza e insensibilità nei confronti della maggioranza dei tifosi perché la curva rappresenta solo una minoranza della grande tifoseria allo stadio di San Siro.

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