Silvio 4 Ever

Trentuno anni e qualche settimana sono un periodo di tempo ragguardevole anche per un papa. Solo in due sono durati così tanto: San Pietro, bontà sua, e Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti. Dal giugno 1846 al febbraio 1878 ne vide davvero tante, dall’Unità d’Italia alla Breccia di Porta Pia, finché giunse anche per lui il momento fatale del closing.
Oggi certo non muore Silvio Berlusconi. Finisce semplicemente l’epoca più splendida della sua vita, la grande impresa di cui andare fiero, il capolavoro grazie al quale si illuminano gli occhi di milioni di tifosi dal Giappone alla Colombia, da Capo Nord a Timbuctù. Tra di loro non si conoscono e non saprebbero neanche come dirsi buonasera, ma grazie al Milan di Berlusconi il potere magico di una maglia a strisce rosse e nere è stato esportato in tutto il mondo, e oggi un qualunque De Sciglio è – per qualche inspiegabile motivo – l’idolo delle teenager cinesi.

In un film più che discreto di un paio d’anni fa, Danny Boyle e il suo sceneggiatore Aaron Sorkin si sono cimentati con discreto successo nel compito di riassumere in soli tre episodi un’esistenza titanica come quella di Steve Jobs. Ma suvvia, sarete d’accordo che il Milan di Berlusconi ne merita almeno quattro.

1986. A Barcellona per il Trofeo Gamper, mentre si innamora perdutamente della falcata di Ruud Gullit tanto da spedire (per ora invano) Ariedo Braida nella sua camera d’hotel, Berlusconi inorridisce quando scopre che nel menu pre-partita della squadra non manca mai una fetta di crostata. “E’ un insulto alle conoscenze dietetiche moderne. Ci vuole un dietologo”. L’Italia è sempre stata restia al cambiamento, gli intellettuali da carta stampata sono sempre pronti a sbeffeggiare i parvenu e nel caso di Berlusconi le due cose sono più vere che mai. Qualche mese dopo, quando il Cavaliere persiste nella sua battaglia da nutrizionista radunando fior di dietologi e preparatori atletici che hanno seguito Reinhold Messner e Francesco Moser, il rumore di fondo si fa dileggio vero e proprio, a volte anche fuoco amico. “La dieta ha aiutato Messner a scalare il monte Lhotse?”, commenta Liedholm, “Allora è per quello che ha visto lo Yeti!”. Col senno di poi, è assai probabile che Berlusconi non abbia mai posseduto alcuna nozione di dietologia, come molte altre cose, e che in moltissime faccende della vita abbia spesso adoperato la strategia o la va o la spacca, lo spararle grosse per ottenere furbescamente almeno un realistico 20% di quanto agognato e sbandierato. Ma come nei film di Hitchcock le cose succedevano grazie a oggettini di scarso valore, bottiglie o bicchieri di latte, la crostata è il MacGuffin per entrare in un universo visionario, esaltante e delirante, indiscutibilmente avanti di vent’anni. Partito tra le pernacchie, il Milan di Silvio&Arrigo 1987-1990 è ancora oggi riconosciuto in tutto il mondo come una delle tre squadre di club più forti di tutti i tempi. Pensateci, la prossima volta che al ristorante sfogliate la lista dei dolci.

1992. Il fascino discreto dell’elicottero fa cadere ai nostri piedi anche il Principe Azzurro Lentini, atteso da magnifiche sorti e progressive prima di schiantarsi a 200 all’ora contro il guard-rail della Torino-Piacenza. Vicenda carica di ambiguità e sarcasmo, degna di una grande commedia all’italiana, con un Berlusconi più ganassa che mai che alla settima estate da presidente infligge all’Avvocato Agnelli lo smacco più smaccato. “Non pensavo si potesse arrivare a tanto”, commenta quello, con finto sdegno. E’ necessario arrivare a tanto? A che pro rendersi per la prima volta davvero antipatico a tutti i non milanisti ostentando il colore dei soldi fuori tempo massimo, in un 1992 di grave congiuntura economica (appena 10 giorni dopo andrà in scena il famigerato prelievo forzoso notturno del 6 per mille sui conti correnti da parte del Governo)? Perché gettare fango sul proprio vestito da sera imbastendo un’operazione così spericolata da non poter passare inosservata? Sì, c’è il fin di bene, e il Milan dell’autunno 1992 è la squadra più devastante dell’era Berlusconi; ma c’è anche il tarlo dell’ambizione sempre più sfrenata e dei fumogeni da sparare per distogliere l’attenzione da una situazione personale e patrimoniale carica di inquietudine. Ancora una volta, in Berlusconi, il Milan e la vita coincidono. Molto presto non sarà più così.

2003. Non sappiamo quale delle cinque Coppe dei Campioni abbia procurato a Berlusconi il godimento maggiore: i tifosi, però, non hanno dubbi e indicano Manchester sulla cartina. Lo sa il Cavaliere e lo sa soprattutto il Presidente, di una nazione e non solo di un club. La metamorfosi è avvenuta e si è compiuta nel maggio 2001 all’indomani della schiacciante vittoria elettorale: ho dato tanto al Milan, è giusto che qualcosa inizi a tornare indietro. Così nelle ultime pagine di un dimenticabile libro di Bruno Vespa compaiono degli schemi scritti a penna che Berlusconi attribuisce a sé stesso, disegnati poche ore prima di Milan-Juventus del 28 maggio 2003. “Ai bordi di uno sterminato prato inglese Berlusconi confessava Ancelotti. Tracciavano insieme gli schemi di gioco”. Angolo a rientrare, angolo a uscire, posizioni da tenere sui corner avversari. “Con Carlo abbiamo anche concordato i cambi da effettuare”, minimizza il sempre schivo Cavaliere. Nessun giornalista politico pone la questione che la partita sia finita 0-0, e dunque si sia trattato al massimo di schemi pareggianti. Berlusconi ordina, Berlusconi dispone, Berlusconi tuona: faccia entrare Serginho, metta due punte, giuochi col trequartista. I tifosi, noi, comprendono ma sopportano sempre meno, essenzialmente grazie a colpi di teatro da vecchio leone (Nesta è il Lentini 2.0, fortunatamente più accorto al volante). La misura è via via sempre più colma. Una sera, dopo il derby vinto 3-2 in rimonta, interviene in diretta alla Domenica Sportiva, rimbrottato a seguire da Lucia Annunziata presidente della RAI. Non c’è più privato e pubblico, calcio e politica: è un’unica grande zuppa che Berlusconi rimesta e da cui cerca di allontanarsi, diradando le presenze allo stadio e delegando sempre più a Galliani, ma non riuscendoci del tutto. Non è facile scappare da sé stessi.

2015. Gli anni del declino, dell’oblio, degli ottavi posti, dei Cerci spacciati per Cristiani Ronaldi, dei Mexes rinnovati a oltranza. Berlusconi vecchio, cadente e decadente, come nella natura umana, una natura da cui Berlusconi per troppo a lungo ha ritenuto di essere immune. Invece eccolo, patetico e circondato da sguardi imbarazzati, mentre lancia un grottesco hip hip hurrà seduto tra Muntari e Menez “per un Milan vincente nel 2015” (arriverà decimo, peggior piazzamento del millennio). La stessa satira di Berlusconi, un tempo sferzante, si è fatta stanca e reazionaria, più concentrata sui tacchi e sulle enormi orecchie che non sulla sostanza: i suoi avversari sono invecchiati con lui. Se ai tempi della crostata, vittime di ingenuità e vecchi retaggi, semplicemente non capivamo, ora capiamo tutti troppo bene e ci rassegnamo a fargli da badante, nella speranza sempre meno nascosta che si tolga di mezzo per spartirci una dubbia eredità. Quel momento arriva sempre; quel momento è arrivato. Ci separiamo da un uomo molto più ricco di come l’avevamo conosciuto, di soldi, di ricordi, di avventure; ma adesso anche molto più solo. Evidentemente è il destino dei più grandi e dei più discussi. Andiamocene in rispettoso silenzio, lasciandolo come Napoleone a Sant’Elena, mentre fissa non l’oceano ma i tanti gioielli luminosi della sua bacheca, 29 per tacere delle finali e dei secondi posti, e specialmente quei cinque dalle orecchie così grandi. Più grandi persino delle sue.

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