Quel pomeriggio di un giorno da cani

fatalverona

Esistono luoghi strani, probabilmente stregati, dove le cose non vanno mai come dovrebbero. Nei primi anni ’90 il grande Real di Butragueno, Hugo Sanchez e Prosinecki, così tronfio e pieno di sé, lasciò due scudetti consecutivi sull’erba dello stadio Heliodoro Rodriguez Lopez di Tenerife. Come Perugia per gli juventini e Mantova per gli interisti, la nostra cittadina dell’orrore è Verona e ormai non c’è più neanche bisogno di spiegare per filo e per segno il motivo: Verona è fatale, punto e basta, a partire dalle ore 18 del 20 maggio 1973.

Rileggendo le cronache con la freddezza accumulata per quarant’anni a lenire le ferite, sembra proprio la riedizione in salsa rossonera del famigerato 5 maggio 2002. Quattro giorni prima il Milan ha festeggiato a Salonicco la sua seconda Coppa delle Coppe, 1-0 in finale contro il “maledetto” Leeds United. Ma non sono tutte rose e fiori: la prestazione è stata alquanto squallida, con un catenaccione a difesa del golletto di Chiarugi arrivato dopo pochi minuti; le risse sono state continue, la fatica immane, aumentata dal terreno pesante e dalla pioggia battente, con l’immagine leggendaria di Nereo Rocco incappucciato in panchina, con un asciugamano sulle ginocchia per bagnare il meno possibile le giunture. Intuito il calo di forma dei suoi, il Paròn aveva cercato di far spostare l’ultima giornata; il giovane presidente Albino Buticchi aveva bussato alla porta del presidente federale Artemio Franchi sentendosi rispondere picche, per bassi motivi di incassi del Totocalcio.

Il Milan è rientrato in patria inciucchito di fatica, ma c’è ancora l’ultima salita. A Verona c’è una Stella da afferrare e a nessuno pare possibile che possa impedircelo il pacioso Hellas, aritmeticamente salvo e assiso su una classifica di assoluta tranquillità: una squadra che, in 14 partite casalinghe di campionato, è riuscita a vincere solo contro la derelitta Ternana. I milanisti accorrono in massa al Bentegodi e lo stipano con l’entusiasmo che si confà al chilometro finale di un campionato così rocambolesco, ricco di colpi di scena e ribaltoni, che ha visto il Milan prendere la testa solitaria a marzo e non mollarla più fino alla fine. L’ultima in casa è stato un 3-1 al Bologna utile a tenere a distanza Juve e Lazio, entrambe vittoriose per 2-1 su Inter e Verona. La classifica è un thriller dal finale aperto: Milan 44, Juventus 43, Lazio 43. Le tre trasferte finali sono tutte abbordabili, in casa di squadre già appagate: Verona-Milan, Roma-Juventus, Napoli-Lazio.

Il Verona è allenato da Giancarlo Cadè, un mite bergamasco che già allora faceva parte del Pantheon dei tifosi juventini: sei anni prima, nel 1967, il suo Mantova aveva battuto all’ultima giornata l’Inter, grazie anche a un’epocale papera di Giuliano Sarti. Con quella sconfitta i non-ancora-gobbi avevano superato al fotofinish i non-ancora-prescritti, ponendo ufficialmente fine all’era della Grande Inter di Herrera. L’undici titolare dell’Hellas è una lista di cognomi da pagine di cronaca locale: Mascalaito, Batistoni, quel Pierluigi Busatta cui è affidato nientemeno che Rivera, o ancora lo sconosciuto Glauco Cozzi che, entrato per sostituire l’infortunato Nanni, dovrà prendersi cura dell’eroe di coppa Chiarugi.

Il 20 maggio 1973 è un giorno funesto per lo sport italiano: a Monza, alla prima curva del Gran Premio delle Nazioni di motociclismo classe 250, una caduta del romagnolo Renzo Pasolini innesca una carambola che coinvolge quattordici piloti in tutto. Sull’asfalto rimangono Pasolini e il grande finlandese Jarno Saarinen, campione del mondo in carica. Succede intorno alle tre e un quarto, meno di un’ora prima del calcio d’inizio. La diretta tv sul Primo Canale amplifica la tristezza e lo sconforto, che si diffondono anche via radio tra i tifosi negli stadi. All’epoca Tutto il Calcio Minuto per Minuto racconta solo i secondi tempi, di Sky e Internet manco a parlarne, e così per i primi 45 minuti giocatori e tifosi rimangono all’oscuro di ciò che succede sugli altri campi.

Consapevole che di benzina ce n’è ben poca, il Milan parte forte cercando di chiudere la pratica in pochi minuti. In difesa manca il pilastro Schnellinger, costretto a saltare le ultime due partite stagionali per infortunio; lo sostituisce Maurizio “Ramon” Turone, destinato all’immortalità otto anni dopo per una questione di centimetri. Il più attivo è Benetti, che conclude in proprio senza fortuna e due minuti dopo mette Rivera davanti al portiere: fuori. Ma il Milan ha l’autonomia di una stella filante: esaurita la sfuriata iniziale, ci cedono di schianto le gambe. Al 17′ il mattocchio Zigoni, arrivato proprio quell’anno in riva all’Adige per espiare le colpe delle stagioni con Juve e Roma, scappa via ad Anquilletti e pennella al centro per il colpo di testa di Paolo Sirena, ordinario numero 3 al primo gol in campionato. Turone è immobile, Vecchi è fuori posizione: alla luce del sole, gli eroi della notte di Salonicco svelano rughe profonde. Nessuna reazione al di fuori di una sequenza stucchevole di tocchetti; dieci minuti dopo il Verona si stufa, ruba palla con facilità irrisoria e punta dritto verso la nostra area, dove il caos sta banchettando ormai da dieci minuti. Un’azione da flipper si conclude con un tiraccio del numero 9 Livio Luppi che, deviato da Sabadini, scavalca Vecchi e finisce beffardamente in rete. L’elettrocardiogramma è piatto: due minuti dopo Bergamaschi va via al disorientato Turone come neanche Garrincha e tocca indietro, dove ancora Luppi incenerisce nello scatto Zignoli e segna di sinistro il 3-0. Era più di un anno che il Verona non segnava tre gol in una partita: c’è riuscito in mezz’ora, contro i primi in classifica.

L’ultimo singulto del moribondo produce quantomeno un gol di Rosato, che azzecca dalla grande distanza il tiro della domenica e ci porta sull’1-3. Poi è di nuovo tran tran, con Benetti che manca di poco il diagonale del 3-2 e Zignoli che rischia il fallo da rigore proprio allo scadere di tempo. C’è ancora la speranza dei risultati di Roma e Napoli: quando la radio si degna finalmente di dare notizie, i tifosi del Milan scoprono di essere ancora vivi. La Lazio è bloccata sullo 0-0 al San Paolo in un clima pesante al limite dell’intimidazione, mentre la Juve è addirittura sotto di un gol: si profila così uno spareggio Milan-Lazio.

Confinato in tribuna nel giorno del suo 61° compleanno, dopo una lunga squalifica per le vicende post Lazio-Milan (quando l’ineffabile Lo Bello padre, genitore di degno figlio, aveva annullato per fuorigioco un gol regolarissimo di Chiarugi), il Paròn apprende le notizie insieme agli altri astanti. Sa meglio di tutti che non c’è da sperare in grandi rimonte: il Milan è in ginocchio. Ricorderà Rivera anni dopo: “Dopo Salonicco dissi a Rocco di lasciarci a casa al ritorno dalla Grecia, che eravamo tutti professionisti e che sapevamo come ripresentarci in campo nelle migliori condizioni. A Verona perdemmo, e non so se tutti a casa si comportarono da professionisti. Aveva ragione Rocco che voleva tenerci in ritiro“. La squadra che rientra in campo è una covata di teneri gattini, incapace di alzare il passo sulle accelerazioni veronesi. Ogni volta che l’Hellas supera la metà campo siamo come Robin Williams nella Leggenda del Re Pescatore: le allucinazioni da panico ci fanno credere di avere contro Gerd Muller e non il più modesto Livio Luppi, numero 9 che aveva segnato a ottobre il suo ultimo gol. La rete del 4-1 è inconcepibile, con Luppi che fa fare la figura del pollo al povero Zignoli. Vedendo di colpo insidiata la palma del peggiore in campo, due minuti dopo Turone rimette le cose in chiaro deviando un’altra ciabattata da fuori del solito Sirena, con Vecchi statua di sale. Cinque a uno, che disastro. La radio gracchia notizie impietose: a Roma Vycpalek ha messo in campo il bomber di scorta Altafini e questi ha puntualmente pareggiato, come spesso gli succede. A 10 minuti dalla fine Juve, Milan e Lazio sono incredibilmente tutte a 44 punti, per un potenziale spareggio a tre difficile addirittura da concepire.

Poi succede qualcosa di losco e di fosco, sicuramente poco chiaro. Mentre il Milan indora la pillola fuori tempo massimo con i gol Sabadini e Bigon e si consegna alle contumelie di Rocco (che così esordirà in conferenza stampa: “Ecco i miei cadaveri“), all’Olimpico la Roma molla, si rilassa, la Juve preme e dai e dai, a tre minuti dalla fine, un tiraccio dal limite dell’area di Cuccureddu, forte ma evidentemente centrale, si insacca alle spalle dell’immobile Ginulfi. Quasi contemporaneamente, a Napoli, un gol di Damiani condanna la Lazio al terzo posto. Il triello alla Sergio Leone ha premiato la Juve, come altre volte era successo e altre ancora succederà in futuro. Il tempo ha chiarito i contorni nebulosi di quel pasticciaccio che si può riassumere così: la Juve aveva promesso robusti premi a vincere al Napoli e probabilmente anche al Verona, e contemporaneamente aveva ammorbidito la resistenza della Roma ricordandole che non era mai buona cosa, in prospettive future di mercato, inimicarsi una società potente come quella facente capo alla FIAT. Così va il calcio – vogliamo dire, così andava il calcio in quei bizzarri anni ’70.

Reti: 17′ Sirena, 25′ aut. Sabadini, 29′ Luppi, 32′ Rosato I (M), 70′ Luppi, 72′ aut. Turone, 81′ Sabadini (M), 90′ Bigon I (M)

VERONA: Pizzaballa, Nanni (32′ Cozzi), Sirena, Busatta, Batistoni, Mascalaito, Bergamaschi, Mazzanti, Luppi, Mascetti, Zigoni – All.: Cadè
MILAN: Vecchi, Sabadini, Zignoli, Anquilletti, Turone, Rosato I, Sogliano, Benetti II, Bigon I, Rivera, Chiarugi – All.: C. Maldini – DT: Rocco

Arbitro: Monti

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