Que reste-t-il de nos amours

Per molti milanisti, Berlusconi c’è sempre stato. In fin dei conti, basta essere nati, poniamo, nel 1976 e avere 40 anni, età non precisamente sbarazzina. E non essere stati bambini così infoiati da interessarsi alla pur spettacolare persona di Giussy Farina, che gli vendette il Milan nel 1986. berlusconi87

Oggi che la sua distanza dalla squadra (così come dalla Presidenza del Consiglio) è un semplice dato di fatto, scriverne è più difficile di quanto sembri. Come Brad e Angelina, il nostro matrimonio è stato intenso ma non abbiamo più granché da dirci. E per la in fondo doverosa e nobile causa di omaggiare i suoi 80 anni, il pensiero di rituffarsi in questi trent’anni in cui si è insediato in pianta stabile nella vita degli Italiani (e per noi tifosi milanisti, sia nella vita che nei sogni) risulta sfiancante. Onestamente, abbiamo già dato, tutti quanti. E abbiamo dato tanto.

E’ ben vero che ha dato tanto anche lui. Certo, non disinteressatamente: il Milan gli ha dato molto in termini di voti, prestigio, in effetti anche autostima: non era poca quando era giovane, ma poterla sbattere in faccia all’Italia, all’Europa, al mondo deve avere avuto per lui un effetto moltiplicatore irreversibile difficilmente ottenuto costruendo quartieri nell’hinterland, comprando Sorrisi & Canzoni o trasmettendo La Ruota della Fortuna.
Ma è difficile dare UN giudizio soprattutto perché non c’è UN Silvio Berlusconi. Ne esistono due. Tipo Plinio: abbiamo Silvio il Vecchio e Silvio il Giovane. Per intenderci: Plinio il Giovane fu uno spregiudicato politico, tra l’altro accusato di concussione (LOL). Suo zio, Plinio il Vecchio è quello che morì perché rimase lì a guardare mentre il vulcano distruggeva Pompei.

Silvio il Giovane è stato quello delle acclamate Intuizioni Folgoranti, come il colpo di fulmine per Sacchi o la promozione di Capello. Che poi erano diversissimi, come storia personale, come esseri umani, come gioco praticato. Ma proprio questa è la dimostrazione che Silvio il Giovane non seguiva schemi coerenti, ma si giocava dei jolly: “Questo è bravo perché lo scelgo io. E se non lo è, lo diventerà perché lo scelgo IO“. Glielo avremmo visto fare poi come politico, elevando a ministri gente come Cesare Previti e Mara Carfagna (che poi, meglio lei che Gasparri, sempre e comunque).

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Poi, sempre meno Giovane, ha detestato gli allenatori ingaggiati da Galliani: Zaccheroni, Terim, Tabarez, Allegri, Mihajlovic. Accomunati solo dal fatto di non essere stati inventati da lui. Ancelotti, invece, è assimilabile al primo Capello: una soluzione interna da lui caldeggiata, sottoposta a breve rodaggio: eppure, proprio con lui abbiamo visto il momento in cui definitivamente Silvio il Vecchio è subentrato a Silvio il Giovane: nel 2004, dopo il celebre derby vinto 3-2 in rimonta con gol di Seedorf (toh!). “Chi allena il Milan deve schierare sempre due punte“, strigliò Ancelotti. Il quale, da furbo contadino, sorrideva al padrone e poi faceva di testa sua, come ha svelato Costacurta: “Il presidente chiedeva di far giocare Kakà più avanti e Ancelotti diceva di sì. Ma a Kakà, diceva: dopo i primi 5 minuti mettiti più indietro“.

Ora, se c’eravate, anche da avversari politici non potete negare che l’entusiasmo (e megalomania) di Silvio il Giovane ci facevano brillare gli occhi. Non era solo questione di avere una squadra forte. Erano quel gioco, quegli uomini, quel coraggio, quell’eleganza. Tutto funzionale alla grandeur berlusconiana, ma perbacco, funzionale anche a noi. E solo a noi, in quanto NOI. Perché Pellegrini, Moratti, Agnelli, Cragnotti, Tanzi, a parità di denaro buttato sul piatto, non fecero le stesse scelte. Di fatto, Silvio il Giovane non diede solo vittorie ai milanisti. Gli diede la possibilità di dire finalmente davvero “Siamo belli come il sole”, come ci sentivamo anche in serie B, come invocava un Milan Club indimenticabile, presente a San Siro anche nei tempi brutti.

Ma Silvio il Vecchio è stato ben altro uomo. Dello spettacolo, come del miracolo italiano, non gli fregava più niente. Si vince? Bene. In qualunque modo ciò avvenga. Si perde? Colpa degli altri. Chi se ne frega. Ben altre, le priorità. I sondaggi. Le cene eleganti. I giudici. berlusconi-telefonata
Assediato da un esercito di figli e squali assortiti che lo hanno sfinito, dagli ultimi lacché che lo assecondano sperando di raccogliere le ultime briciole di una torta dalla quale hanno mangiato tanti miracolati, l’uscita di scena di Berlusconi è il contrappasso della sua entrata, con gli elicotteri e la rapidissima conquista del mondo, culminata in una punizione di Bubu Evani (eccoci!). Ironicamente, non un appariscente campione mediatico, ma un operaio che era stato assunto dal suo predecessore Farina.

Fa impressione dirlo, ma Berlusconi sta per lasciare il calcio da perdente. Non fa che perdere, e malissimo, dal 2011. Intendiamoci, sono cose che succedono; siamo rimasti a bocca asciutta per periodi più lunghi (e certe altre squadre, anche di più). Ma se sei Berlusconi, la cosa contraddice tutto ciò per cui hai vissuto. E se sono ancora ammissibili le defaillance in sede di mercato – le pantomime a negare pubblicamente le cessioni di Kakà, Ibra e Thiago Silva (che in fin dei conti potevano presupporre un calcolo, e quindi un’idea di gestione societaria), vederlo inneggiare a Cerci, a CERCI!!!, è stato un punto di non ritorno. berlusconi cerciLì abbiamo capito che la lava lo aveva sommerso.

E allora, qual è la risposta alla (sua) grande domanda? Che cosa resta, del nostro amore? Beh, è semplice. Il cuore, come è giusto, ricorderà Silvio il Giovane. Ma la testa non può scordare Silvio il Vecchio.

Detto questo, auguri. A lui, e a noi.

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