Qualcuno volò sul nido del cu-Gullit

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Nell’epopea probabilmente irripetibile del Milan di Capello – tre finali di Champions consecutive, quattro scudetti in cinque anni, 58 partite consecutive senza sconfitte, la striscia-record di 929 minuti d’imbattibilità di Seba Rossi che Buffon sta provando a battere in queste settimane – c’è stato spazio per un frammento, col senno di poi, piuttosto curioso. Per qualche settimana, in Italia, qualcuno osò sfidare il nostro Impero del Sole, una squadra di smisurata potenza tecnica ed economica, che a un certo punto annoverava 5 degli ultimi 6 Palloni d’Oro (più Baresi e Maldini, che forse lo meritavano anche). Quella squadra non si faceva vanto della propria arrogante nobiltà come la Juve tardo-bonipertiana, né rincorreva gli ultimi scampoli di gloria come il Napoli del post-Maradona, né era qualche rampante parvenu con soldi di provenienza incerta, tipo la Lazio o il Parma.
Era, più modestamente, l’Inter di Osvaldo Bagnoli, il Mago della Bovisa.

Andò così. Il Milan, che alla 23° giornata aveva 11 punti di vantaggio sui cugini e si sentiva ragionevolmente lo scudetto in tasca, inizia a seminare per strada pareggi e addirittura sconfitte, come quella contro il Parma causa punizione di Asprilla. 2 punti in 3 partite, con affannosissimi pareggi in rimonta contro Torino e Napoli, quando aveva dovuto pensarci il redivivo Lentini a recuperare uno svantaggio di 0-2. Inter che invece viaggia a tutto vapore, catenaccio e contropiede come da tradizione, trascinata dai guizzi del nano uruguagio Ruben Sosa, non perde da 13 partite e ha persino sbancato il Delle Alpi con una rete del sussiegoso principe russo Igor Shalimov. In tre giornate ha insomma recuperato 4 punti e si è riportata sotto a -7 da un Milan stracotto, con ancora otto giornate da giocare. In tv e sui giornali, cui non par vero di riavere improvvisamente una parvenza di campionato, è tutto uno sbocciare di tabelle e calendari-fino-alla-34°-giornata, con contorno di parallelismi un po’ avventurosi (“è più forte Shalimov o Gullit? Albertini o Manicone?”). Ogni proposito di rimontona, naturalmente, a patto che si vinca il padre di tutti gli scontri diretti: il derby, in programma sabato 10 aprile, vigilia di Pasqua.

Tre giorni prima il Milan ha trovato a Goteborg la finale di Champions League con un turno di anticipo, centrando nel frattempo la nona vittoria consecutiva europea (la striscia-record si fermerà a 10 ed è stata recentemente eguagliata dal Bayern di Heynckes e Guardiola). Il gioco, però, non sgorga più fluido e spettacolare come in autunno, quando le partite finivano 5-1 o 7-3: il pubblico svedese, che si aspettava gli Harlem Globetrotter, è inorridito davanti alle frequenti spazzate in tribuna di Nava, Tassotti e Costacurta. L’Inter, che in Europa si è presa un anno di ferie grazie ai disastri di Orrico e Suarez l’anno precedente, è invece reduce da una vittoria in grande stile a Marassi, in cui è stato scongelato nientemeno che Salvatore Schillaci, eroe delle notti magiche 1990, il cui precoce declino è andato di pari passo con una malinconica calvizie. Ma in questa primavera dei miracoli, in cui un intero popolo sogna che la linea Bergomi-De Agostini-Paganin-Battistini possa essere meglio di Tassotti-Maldini-Baresi-Costacurta, persino Totò può legittimamente alzare la cresta, ben oltre i limiti della strafottenza: “Faremo catenaccio come al solito. Non siamo noi a dover vincere a tutti i costi, ma loro. Mica è l’Inter la squadra più forte del mondo… Il nostro scudetto è il secondo posto; il loro, quello di dare sempre lezioni“.

Insomma, gli interisti non lo diranno mai apertamente, ma stanno gufando con la lucida disperazione di Robert De Niro in Taxi Driver, e non appena ci avranno a tiro non perderanno l’occasione per fare BANG! E tutti nascondono nel taschino le loro brave tabelline: dopo il derby sarà -5, poi ci saranno Milan-Juve e Brescia-Inter e quindi sarà -3, poi il Milan ha due trasferte di fila e quindi… yuk yuk! Che pomeriggio d’inferno che ci aspetta, con Van Basten ancora immusonito in tribuna, l’attacco che non segna più, Gullit col numero 10 ai ferri cortissimi con Capello, Lentini ed Eranio esterni improvvisati.

L’Osvaldo, costretto alle stampelle, si accomoda negli spogliatoi, davanti ai monitor della RAI, sostituito in panchina da Sergio Maddé. E’ un pomeriggio uggioso ma San Siro è pieno come un uovo, con 75 mila spettatori e oltre 3 miliardi d’incasso. L’Inter gioca meglio. Dopo la cappellata che all’andata costò il posto ad Antonioli, SebaRossi rischia di fare peggio avventurandosi in un dribbling al limite dell’area su Ruben Sosa, che gli soffia il pallone ma fortunatamente cincischia. Il Milan si vede pochissimo, quasi sempre a sinistra, dove Lentini fa soffrire l’inadeguato Angelo Orlando. Papin è abulico come quasi sempre da quando ha sbagliato il rigore in coppa Italia contro la Roma, Gullit dorme il sonno del sabato pomeriggio. Pairetto fischia come un capostazione per tenere a bada i nervi di un derby bruttino e tesissimo.

Finché succede l’irreparabile. Punizione di Sosa e capocciata vincente del babau Berti: chi crede che il Milan abbia iniziato a prendere gol da fermo solo da qualche anno, non sa quel che dice. San Siro esplode come una santabarbara, il che tradisce tutte le tensioni e le speranze nascoste in una settimana di vigilia: all’esultanza rabbiosa di Zenga si potrebbe applicare una nuvoletta da fumetto con dentro scritto “SEEEEHH CAZZO SEEEEHHHH” (che è il massimo dello sforzo intellettuale di cui sarebbe capace Zenga). L’intervallo arriva quasi subito, col suo carico di malumore e nuvoloni.

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Secondo tempo. Se gli eroi dormono, è l’ora dei geometri. Albertini prende per mano il Milan e scalda finalmente quei guanti di Zenga rimasti immacolati in tutto il primo tempo. L’Osvaldo ordina l’indietro tutta: fuori Orlando e dentro il 22enne Mirko Taccola, che un tempo passava per una delle maggiori speranze del calcio italiano. La puntuale contromossa di Capello è Massaro per Papin, con Gullit e Lentini punte centrali. I minuti scorrono, il campo si fa poltiglia, la tensione in campo sale proporzionalmente al sogno impronunciabile dei 60 mila interisti. Altro che derby: siamo decisamente in trasferta. Zenga scarica l’adrenalina sul grugno di Lentini, colpevole di un’entrata un po’ energica su Taccola. Schermaglie da derby, occasioni zero, la stiamo perdendo. 82′: lancio da avemaria di Costacurta, l’impagabile Massaro sgattaiola davanti a Battistini e lo beffa con l’anticipo di testa che diventa assist per Gullit. L’amico di Madiba, risvegliatosi dal torpore pasquale, scarica in rete il destro dello scudetto.

ll campionato è finito. L’Inter si consola rimettendosi a far di conto e scoprendo che, con questo pareggio, a fine stagione non potremo più matematicamente battere il record dei 58 punti del 1988-89 (sono soddisfazioni, eh). Zenga, il solito elegantone, ripone il quaderno a quadretti per esibirsi in ripetuti gestacci verso la Sud. A mente fredda, tornando mestamente a casa dopo aver cullato il sogno impossibile, chissà se qualche nerazzurro guarisce dall’allucinazione collettiva di pensare che De Agostini, Paganin e Schillaci potevano arrivare davanti a Baresi, Rijkaard e Gullit. Siccome è il sabato di Pasqua, è proprio il caso di scriverlo: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.

Reti: 44′ Berti, 83′ Gullit

INTERNAZIONALE: Zenga, Bergomi, De Agostini, Berti, Paganin, Battistini, Orlando (55′ Taccola), Manicone, Schillaci, Shalimov, Sosa – All.: Bagnoli

MILAN: S. Rossi, Tassotti (27′ Nava), P. Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi II, Lentini I, Rijkaard, Papin (63′ Massaro), Gullit, Eranio – All.: Capello

Arbitro: Pairetto

One Comment

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  1. I soliti coglioni i cuginastri, come in questo momento, ma è bello vederli uscire ogni tanto dalle loro fogne giusto per ricordarsi chi sono….

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