PSICOMILAN

(di Leonardo Pinto)

Vi piace la parola “psicolabile”? Non ne trovo un’altra. Penso che il tifoso milanista lo sia un po’ più di altri, sicuramente più delle tifoserie delle rivali storiche. Ma lo siamo perché lo è anche la squadra? O siamo noi a trasmetterglielo? Oppure ci influenziamo a vicenda, siamo talmente in sintonia con lei da vivere i suoi stessi altalenanti momenti di euforia e depressione, coraggio e paura, dinamismo e immobilità? C’è uno psicologo in sala? Se c’è, immagino che il suo primo consiglio, così di prima mattina (e di lunedì) sarebbe di cercare in noi stessi degli elementi di equilibrio e fermezza. Ma li abbiamo? Vediamo la situazione, e i Grandi Interrogativi.

  1. L’ALLENATORE È PSICOLABILE? Il fatto che Pioli abbia l’aria tranquilla, nel nostro campionato (e forse in Italia in generale come nazione) è una colpa grave. In genere, in serie A (e forse in Italia in generale) davanti a un esagitato paranoico nevrotico e delirante, si tende a concordare: quello è un grande leader, ce ne fossero come lui. Pioli è con noi da poco più di due anni e ha ottenuto risultati che mancavano dai tempi in cui avevamo un Presidente che comprava all’allenatore tanti bei giocattoli. Però ha alle spalle una lista di cicli incompiuti che pesano – su noi tifosi forse anche più che su di lui. Quando infila un filotto di buone partite, i Piolisti gongolano. Quando ne arrivano tre deludenti, i #Pioliouters scatenano l’inferno. Siamo così abituati a questi alti e bassi che viene quasi da dire che Pioli è prevedibile: sei mesi fa, nel momento di maggiore sfiducia abbiamo travolto la Juventus nel suo stadio. Nel momento di maggiore fiducia, ci siamo sotterrati come struzzi in casa col Cagliari. Nel momento di maggiore ansia, abbiamo vinto a Bergamo. Si sa, spesso la differenza nel calcio la fanno piccoli dettagli, come rimpalli, errori, deviazioni (grazie al piede di Temeze, gli opinionisti sono tornati in adorazione dell’Atalanta; grazie alla nuca di Cutrone il Napoli non viene nemmeno più considerato in alta classifica, come anche noi del resto). Ma a volte la squadra dà la sensazione di non cercarli, gli episodi. Così come dà la sensazione di non prendere sul serio fino in fondo il suo allenatore. Alcune situazioni osservate negli ultimi tempi fanno pensare che potrebbe essere un pochino reciproco. Tutti quei palloni regalati agli avversari durante situazioni di possesso davanti alla nostra area sono peccati di superficialità sia dei giocatori, che di colui che li rassicura: “Tranquillo: difendi palla, guarda e imposta”. Ma non tutti i giocatori lo possono fare, non tutti hanno le stesse capacità. Fermo restando che anche Pirlo perdeva una quantità di palloni sanguinosi, ma poi qualcuno alle sue spalle rimediava col martello di Thor. La fiducia incondizionata da papà comprensivo di Pioli è quasi un segno di disinteresse per i punti deboli dei suoi giocatori, non si preoccupa delle loro sofferenze. Da un po’ di tempo sembra pensare, come un partito un po’ in disgrazia, che “uno vale uno”, cioè che Bakayoko e Kessié possono fare lo stesso lavoro, che Florenzi e Kalulu siano equivalenti, che Brahim Diaz e Messias e Saelemaekers e Krunic prima o poi troveranno modo di portare la palla a Ibrahimovic, e a quel punto il più è fatto. Da un mese, anche tenendo conto (come non farlo?) degli infortuni, tutti quanti stiamo cercando di interpretare le sue formazioni di partenza. Che quasi sempre lui stesso si ritrova a correggere urgentemente tra il primo e il secondo tempo. Ipotesi: Pioli è stato uno degli allenatori più veloci ad approfittare del passaggio a cinque sostituzioni. In una squadra non esattamente strapiena di top player, il dosaggio delle energie dei vari elementi ha favorito il collettivo. Ma il fatto che ora si debba ricorrere alle terze linee (Daniel Maldini, Castillejo, Gabbia, lo stesso Bakayoko. Peraltro i primi due hanno un rendimento piuttosto soddisfacente, rispetto ai minuti giocati) significa un abbassamento medio della qualità, una maggiore insicurezza della squadra, e il rischio di indurre gli avversari (Fiorentina, Sassuolo, Udinese) a giocarsela in assoluta tranquillità, perché il re, cioè la capoclassifica, era nudo.
  2. LA DIFESA È PSICOLABILE? Perso il colonnello Kjaer, siamo tornati ad affidare il comando al destituito Romagnoli. Che forse nella parte del destituito ci stava bene: la partita col Sassuolo ha demolito di nuovo quel po’ di autostima che aveva. Tomori contro il Liverpool ha rivelato al mondo che anche lui può commettere gli stessi errori degli altri. Calabria quasi non ce lo ricordiamo più. Theo Hernandez sembra già intento a preparare la valigia per i Mondiali. A dare solidità al reparto di solito pensano Tonali e Kessié (attenzione: in area, non appena fuori, dove l’Ivoriano è un pericolo quanto Bakayoko). Quindi, che si fa? Prendiamo un vice-Kjaer e gli affidiamo le chiavi della città? O torniamo a sperare che Romagnoli sfoderi il DNA di Nesta (o quanto meno, di Acerbi)? La perdita di Kjaer va al di là del problema tecnico: il fatto che questi ragazzi vadano in psicodramma tutti insieme è dato anche dalla mancanza di leader esperti, e quelli non li prenderemo su nessun mercato (e forse è per questo che Pioli insiste su Florenzi anche quando potrebbe giocare Kalulu). Su Romagnoli, la partita col Napoli e il suo insidioso attacco dirà molto. Ma detto questo, bisogna riconoscere che ultimamente i gol presi sono soprattutto responsabilità di un altro reparto.
  3. IL CENTROCAMPO È PSICOLABILE? Nello scorso campionato il dogma dell’onnipotenza del Presidente Kessié era riconosciuto da tutti, e questo sistemava un po’ ogni questione. Oggi il centrocampo non ha un vero leader: se lo ha, è Tonali, che però non sembra ancora a punto fisicamente, tanto che fatichiamo a vederlo in campo 90 minuti. Il che in parte è dovuto ancora a quella faccenda delle cinque sostituzioni. Ma riecco il problema sembra mancare un punto di riferimento come personalità e come impostazione, sempre più spesso non c’è l’uomo che sposti in avanti il baricentro della squadra – che sta attaccando sempre meno. Certo, dipende anche dalle pesantissime assenze tra i veri inventori, là davanti.
  4. L’ATTACCO È PSICOLABILE? In attesa di capire Messias (sia noi che Pioli che il resto della squadra) ora come ora il reparto consiste in un uomo e mezzo. Con tutto il rispetto, Brahim Diaz è un mezzo attaccante. E non solo per le dimensioni: anche per il fatto che ultimamente ci sta dimostrando che è più un’opportunista d’area (una di quelle seconde punte piccolissime e guizzanti del calcio anni 80) che non un fantasista – e i suoi tiri dalla distanza sono sempre più imprecisi. Brahim in questo periodo è in crisi di fiducia che forse dipende anche dal fatto che lui stesso non sa bene che tipo di giocatore è. L’anno scorso le cose migliori le ha fatte vedere da satellite di una prima punta. E quindi, veniamo all’unica che abbiamo.
  5. LA NOSTRA STAR È PSICOLABILE? A dispetto dell’immaginario da lui alimentato, Zlatan Ibrahimovic (lo dimostrano le sue periodiche risse con gli avversari) è uno dei giocatori più psicolabili del mondo: d’altronde, non sarebbe ancora in campo se fosse sano di mente… La sua divorante ansia di dimostrarsi Dio Zlatan fa di lui un giocatore forse unico nella Storia, che piaccia o no ai suoi detrattori. Quasi tutti nerazzurri, ma non solo. Per gli “Ibra out” rossoneri, è inammissibile puntare su un 40enne. Il fatto che sia lì a giocare ogni tre giorni e che abbia pure la sfrontatezza di segnare (al 92esimo!, doppiamente stanco) fa saltare ogni raziocinio. Lo psicolabile ci rende tutti psicolabili: dipendiamo da lui e dalle sue lune, dalla sua difficoltà in campo internazionale e dalla sua capacità di essere devastante in serie A. Ultimamente i detrattori non fanno che sottolineare i suoi offside e le sue prolungate sparizioni dal campo. Purtroppo entrambe sembrano dipendere un bel po’ dalla difficoltà del resto della squadra nel servirlo. Diciamo “purtroppo” perché Ibrahimovic è tante cose, e tra queste, è anche un bel parafulmine per gli altri giocatori, perché non dipendono solamente da lui i pochissimi tiri che stiamo producendo. E forse è un bel parafulmine anche anche per la dirigenza.
  6. LA DIRIGENZA È PSICOLABILE? Paolo Maldini sembra rispondere al profilo di cui parlavamo all’inizio. Trasmette fiducia, equilibrio, progettualità. Sembrerebbe esattamente il punto di riferimento di cui ha bisogno il nostro esercito di psicolabili. Ma si sa, un suo predecessore faceva notare che nel calcio, “Se vinci sei un bravo ragazzo, se perdi una testa di…”. Un secondo posto con una banda di ragazzini dopo anni di mediocrità non gli vale fiducia incondizionata. Gli infortuni vengono attribuiti a lui. Gli avvelenatori professionisti gli ricordano in continuazione (dai giornali e dai social) di non aver fatto cassa su Donnarumma, e di essersi lasciato sfuggire Diego Armando Maranoglu. Se Messias sbanca (su cross di Kessié!) il Wanda Metropolitano, Maldini è il dirigente illuminato che ha creduto in lui invece che cedere ai ricatti dei procuratori e al calcio delle plusvalenze; ma non appena giocatori di fisico ed età diverse si infortunano (Leao, Pellegri, Rebic, Giroud), Maldini è il babbeo che da dirigente non ha mai vinto nulla e vuole imporci il figlio, che viene generalmente definito “indegno della serie C”. Maldini (e con lui Gazidis e Massara) stanno ottenendo dei buoni risultati, ma non sono infallibili. Mandzukic l’anno scorso fu un errore enorme. Bakayoko al momento è un errore. Lo sfortunato Pellegri anche. Sono inciampi che sono stati sicuramente compensati da altre intuizioni, altrimenti non saremmo arrivati davanti a tante squadre più accreditate, e in questo preciso momento non ci troveremmo a un punto dalla squadra più forte del pianeta, davanti a rivali meravigliose allenate da tecnici circonfusi di genio divino. Ma diciamo pure che quest’anno la dirigenza ha addosso delle pressioni che l’anno scorso non aveva: un città c’è una squadra che ha vinto il campionato con giocatori e con un allenatore che non poteva permettersi, e quest’anno ha gestito decisamente bene il ridimensionamento. Detto questo, hanno un punto più di noi sfigati pieni di infortunati. Pensa se fossero due.
  7. NOI MILANISTI SIAMO PSICOLABILI? Ci pare di ricordare che non molto tempo fa abbiamo dato 3 gol a Bergamo alla squadra più ingiocabile d’Italia, che un palo ha salvato a pochi minuti dalla fine i Dominatori dell’Universo, e che quest’anno stiamo facendo a meno delle cause del nostro secondo posto della scorsa stagione: gli stadi vuoti e i rigori (tutti inesistenti, ovviamente, perché noi psicolabili accettiamo le versioni altrui). Ma questo era prima, quando la squadra era (quasi) al completo. Ora? Siamo una banda allo sbando, giusto? Non ci si può far niente: la tendenza (da psicolabili) a esaltare o stroncare qualcuno è così abituale che ci è sempre più difficile accettare un progresso che possa includere anche errori (dai quali imparare). Questa squadra con la rosa al completo era imbattuta in Italia. Poi, la rosa ha perso i petali. Tanti. È ovvio che la dirigenza abbia dei piani per il mercato invernale. Ma appena si sparge la voce di un possibile (e in fondo, legittimo) pensiero su Caldara, i tifosi milanisti vengono presi dallo psicodramma, dalla sensazione che si riaprano di nuovo le porte di quell’inferno fatto di Gustavi Gomez e Rodrighi Ely. Il secondo posto dell’anno scorso svanisce, la vittoria dei prescritti in casa col Cagliari diventa una prova di onnipotenza, il punto di distacco diventa un abisso. E soprattutto, la specialità dei tifosi della Seconda Squadra, fondata espressamente per darci noia, viene assecondata: se descrivono Diego Armando Maranoglu come l’anello di congiunzione tra Falcao e Platini, tra i milanisti serpeggia il dubbio che sia vero, e qualcuno inizia a scrivere “Certo però che quando lui si caricava sulle spalle la squadra…”; qualcun altro si limita a osservare “Non è stato sostituito”. Il che potrebbe essere anche vero. Bisognerebbe anche chiedersi se veramente l’ex numero 10 sia il giocatore che manca a questo Milan, al quale il giro palla non difetta – casomai come dimostrano l’assenza di Leao e Rebic e la crisi di Theo Hernandez, manca chi salta l’uomo. Ma gli animi psicolabili tendono a dare ragione a chi ostenta sicurezze, comunque siano state fabbricate.
  8. CHI HA SCRITTO QUESTO PEZZO È PSICOLABILE? Difficile negarlo – ma c’è qualche tifoso milanista che possa dire di non esserlo, specie in questi anni? In compenso, se si parla di sicurezze, chi scrive ammette di non averne. Quindi tranquilli: siete liberi di dargli torto…

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