Poco extra e molto terrestre

rivaldo

Non ne avevamo mai comprati, di giocatori così. Gullit, Van Basten, Weah, Shevchenko erano tutti ottimi giocatori ma non ancora elevati al rango di fuoriclasse assoluti, cosa che erano diventati solo dopo aver vestito il rossonero. L’unico termine di paragone poteva essere Roberto Baggio, un Pallone d’Oro e una finale mondiale raggiunta quasi da solo, e non era andata benissimo – ma Rivaldo Vitor Borba Ferreira era forse ancora di più. Il Mondiale l’aveva vinto appena poche settimane prima, segnando cinque gol in sette partite e dispensando lampi di calcio abbagliante, come il meraviglioso velo che aveva fatto da assist per la seconda pigna di Ronaldo in finale contro i crucchi. Fenomeno vero, Pallone d’Oro 1999, aveva stregato San Siro due anni prima rifilandoci una tripletta in una spumeggiante serata di Champions League, una di quelle notti dove pensi che nulla sia impossibile (e infatti aveva segnato José Mari).

In definitiva sapeva far tutto: tiro da fuori, dribbling, colpo di testa, reti di potenza e di precisione, 130 gol in cinque stagioni a Barcellona. Oh, Rivaldo era Rivaldo; semplicemente, l’Extraterrestre. Al trionfo nippo-coreano aveva fatto seguito, al ritorno in Europa, un colpo di scena: Rivaldo era stato scaricato dal fumantino Louis Van Gaal, tecnico dei blaugrana – un pazzo, senza dubbio. Galliani ebbe l’occasione di prenderlo a zero e non se la lasciò sfuggire, montando su una di quelle estenuanti telenovelas di mercato che vanno di moda ancora oggi, con tanto di avventura esotica a Sao Paulo: alla fine gli fu pagato il semplice ingaggio (4 milioni all’anno) e a tutti sembrò un affare gigantesco.

L’avvio fu generoso. Si presentò con uno spettacolare gol di tacco a Modena, purtroppo annullato, poi giocate sopraffine e numeri da vero califfo. La condizione fisica non era esattamente esaltante, ma la cantilena era la solita: “Ha bisogno di tempo per arrivare al 100%, lasciatelo lavorare con MilanLab e tra qualche settimana ne vedremo delle belle“. Il pomeriggio di Bergamo fu il più brillante della sua stagione: sbloccò il risultato con un colpo da biliardo da fuori area che gli attirò elogi sperticati e una valanga di 8 in pagella. L’Atalanta a fine stagione sarebbe retrocessa e sul campo se ne intuì il perché: una difesa di lumaconi, un centrocampo di fabbri ferrai, un attacco da brividi con l’indicibile tandem Rolando Bianchi-Inacio Pià. L’estemporaneo pareggio dell’ex Gigi Sala con una gran staffilata dal limite dell’area fu presto vanificato da un Milan ispiratissimo, in quell’autunno di grazia in cui tiranneggiavamo largamente in casa di Deportivo e Bayern, pur senza Pippo Inzaghi che in Europa aveva segnato cinque gol in una settimana. Lo Scorpione Bianco Tomasson si occupò di riportarci in vantaggio a fine primo tempo, con un tocco sotto misura dopo una mischia. Quel Milan era una sfarzosa sinfonia in cui il nostro E.T. conviveva in armonia con Pirlo, Seedorf e il rigenerato Rui Costa, col vitaminico Gattuso che correva per tutti e ogni tanto, a risultato acquisito, scendeva pure lui in pista a dispensare colpi di tacco sotto gli occhi attoniti degli astanti. Nella ripresa si scatenò il giovine Pirlo, appena introdotto a centrocampo da Ancelotti, ispirato da un vecchio colpo di genio di Carletto Mazzone a Brescia. Prima il rigore del 3-1 che chiuse la partita, poi la punizione capolavoro con palla sotto la traversa e poi oltre la linea. Sembrava un Milan bello e invincibile che coltivava ambizioni da triplete e non ci sbagliavamo del tutto; a fine stagione arrivarono la coppa Italia e soprattutto la Champions di Manchester di cui quest’anno ricorre il decennale; mollammo in anticipo solo il campionato, a causa di una certa pigrizia mentale che contraddistinguerà tutto il ciclo ancelottiano.
Ma Rivaldo? Di lì in avanti mandò bagliori nella foschia, sempre più intermittenti: una punizione rocambolesca all’Udinese, un bel gol al Piacenza a sbloccare una partita rognosa, un assist magnifico a Serginho in quel celebre derby in cui Hector Cuper aveva osato panchinare Javier Zanetti, preferendogli Nelson Vivas. Da febbraio in poi diradò ulteriormente i segni di vita, con apparizioni ancora più sfocate, come Robin Williams in Harry a pezzi: qualche golletto inutile in Champions, un’azione ubriacante contro il Como conclusa con un delizioso pallonetto sulla traversa. Annebbiato dalla disperazione, Ancelotti lo gettò nella mischia una delle ultime volte negli ultimi dieci drammatici minuti della famosa Milan-Ajax, che lui trascorse sgomentando il pubblico rossonero per l’indolenza con cui ignorava ogni compagno e tirava stolidamente da 30 metri, sempre alla luna. Il gol di Inzaghi lo vide da spettatore non pagante, mentre pascolava dalla parte opposta. L’estate successiva arrivò Kakà e in poche settimane di Rivaldo non si ricordò più nessuno, nemmeno il magazziniere di Milanello. Svanì silenziosamente nell’oblio, come un personaggio minore di un romanzo sudamericano.

ATALANTA: Taibi, Sala, Natali, Carrera (59′ Gautieri), Bellini, D. Zenoni, Berretta, Dabo (77′ Foglio), Zauri, Pià (67′ Comandini), Bianchi – All.: Vavassori

MILAN: Dida, Simic (67′ Helveg), Nesta, P. Maldini, Kaladze, Gattuso, Pirlo, Rui Costa (75′ Ambrosini), Seedorf, Tomasson, Rivaldo (77′ Serginho) – All.: Ancelotti

Arbitro
: Paparesta

Reti: 15′ Rivaldo, 30′ Sala (A), 41′ Tomasson, 66′ rig. Pirlo, 81′ Pirlo

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