Peccati di gioventù

(di Fabio Cormio)
So che a qualcuno starà sulle palle leggere queste righe amici, lo so che ad alcuni di voi sembreranno scritte da un seminarista stitico con il mignolino alzato. Io c’ero domenica sera a Casa Milan, a urlare di gioia nella bolgia incredula, e poi ieri alla partenza del pullman, che ho seguito per un po’. La folla intorno al pullman era un oceano e di champagne, credetemi, ne è stato versato tanto. Anche per questo io non ce l’ho davvero con i ragazzi, e non ce l’avrei con loro persino se qualcosa fosse andato storto e non fossero riusciti a farci l’enorme regalo di una stagione così.
C’è un però.
Ed è che il Milan non è un gruppo di ventenni ormonali, ebbri di gioia e bollicine. È un club, un’azienda assai strutturata che vale – ci dicono – un miliardo e trecento milioni di euro. Esiste un nutrito reparto comunicazione, ci sono tutte le professionalità necessarie a far passare certi messaggi in modo inequivocabile: la festa da ultimo giorno di scuola sì, ma se mancano il preside e pure i prof lo sappiamo tutti come finiscono certe feste. La mancanza di paletti in un frangente come questo è stato un errore che armerà le loro boccacce schiumanti, che offrirà al primo nicolaberti che passa, tinto e imbolsito, la possibilità di fare il ganassa.
Io sono un po’ dispiaciuto perché noi possiamo permetterci lo sganascio nel vedere lo striscione, ma mi stupisce e preoccupa un po’ che nessuno fosse lì a intervenire per certificare una cosa che a noi sembra ovvia, ma a chi ci vuole male no: la nostra differenza da loro. Quella distanza siderale che le loro Cayenne con i cerchi da 21” non potranno coprire mai, perché lo stile Milan è concreto come la rete che si gonfia ed etereo come le coste della Corsica quando dalla Liguria guardi l’orizzonte, in certe terse mattine di ottobre. Ma è anche inaccessibile per loro, le bave, quelli che mettono la polo comprata al Serravalle Outlet con il colletto tirato su e la marca bene in vista, mentre noi siamo splendidi nella nostra camicia bianca.
So che molti minimizzano, e accetto i loro argomenti. Ma sappiamo benissimo, perché lo abbiamo visto tante volte, che a noi non viene perdonato niente, non abbiamo i tantissimi amici nei posti giusti che hanno loro – non essendo loro. Poi però, non è solo questo.
I nostri campioni, il nostro orgoglio, i sorprendenti di Stefano Pioli, ecco loro avevano bisogno di tirare su il cartello con “la Coppa Italia mettila nel culo”? Ibra, il nostro Achille itinerante, aveva bisogno di lanciare i cori su Calhacoso? Davvero l’inqualificabile turco significa qualcosa per noi, nel momento della nostra sublimazione? Io non credo amici miei. Ce li vedete Rivera e Baresi, Maldini Cesare e Maldini Paolo (che pure era sul secondo pullman), san Kakà e il cerbiatto Sheva, la nostra meglio gioventù, a fare ‘ste scene?
E anche se siete tra i minimizzatori, non vi lascia un pizzico (ma solo un pizzico) di spiazzamento questa mancanza di attenzione in una società che per forza di cose ha dovuto guadagnarsi il campionato centimetro dopo centimetro, curando ogni dettaglio mentre gli altri con manciate di milioni veri o finti compravano giocatori, forse alcuni arbitri e VARisti, e sicuramente centinaia di opinionisti strombazzoni pronti a commentare uno striscione sguaiato e a ignorare gli infiniti favori che hanno portato ai Grandi Moralisti di nostra conoscenza quella Coppa Italia?
E allora che questa nostra leggerezza sia da monito per il futuro. Quelli là, nei nostri Giorni da Milan (e anche in tutti gli altri), non devono entrarci, devono essere ignorati sempre. Del resto essi non cogitano, dunque non sono.

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