Nubi di ieri sul nostro domani odierno

Sono abitudinario, leggo la targhetta sopra l’ascensore e solitamente cerco di seguire in ogni modo la prima di campionato del Milan; dal 1995 a oggi non ho mai saltato un giro, a volte arrangiandomi con mezzi di fortuna e mancando all’appello solamente l’anno scorso, quando la sera di Milan-Lazio – potenza e simbologia dei nomi – ero a un concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

Siccome il calcio si fonda su una lunga serie di variabili impazzite e soprattutto ha il pregio di non essere mai uguale a se stesso, gli ultimi 17 esordi sono stati una costellazione di grandi illusioni, eclatanti sorprese, promettenti bagliori e inquietanti buchi neri. Solo una volta si è perso, e naturalmente era quella in cui sfilava e faceva bella mostra di sé il milanismo peggiore: nel 2008, una bella domenica pomeriggio di fine agosto in un clima da cerimonia inaugurale dei Giochi di Berlino 1936, con San Siro tutto pieno a salutare il ritorno del figliol prodigo Sheva e ad assistere alla supposta nascita del futbol bailado con il debutto di Ronaldinho (“il più grande calciatore della storia del Milan”, cit. dell’uomo che da qualche mese era appena tornato Commander in Chief del Paese). Vinse un Bologna oggettivamente scarsissimo, che ebbe buon gioco a infilzarci come tordi con il tiro della domenica di tale Ciccio Valiani.
Tutte però hanno un motivo per farsi ricordare, e si tratta quasi sempre di schegge isolate che colpiscono a tradimento, in forme e circostanze diverse. Era una prima giornata (1996) il giorno in cui Weah uscì dalla foresta della sua area di rigore e sgazzellò fino alla porta del Verona, 70 metri di corsa con pochi e trascurabili avversari, per uno dei gol più belli della nostra storia; e del resto dieci anni dopo era nuovamente una prima giornata (2006), quella in cui Ricardo Oliveira entrò e fece gol alla Lazio dopo otto minuti, il tempo che impiega un raggio di sole per arrivare sulla Terra. Quell’anno non ci aspettavamo un UFO e ci saremmo accontentati di un centravanti brasiliano di medio lignaggio, ma malauguratamente Ricardo Oliveira non era nessuna delle due cose.
Era una prima giornata (1997) quando il Milan grande e grosso del Capello-bis fu di scena a Piacenza, dopo un’estate in cui il Mascellone, rimirando la sua difesa di giganti tutti intorno al metro e 90 e lisciandosi fieramente il mento, aveva avuto a dire: “Se prendono gol di testa, li ammazzo”. Naturalmente il pareggio di Delli Carri arrivò proprio di testa, e fu solo il primo gol di una lunga serie. Erano prime giornate anche gli esordi di Shevchenko (1999, pomeriggio salentino di pioggia e sole, bagnato dal primo gol) e di Kakà (2003, scampagnata ad Ancona nientemeno che di lunedì sera), ma anche l’ultimo, bellissimo gol in serie A di Franco Baresi (1995) che non segnava da cinque anni, a Padova, una cosa che a raccontarla non ci si crede: percussione in grande stile, triangolo con Weah, controllo di coscia e tocco felpato sull’uscita del portiere. Particolarmente surreale la prima giornata 2001, quando a Brescia il primissimo Milan dell’Imperatore Terim andò sotto 2-0 all’intervallo per una doppietta di Tare, con l’inguardabile Chamot terzino destro a soffrire le esaltanti scorribande del polacco Kozminski, prima di rimettere in piedi la baracca pareggiando 2-2. Niente male anche quel sabato sera del 2004 quando diecimila livornesi imbandanati salirono a San Siro e assistettero a un altro clamoroso 2-2 della loro squadra contro un Milan in 10 per quasi tutta la partita. Poi, naturalmente, qualche vittoria bella larga, ma quelle sono quasi scontate: forse è per questo che ricordiamo con particolare piacere il 3-0 al Bologna del primo Milan zaccheroniano (1998), una squadra imperfetta, per certi versi finanche modesta, con gli scatoloni ancora sigillati e in campo soggetti come Lehmann, Ayala, N’Gotty, Ba, Jimmy Maini. In fondo, esattamente come questo.

 

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