Non si esce vivi da Milan-Malines

Il giochino è facile, troppo facile, ma troppo bello: ricostruire una delle più grandi partite mai giocate in Europa da una squadra italiana a partire dal singolo primo in classifica quel giorno stesso. E il 21 marzo 1990 quella canzone – tutt’altro che primaverile – era Nothing Compares 2 U, di Sinead O’Connor.

La lunghissima nota iniziale, tesa e sospesa come un bicchiere in bilico sul bordo di un tavolino, rappresenta bene il momentaccio del terzo Milan di Sacchi, che è a un passo dalla crisi di rigetto: primo in classifica ma reduce da due brutte sconfitte consecutive contro Juve e Inter, un parziale di un gol fatto (peraltro da Costacurta) e sei subiti, persino da Rui Barros. Poi c’è stato il pareggiaccio per 0-0 all’andata nel lugubre Heysel contro il Mechelen o Malines, a seconda che preferiate i fiamminghi o i valloni: un pareggio che ha avuto come maggior emozione un palo di Versavel.

E ora questo retour match così gravido di funebre attesa, perché tante volte, in passato, i belgi sono stati i ghignanti becchini degli italiani. La Nazionale dei messicani del Mundial 1970, agli Europei di due anni dopo, si era schiantata sui diavoli rossi del portierone Piot (decisivo lo 0-0 a San Siro). Quella del 1980 aveva subito la stessa sorte nel tetro Europeo organizzato in casa, quando all’Olimpico aveva sbattuto contro la muraglia del biondo e formidabile Jean-Marie Pfaff: altro 0-0. Quanto ai club, peggio che andar di notte: l’Anderlecht aveva per esempio cancellato la Juve dalla Coppa Campioni 81-82, con un altro portiere ancora – Jacky Munaron – a fracassare il ginocchio di Bettega precludendogli il glorioso Mondiale spagnolo, mentre il Milan ricorda bene a cosa fu dovuta la sera più buia dei suoi anni ’80: Waregem, basta la parola. E insomma lo 0-0 è il risultato-fantasma, lo spettro ardentemente desiderato dai belgi maestri di tattica e catenaccio, che punteranno scopertamente ai rigori e stavolta si trincereranno – lo sappiamo già – dietro il grandissimo Michel Preud’homme, gardien de but meraviglioso, che in cinque partite di Coppa ha subito un solo gol, dal Malmo, peraltro a qualificazione ampiamente archiviata.

La lunga marcia verso la semifinale avviene in un San Siro brulicante come poche altre serate, nonostante i lavori in corso per la costruzione del terzo anello, a quanto pare necessario per brillare agli occhi del pianeta durante i Mondiali di giugno. Impegnati a guardare all’insù, nessuno si cura dell’ignobile terreno di gioco, né di un principio d’incendio che coinvolge causa fumogeni il settore dei Commandos Tigre: la gente cerca di spegnere le fiamme con piedi e giacconi, qualcuno addirittura si butta nel fossato. Laggiù invece è il Milan delle grandissime occasioni. In particolare Donadoni, assente all’andata, stasera va a plutonio, e gioca quella che 25 anni dopo è universalmente riconosciuta come “la più grande partita della sua carriera“: tanto dai milanisti incalliti quanto dal resto del mondo, che quella sera, chi prima chi dopo, non può davvero esimersi dal tifare Milan. Come quei concerti di Bruce Springsteen lunghi quattro ore che anni dopo infiammeranno San Siro, il Milan gioca a un’intensità sconosciuta e irreale per il 1990, dimostrando nel palleggio e nell’intensità di essere almeno 15 anni davanti. A metà primo tempo Massaro e Tassotti danno vita sulla fascia destra a una combinazione che oggi non sfigurerebbe in un’alta partita di Premier League: il cross del Tasso è per Van Basten, che però mette fuori. Nella splendida orchestra sacchiana, il solista d’eccezione è Donadoni, che tramortisce di finte qualsiasi sventurato belga gli si pari davanti. Pennella per Rijkaard, che dal limite dell’area piccola manda fuori. Intanto perdiamo il logoro Ancelotti, abbandonato dalle sue sfilacciate fibre muscolari: lo sostituisce il 21enne Simone, subito bravissimo nel liberare Massaro davanti al portiere. Ma il generoso Bip Bip, già stremato dopo mezz’ora di galoppate, tira malamente addosso a Preud’homme. Col passare dei minuti inizia appunto a ergersi questa figura sempre più mitologica che appartiene a Michel Preud’homme, portiere insolito fin dalla grafia del cognome, con quell’apostrofo incongruamente infilato a metà che infastidisce i pignoli come un paio di baffi sulla Gioconda. Che è quel che lui metaforicamente disegna a uno dei Milan più belli di sempre, frustrandone regolarmente gli assalti. A fine primo tempo esce da kamikaze sui piedi di Van Basten (come osa!), in avvio di secondo tempo si distende alla grande su un’altra saetta del Cigno, schiaffeggiata in angolo, e poco dopo vola ad anticipare di pugno Simone lanciato da Baresi. I belgi stanno tenendo fede alle loro promesse di ostruzionismo, ci massacrano di falli e indulgono in perdite di tempo tollerate dal mediocre arbitro svizzero Rothlisberger, che quattro anni dopo, proprio al Belgio, scipperà un ottavo di finale contro la Germania ai Mondiali 1994.

E ricomincia la litania: Van Basten dentro per Donadoni, che salta Preud’homme ma si defila troppo e tira su un difensore. “Il Milan sta giocando veramente bene, non è fortunato”, mormora Pizzul tra una sigaretta e l’altra, che non si capisce come faccia a fare le telecronache e fumare contemporaneamente. Si svegliano i belgi: botta improvvisa del giovane Wilmots su punizione, Giovanni Galli attento sventa in angolo. Ricominciamo a dare craniate: mischia, da Van Basten a Massaro, saetta di destro al volo, Preud’homme battuto ma traversa scheggiata. L’acido lattico appesantisce le gambe del Malines, mentre San Siro ruggisce senza pietà ogni volta che entriamo nei loro 30 metri. Simone da terra vince un rimpallo e libera Massaro, che però svirgola pietosamente di sinistro da ottima posizione. Donadoni è dappertutto, a sinistra a destra e in mezzo, fa il Pirlo e il Cafu quando Pirlo e Cafu lo stanno ancora appena vedendo in televisione. Manda in porta Van Basten e noi tutti sappiamo che Van Basten non sbaglierà. Il primo controllo è buono, ma quel diavolaccio di Preud’homme con un balzo gli è già addosso, e la palla gli sbatte contro come le onde del mare su un parapetto di cemento. Allora il Cigno, comprensibilmente offeso, si mette a cesellare di tacco: così libera Simone, che aggira Preud’homme ma si dimentica delle righe del campo, e ci va oltre. Ancora Van Basten da ballerino: si gira in un fazzoletto e tira di destro da quella che è la sua posizione, centrale dentro la lunetta dell’area. Se fosse domenica pomeriggio sarebbe gol, ma i pollini, le polveri sottili, l’aria strana della primavera decidono che non è cosa: fuori di mezzo metro. Zero a zero zero a zero zero a zero. C’è da impazzire. Donadoni, che sta toccando livelli sconosciuti persino a Edmondo De Amicis, ne salta come al solito tre o quattro e cerca l’incrocio di sinistro: alto di niente. E poi Massaro da fuori area, perché non si può far altro che crederci: alto. Pizzul tradisce il suo abituale pessimismo e inizia a parlare al passato: “Ci hanno provato in tutte le maniere, ma non c’è stato verso“.

Ma ecco al 90′ un raggio di sole: dopo aver brutalizzato Donadoni per tutta la partita, il picchiatore Leo Clijsters (padre della deliziosa Kim, futura tennista n.1 al mondo) viene ammonito per la seconda volta. Malines in 10, come se cambiasse qualcosa.
Il Milan i cambi li ha esauriti già all’intervallo, facendo entrare Colombo per Evani. Sacchi era fiducioso di chiuderla già nei 90 minuti, ma a volte nel calcio la cartesianità deve lasciare il posto allo Sturm und Drang. Perciò ricomincia la ridda infernale, coi tamburi che battono e la Sud che urla trasfigurata e disposta ad andare sempre più oltre perché ormai è l’unica cosa che puoi fare, come nei film di fantascienza quando l’unico modo per infrangere la barriera del suono è spingere sempre più forte. E di conseguenza, rischiare di sbandare: Donadoni punta Versavel, lo salta, poi Rutjes lo ferma e gli dà il solito colpetto irritante, lui non ci vede più e lo ripaga con la stessa moneta: gancio al mento sotto gli occhi di Rothlisberger, che gli mostra impietosamente il rosso. Abituato a dominare l’Europa senza neanche consentire all’avversario di fiatare, il grande Milan si trova improvvisamente alle prese coi fantasmi più difficili da scacciare: quelli che uno si crea da solo. La faccia di Sacchi, opportunamente catturata dalla regia RAI, è la stessa che rivedremo quattro anni dopo al Foxboro Stadium di Boston, nei minuti in cui sembra che la Nigeria ci stia per buttare fuori dai Mondiali. E dietro di lui, il baffo arricciato non mente: è preoccupato persino Silvano Ramaccioni.

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Superata anche la barriera psicologica del minuto 100, il Malines o Mechelen deve inconsciamente ritenere che il peggio sia passato. Ma “passato” è una parola inadatta per chi è costantemente proteso verso il futuro. Minuto 105: punizione di Rijkaard, deviazione, palla che filtra, Tassotti si allunga per tenerla in campo e la rimette in mezzo dove Van Basten da pochi passi fa centro. “GOL!“, urla rauco Pizzul, anticipando di pochi decimi il boato a scoppio ritardato di un esausto San Siro. “L’ha buttata dentro“, e il verbo non è casuale – perché se fosse in campo, anche Brunone sfogherebbe 105 minuti di fatica prendendo a calci la palla ora che finalmente è finita nel posto dove avrebbe dovuto essere fin dal principio. “San Siro è una bolgia!“, e la frase finirà da subito nell’immaginario collettivo milanista. Il replay mostrerà che, al momento del tiro di Rijkaard, Tassotti era in posizione di fuorigioco. Della qual cosa, dopo le ruberie che avevamo dovuto subire l’anno precedente tra Stella Rossa, Werder e Real Madrid, non ce ne poteva fregare di meno.

C’è ancora tempo per l’acuto finale, riservato al più piccolo della compagnia. Simone riceve palla ai 40 metri, porta palla e si infila sì come lama nel burro nella difesa ormai lasca del Malines o Mechelen o come accidenti vogliono farsi chiamare. “E segna il gol della vita!“, urla Pizzul che ormai ha raggiunto frequenze da mezzosoprano. E c’è tempo ancora per un’ultima pennellata di Van Basten, che dopo 120 minuti ha ancora la forza per sfiorare il gol dell’anno, una robina di esterno destro che per pochissimo non fa secco lo sbigottito Preud’homme. A furia di dare testate, abbiamo sfondato il muro delle Fiandre.

Avremo modo e tempo di scontare l’indicibile dispendio fisico di questa serata e di altre che seguiranno, per esempio a Monaco, dove toccherà salvarci al povero e indimenticabile Stefano Borgonovo. Riusciremo comunque ad artigliare la seconda Coppa consecutiva, e 25 anni dopo è il caso di sottolineare che siamo ancora l’ultima squadra a esserci riuscita. Perciò è giusto tornare a dove siamo partiti: perché quel primo giorno di primavera del 1990, quando in undici si sbattono come mai si è sbattuta gente con una concentrazione così alta di talento, ottantamila ruggiscono e lo stadio brucia non solo metaforicamente, niente è comparabile al Milan.

donadonimalines

Reti: 105′ Van Basten, 116′ Simone
MILAN: G. Galli, Tassotti, P. Maldini, Ancelotti (25′ Simone), F. Galli, Baresi II, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Evani (46′ An. Colombo), Massaro – All.: Sacchi
MALINES: Preud’Homme, Sanders, Deferm, Albert, Rutjes, Clijsters, B. Versavel, De Wilde (75′ P. Versavel), Bosman (108′ Severeyns), Emmers, Wilmots – All.: Van Hoof
Arbitro: Rothlisberger

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