Le notti di maggio

tabellone-atene

 

And I’ll remember the love that you gave me
Now that I’m standing on my own
I’ll remember the way that you changed me
I’ll remember

17 maggio, martedì
Avete sentito quello che ha detto?“. Fabio Capello entra nello spogliatoio con passo marziale e il ghigno delle migliori occasioni, ma i suoi senatori – che di migliori occasioni ne hanno già vissute tantissime – sulle prime non sanno apprezzare ogni singola sfumatura. Del resto, non hanno ancora idea di quello che pochi minuti prima è uscito dalla bocca di Sua Maestà Johan Cruijff.

14 maggio, sabato
All’ultimo minuto di Deportivo La Coruna-Valencia, ultima giornata di campionato, sul punteggio di 0-0, l’arbitro Antonio Jesus López Nieto assegna un calcio di rigore ai galiziani. Non è un penalti qualunque: se trasformato, è il rigore che farà festeggiare al Depor il primo titolo della sua storia. Il rigorista ufficiale sarebbe Donato, che però è stato malauguratamente sostituito venti minuti prima. La seconda scelta sarebbe Bebeto, che però quest’anno ne ha già sbagliati un paio e fa sapere ai compagni che preferisce di no. Dunque, chi tira? Sul dischetto si presenta il lungagnone Miroslav Djukic, libero jugoslavo di apprezzabile freddezza. Ma non stavolta: dal suo destro esce una loffia dritta tra le braccia del portiere González. Parafrasando i fratelli Zucker, i tifosi del Depor hanno scelto il giorno sbagliato per smettere di fumare.

Contemporaneamente, 900 chilometri più a est, il super-Barça festeggia in questo modo così rocambolesco il suo quarto scudetto consecutivo, record storico del club. Sono senz’ombra di dubbio la squadra più forte del mondo, appropriatasi – con scarsa originalità – del soprannome di Dream Team appartenuto alla nazionale americana di basket che proprio a Barcellona aveva dato spettacolo due estati prima, alle Olimpiadi. La loro plantilla fa impressione e l’unica preoccupazione di Cruijff in vista del mercoledì successivo è decidere quale dei seguenti quattro stranieri lasciare a casa: Michael Laudrup, campione d’Europa in carica con la sua Nazionale; Hristo Stoichkov, a fine anno Pallone d’Oro; Romario, centravanti del Brasile che di lì a pochi mesi sarà campione del mondo; Ronald Koeman, il formidabile olandese autore del gol decisivo contro la Sampdoria a Wembley, due anni prima. La scelta cadrà sul danese pallido, che seguirà la finale dalla tribuna.

16 maggio, lunedì
Noi invece non giochiamo una partita ufficiale da oltre due settimane, ammesso che possa considerarsi “ufficiale” l’indegna manfrina del 1° maggio che ha consentito alla Reggiana di espugnare San Siro e salvarsi a spese del Piacenza, che si è inviperito non poco. La squadra è unanimemente considerata vecchia e bollita, spossata anche quest’anno dalla solita maledetta primavera capelliana: nove partite, due sconfitte, sei pareggi e una sola vittoria, il sonante 3-0 al Monaco in semifinale di Champions. Che pure ha fatto due vittime illustri: nientemeno che Franco Baresi e Billy Costacurta, la nostra coppia centrale titolare, squalificata in blocco al momento di presentarsi al cospetto di Stoichkov e Romario. Capello ha sfogliato la margherita nei giorni precedenti, provando un estemporaneo duo Tassotti-Desailly in un’amichevole a Firenze persa malamente per 2-0. Come non detto: l’ultima idea è sostituirli spostando in mezzo Maldini (presenze da libero in stagione: una) e riesumando addirittura Filippo Galli, il mitologico Elliott Ness di pellegattiana memoria, presenze in stagione da titolare: sette. Così scrive di lui Roberto Beccantini sulla Stampa: “L’abbiamo visto in partitella farsi stracciare sullo scatto da De Napoli: auguri“.

17 maggio, martedì
E’ dunque sulla base di queste semplici considerazioni tecniche, fisiche e statistiche che Johan Cruijff si siede davanti ai microfoni, regale e altezzoso come un cigno, e dice papale papale: “Signori, non possiamo perdere. Non sbagliamo da 23 partite, perché dovremmo farlo stavolta? Il Milan non ha nulla di straordinario, si basa solo sull’organizzazione del gioco; senza Van Basten fa persino fatica a giocare in contropiede. Noi giochiamo un calcio più piacevole e per questo avremo il sostegno dei tifosi greci. Capello non si offenda, ma preferivo il Milan di Sacchi. In più gli mancherà Baresi e sarà un bel problema“. Con quella deliziosa arroganza che solo gli olandesi hanno quando ci si mettono, il Divino Johan si dice certo di abitare nel migliore dei mondi possibili: “Voglio godermi la vita, non mi muoverò più dal Barcellona. Qui per rinforzarmi la squadra mi comprano Romario, altrove dovrei accontentarmi di Desailly“. Johan è un cartesiano, uno scienziato che non ha paura di andare contro la scaramanzia: ecco, a fine conferenza, una bella foto in posa accanto alla Coppa.
Per soprammercato sono giunte le meste dichiarazioni di Berlusconi, in tutt’altre faccende affaccendato. Abituato a caricare la squadra, anche il Cavaliere sembra essersi arreso all’evidenza dei fatti: “Domani sera? Speriamo di non perdere“. Dice proprio così, utilizza l’espressione “non perdere”, quel “non” che nel linguaggio della comunicazione non va mai, mai, mai usato, bollato come spia di cupezza, pessimismo e fastidio. Il Presidente si è tradito: siamo spacciati. Nuvole nere sullo stadio che undici anni prima aveva visto un’altra favoritissima, la Juve di Trapattoni, chinare inopinatamente il capo davanti alla palombella di Felix Magath.

18 maggio, mercoledì
Fischio d’inizio alle 20:15. Giochiamo in bianco come a Barcellona 1989 e Vienna 1990. Le formazioni sono quelle annunciate: Donadoni a destra e Boban a sinistra, cerniera Albertini-Desailly in mezzo e a supporto dell’intoccabile Massaro la verve al neon dell’intermittente Savicevic, spesso poltrone in campionato ma talvolta Genio nelle notti d’Europa. Oltre che dei suddetti tre stranieri, lo squadrone blaugrana si avvale anche della regia di Pep Guardiola, playmaker dal passo lento ma dal cervello quanto mai raffinato. L’unica variazione sul tema è la rinuncia a Ivan per l’ala sinistra Beguiristain.
Negli stessi minuti, a Roma, Silvio Berlusconi è impegnato in una battaglia ugualmente impegnativa: ottenere una risicatissima fiducia al Senato, indispensabile per iniziare a governare dopo la vittoria elettorale a marzo. Nella giungla di Palazzo Madama vincerà con con un solo voto in più del necessario, grazie ai problemi di salute di sei senatori dell’opposizione e al favore di Cossiga e Gianni Agnelli, entrambi senatori a vita. (Ma il primo governo B. avrà vita brevissima e cadrà tra le pernacchie sotto Natale, a causa del voltafaccia della Lega che gli toglierà il sostegno al momento di varare una pantagruelica riforma delle pensioni. E il Cavaliere pronuncerà parole tremende contro il Senatùr: “Non mi siederò mai più a un tavolo in cui ci sia il signor Bossi. Si è rivelato in possesso di una personalità doppia, tripla, forse anche quadrupla”.)

Ad Atene la cosa viene percepita come un segnale benaugurante. I giornali hanno amplificato le dichiarazioni del giorno prima. Alla radio impazza I’ll remember di Madonna, tormentone di facilissima applicazione alle parole del Santone Olandese. Si comincia secondo copione: il Milan tampona e riparte, il Barcellona squaderna il suo irritante titic-titoc, convinto com’è che al primo pallone utile la faina Romario farà strage di Galli. E’ una partita a scacchi, almeno per i primi dieci minuti. Al 9′ Boban batte una punizione e Panucci infila di testa, ma l’arbitro annulla per fuorigioco di Massaro. Il Milan è ferocemente in partita e gioca come se non ci fosse un domani, lo splendido Barça è ancora in camerino. Minuto 22: Savicevic, mai così indemoniato, salta netto Nadal e punta Zubizarreta, vanamente inseguito dal tartarugone Guardiola; il portiere basco gli esce sui piedi ma il Genio nel frattempo ha già visto con la coda dell’occhio Massaro libero sul secondo palo e riesce a servirlo una frazione prima dell’impatto con Zubizarreta. Provvidenza è lì acquattato per il più facile dei gol. Le telecamere colgono Capello in piedi, immobile a capo chino, con il mascellone contratto fino all’inverosimile.

La partita non è bella, ma è ugualmente una goduria. La cifra stilistica del Milan 1994 non è esattamente lo spettacolo; quanto al Barça, è una statua di cera abbandonata su un termosifone. L’unico spasmo della partita di Romario è in un destro a lato, sorvegliato da Rossi. Prendete l’azione del 2-0, che piomba a primo tempo ormai scaduto come una mazzata sulla nuca di Cruijff: i milanisti si scambiano vorticosamente le posizioni mentre la difesa del Barça rimane a guardare, finché la palla non viene recapitata nella zona di Donadoni, che salta di netto Ferrer e guadagna il fondo. In quel momento in area ci sono cinque blaugrana e solo due milanisti; ma chissà come mai, Massaro se ne sta felice e libero all’altezza del dischetto e scarica rabbiosamente in rete il sinistro del raddoppio. La nostra panchina esplode come una santabarbara e Capello viene letteralmente aggredito da Ramaccioni; ma non ancora, non ancora.

Non ci è dato sapere cosa possa dire Cruijff ai suoi giocatori, nei quindici minuti d’intervallo. Abituato alle rimonte all’ultimo respiro (per tre anni di fila lo scudetto è arrivato scavalcando l’avversaria di turno all’ultima giornata, due volte il Real e l’ultima – come abbiamo visto – il Deportivo), il Barça non è certo una squadra di mammolette. Non illudiamoci, c’è ancora da sudare. Ora tornano in campo e ce ne fanno tre in dieci minuti.

Passano pochi secondi da questi pensieri in libertà e il macchinoso stopperone Miguel Angel Nadal (zio del più famoso tennista) affronta una pallaccia lungo la linea laterale sinistra. Invece di attaccarla, la lascia rimbalzare due volte e attrae su di sé un Savicevic in inedita versione squalesca, attirato dall’odore del sangue. Dejan allunga la zampina e – incredibile! – vince addirittura il contrasto. La palla s’impenna e rimbalza sul lato corto dell’area di rigore; Nadal è come evaporato, ci sono solo il Genio e i suoi pensieri stupendi. In un esempio mirabile e mai più ripetuto di coordinazione mente-corpo, il piede sinistro di Dejan obbedisce alla centralina e disegna un arcobaleno di bellezza inaudita, che lemme lemme si prende gioco di Zubizarreta, del Barcellona, dei Paesi Bassi e dell’intero Trattato di Maastricht. E’ il nostro gol del secolo, oltre che il momento che stabilisce una volta per tutte che, finché il calcio sarà giocato da ventidue esseri umani, le partite disputate a tavolino su lavagne e lavagnette saranno sempre destinate a essere perdenti.

Mentre gli elegantissimi e stupendissimi blaugrana hanno iniziato a dedicarsi alla caccia all’uomo (tre gialli in sette minuti), la lectio magistralis non può però ancora dirsi conclusa. Donadoni subisce fallo sulla trequarti; Albertini batte rapidamente la punizione e pesca Savicevic in piena area, controllo e sinistro, palo. Il Dream Team prova disperatamente a superare almeno il centrocampo, ma ecco che arriva la Nemesi, l’uomo nero, il personaggio in cui Cruijff ha identificato il Brutto: Marcel Desailly spezza imperiosamente la leziosa manovra del Barça, scambia con Albertini e con una progressione da rugbista si invola verso Zubizarreta, spazzando via gli avversari come fuscelli. Tiro, gol, 4-0. Travolto dagli abbracci, sorride di nascosto perfino Capello, impermeabile anche alla consapevolezza di star vivendo il momento più alto della sua carriera. Tocca a capitan Tasso, perfetto come tutti i compagni, l’onore di alzare la nostra coppa più bella.
E Crujiff? Le telecamere lo pescano improvvisamente invecchiato, sprofondato nel seggiolino della panchina con lo sguardo vitreo, perso nel vuoto di un bel cielo stellato. Ha sentito qualcosa rompersi dentro di sé; non riuscirà a riprendersi da quella serata. Rimarrà alla guida del Barça altri due anni senza vincere più niente, poi un cuore ballerino gli presenterà il conto: troppo stress e troppi by-pass lo costringeranno a lasciare per sempre il mestiere di allenatore. Icaro si è avvicinato troppo al sole, proprio ad Atene.

Reti: 22′ e 45′ Massaro, 47′ Savicevic, 58′ Desailly

MILAN: S. Rossi, Tassotti, Panucci, Albertini, F. Galli, P. Maldini (83′ Nava), Donadoni, Desailly, Boban, Savicevic, Massaro – All.: Capello
BARCELLONA: Zubizarreta, Ferrer, Guardiola, Koeman, Nadal, Bakero, Sergi (72′ Estebaranz), Stoichkov, Amor, Romario, Beguiristain (52′ Eusebio) – All.: Cruijff

Arbitro: Don

12 Comments

on “Le notti di maggio
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  1. Errata corrige: Michael Laudrup NON era campione d’Europa in carica per nazioni in quanto non aveva partecipato – per divergenze con il ct danese – all’Europeo 1992.

  2. Brividi rossoneri….avevo 12 anni, non dormii tutta notte per l’ eccitazione, non vedevo l’ ora di andare a scuola il giorno dopo per festeggiare con i compagni di tifo un’ impresa eclatante!!!

  3. Quella sera c’erano ragazzini di onorate famiglie di granitica juventinità che si riversarono per quattro volte in terrazzo a urlare esultanti assieme ai dirimpettai milanisti. No, per dire.

  4. caro mio da come l’hai raccontata mi è sembrato di viverla. Ho 15 anni, tifoso del Milan e innamorato del gioco di Sacchi ma a leggere riguardo questa partita c’è veramente da emozionarsi. Grazie al Milan ovviamente per averla vinta ma grazie a te che ce la ricordi così. Complimenti.

  5. Avevo 27 anni all’epoca, oggi 50, ricordo benissimo questa partita (e i giorni che l’hanno preceduta) in quanto è sicuramente la più emozionante delle coppe vinte dal Milan poichè inattesa.
    Ricordo anche io (I’ll remember…) quanto abbiamo dovuto sopportare gli sfottò degli interisti e degli juventini prima della finale (stasera il Barcellona vi ammazza, senza Baresi e Costacurta vi fa 6 reti, vi farà fare una figuraccia davanti al mondo, ecc…).
    Dopo la finale sono spariti tutti con i loro pregiudizi e le loro gufate… Dio mio quanto abbiamo goduto…
    Auguro ai più giovani milanisti di vivere cento di questi giorni. Io spero di campare abbastanza per rivedere il Milan a quei livelli, purtroppo con la squadra che abbiamo ora la vedo dura. Grazie per il post, veramente da brividi, ciao a tutti.

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