Le due giornate di Rio

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Nel 1950 la prima trasferta intercontinentale della storia del calcio italiano era stata un bagno di sangue: ancora choccata dalla tragedia di Superga, la Nazionale si era rifiutata di andare in Brasile in aereo ed era caduta nel tragico errore di un’estenuante spedizione in transatlantico, con allenamenti improvvisati sul ponte della nave e tutti i palloni a disposizione presto finiti nell’oceano. Nel 1963, invece, il Milan va alla scoperta dell’America in aereo, sbarcando a Rio de Janeiro alle otto del mattino, salutata da una folla entusiasta e vagamente isterica. Non saranno i Beatles che in quei mesi stanno facendo delirare mezzo mondo, ma Rivera e compagni sono comunque delle piccole celebrità. La vetrina spetta naturalmente ad Altafini e Amarildo, campioni del mondo con la Seleçao rispettivamente nel 1958 e 1962.

Ci troviamo a Rio per giocarci la prima Coppa Intercontinentale della nostra storia, a cui abbiamo diritto dopo il trionfo di Wembley sul Benfica. L’avversario è il mitico Santos di Pelé, venuto a farci visita a ottobre: a San Siro è finita 4-2, con netta supremazia rossonera e doppio gol della bandiera santista proprio di O Rey. Nel clan rossonero c’è diffuso ottimismo, nessuno ritiene oggettivamente possibile lasciare la coppa al Maracanà, anche per la probabilissima assenza di Pelé, fermato da un infortunio muscolare. Dopo il divorzio tra Nereo Rocco e il direttore tecnico Viani, avvenuto all’indomani di Wembley, il nuovo allenatore del Milan è Luis Carniglia, navigato argentino che vanta nel palmares due Coppe Campioni con il Real di Di Stefano.

La sera del 14 novembre 1963 il Maracanà ribolle come da luogo comune. Così benvoluto all’aeroporto, l’ex Botafogo Amarildo (che i giornali italiani chiamano imperturbabilmente “negro“) è diventato un nemico del popolo, un vile traditore per aver scelto i soldi dell’Europa (figuratevi l’accoglienza che toccherà il prossimo luglio a Diego Costa dell’Atletico Madrid, reo di aver scelto la Nazionale spagnola invece che la Seleçao). Sono passati appunto tredici anni dal cosiddetto Maracanazo, il momento più tragico e cupo della storia del calcio brasiliano, quando l’Uruguay di Schiaffino e Ghiggia venne a scippargli il Mondiale a domicilio, facendo sprofondare nella tristezza un paese intero. Ci sono 174 mila spettatori e una grande canicola, con il Milan a ostentare una superiorità sfacciata: si va al riposo sullo 0-2 quasi senza soffrire. Al 12′ Trebbi pesca Altafini con un lungo traversone e José è abilissimo a scavalcare Gilmar con un bel colpo di testa. Cinque minuti dopo Mora, in un Maracanà ammutolito, sfugge a due avversari e mette in rete di destro. Nell’ultimo quarto d’ora il Santos si scuote e tenta l’assedio, ma Ghezzi è in ottima serata e la difesa rossonera si mostra concentrata e diligente. Tutto tranquillo sul fronte sudamericano.

Nell’intervallo inizia a diluviare con annesse folate di vento, un acquazzone tropicale che il Santos interpreta come un segno divino: non a caso lo storico soprannome del club è O Peixe, il pesce. Il pubblico, ormai senza speranze, scandisce il nome di Pelé che, presente in tribuna, scoppia in un pianto dirotto. Un altro uomo rientra trasformato dagli spogliatoi: è l’arbitro Juan Brozzi, argentino, la cui direzione di gara cambia faccia di colpo.

Si distingue nell’occasione il truce Almir, sostituto di Pelé, una fallimentare esperienza italiana alle spalle (solo due presenze tra Fiorentina e Genoa nei mesi precedenti), che già stava menando come un fabbro fin dall’inizio: al via “fa subito fuori Amarildo, prima tentando di appioppargli un calcio frontale, poi sparandogli una legnata a ritroso“. Pepe dimezza il distacco su punizione solo toccata da Ghezzi che, colpito a un polso, da quel momento in avanti deve parare con una sola mano. Proprio Almir pareggia poco dopo di testa, su cross di Mengalvio. Il pubblico ruggisce come solo chi abita al Maracanà può fare: “Si vede gente piangere, giovani, anziani, senza distinzioni di età. Si vede gente umile, nei settori nascosti dalla rete, baciare la terra“. Tre tifosi (“un negro e due mulatti“, secondo l’impietosa sintassi giornalistica anni ’60) ci lasciano le penne, stroncati da altrettanti infarti. Brozzi è il dodicesimo uomo in campo del Santos, ormai trasfigurato: il mediano Lima salta tre avversari e incenerisce Ghezzi da fuori area. “Amarildo dedica all’arbitro uno di quei gesti romaneschi assai cari ad Alberto Sordi, e lui niente. Almir quasi gli strappa il fischietto dalle labbra, e lui niente” (Alessandro Porro, La Stampa). E’ ancora Pepe a eguagliare il risultato dell’andata, sempre su punizione, segnando il 4-2 con un’altra sassata su cui un intontito Ghezzi potrebbe fare meglio. Rivera: “Nel secondo tempo, ogni volta che riuscivamo a superare la metà campo l’arbitro ci fermava. Una cosa inaudita, pubblico scatenato, gente in campo, è successo di tutto“. Maldini: “Ogni volta che Brozzi mi passava vicino, mi raccomandava di stare calmo ‘perché siamo in casa loro’ “.

Non sono esagerazioni da piangina: le cronache riportano particolari surreali, riportando i dettagli di “uno spettacolo a volte addirittura feroce, i cui limiti vanno a confondersi oltre l’orizzonte dell’umana comprensibilità” (sempre Porro). Nino Oppio, cronista del Corriere della Sera, rievocherà: “Prima della partita fui contattato da un amico perché informassi i dirigenti del Milan che l’arbitro, per una certa cifra, era disposto a favorire gli amici italiani: ‘se non interessa al Milan, sentirò la parte opposta’. Voleva cinque milioni e duecento mila lire. Scesi nella hall dell’albergo di Copacabana e informai i dirigenti del Milan: c’erano Viani, Carniglia e l’accompagnatore Piero Grassi. Viani rispose: ‘Siamo qui per vincere senza trucchi e ci riusciremo. Lo abbiamo già dimostrato’“.

Reti: 12′ Altafini, 16′ Mora, 49′ Pepe, 54′ Almir, 64′ Lima, 71′ Pepe
SANTOS: Gilmar, Ismael, Dalmo, Haroldo, Mauro, Lima, Dorval, Mengalvio, Coutinho, Almir, Pepe – All.: Luis Alonso Perez (Lula)
MILAN: Ghezzi, David, Trebbi, Pelagalli, C. Maldini, Trapattoni, Mora, Lodetti, Altafini, Rivera, Amarildo – All.: Carniglia – DT: Viani
Arbitro: Brozzi

brozzi

E’ necessario lo spareggio. Si rigioca 48 ore dopo, sempre al Maracanà, sempre con Brozzi arbitro: storture di un regolamento ridicolo, che prevede che alternativamente la “bella” debba giocarsi in Europa e in Sudamerica, conteggiando anche le edizioni in cui non viene disputata (in pratica: anni pari in Europa, anni dispari in Sudamerica).

Il Milan minaccia il forfait se non viene cambiato l’arbitro, ma gli viene risposto che in caso di rinuncia vince il Santos e stop. A malincuore perciò partecipiamo, allegando inutile riserva scritta; Carniglia ha comunque l’accortezza di tenere fuori i giocatori più importanti, come Rivera, David e il portiere Ghezzi (in campo c’è il peruviano Benitez, alla sua ultima partita col Milan prima di essere ceduto al Messina); Amarildo, brutalizzato da Almir e da Mauro, è comunque regolarmente in campo. Come volevasi dimostrare: il solito Almir, indegno inquilino della maglia numero 10, è nuovamente invasato e mette fuori causa con un calcio in testa il secondo portiere Balzarini, che sviene e viene sostituito dal terzo portiere Barluzzi. Al 35′ Maldini entra su un pallone spiovente al limite dell’area e respinge di piede per rinviare, mentre Dorval si tuffa per colpire di testa, senza neanche entrare in contatto con il nostro capitano. Invece di fischiare un eventuale gioco pericoloso di Dorval, Brozzi concede un incredibile rigore. Maldini protesta e viene espulso, mentre Dalmo trasforma dal dischetto.

Il portiere Balzarini medicato alla testa dopo il calcio di Almir.

Il portiere Balzarini medicato alla testa dopo il calcio di Almir.

Carniglia, indignato verso l’arbitro suo connazionale (“Vedevo che faceva cenni d’intesa al numero 4 Mauro“), vorrebbe ritirare la squadra, ma i dirigenti glielo impediscono. Intorno è il caos. “Fotografi e radiocronisti sono almeno raddoppiati rispetto a due giorni prima. Quando succede qualcosa e il gioco si ferma, loro entrano in campo per fotografare, per intervistare, e l’arbitro aspetta che abbiano finito, li tollera, non fa mai un gesto per farli uscire“. Trebbi, esasperato, prende a calci uno spettatore che ha cercato di aggredirlo. Sentite Mora: “Un radiocronista mi si è avvicinato ma, invece di intervistarmi, mi ha colpito due volte in testa con il suo apparecchio“. La partita non c’è più; esiste solo una filippica interminabile di calci, pugni, testate e ginocchiate tollerate con aria serafica dall’orribile Brozzi, che quantomeno ristabilisce la parità numerica cacciando Ismael, reo di una testata in pieno volto ad Amarildo. Gli assalti si fanno confusi e le interruzioni infinite, finché la farsa ha finalmente fine. Il gagliardissimo Trapattoni da Cusano Milanino, a fine partita, ha il fegato di andare ad applaudire ironicamente i giocatori del Santos in trionfo, mentre i compagni tremano per la sua incolumità.

Il DC-8 dell’Alitalia riparte subito dopo, all’una locale, più lontano possibile dalla bolgia. Al ritorno in Italia il Milan troverà alla Malpensa cinquemila tifosi, a cui mostreranno cerotti e tumefazioni varie. L’orribile Brozzi verrà punito con la perdita della qualifica di internazionale. Si consolerà aprendo a Buenos Aires un lussuoso negozio di fiori, piante e arnesi da giardinaggio.


Reti: 35′ rig. Dalmo
SANTOS: Gilmar, Ismael, Dalmo, Mauro, Lima, Haroldo, Dorval, Mengalvio, Coutinho, Almir, Pepe – All.: Luis Alonso Perez (Lula)
MILAN: Balzarini (40′ Barluzzi), Pelagalli, Trebbi, Benitez, C. Maldini, Trapattoni, Mora, Lodetti, Altafini, Amarildo, Fortunato – All.: Carniglia – DT: Viani
Arbitro: Brozzi

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