L’autunno di Jimmy Greaves

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A neanche 21 anni James Peter Greaves, per tutti Jimmy, ha già segnato 100 gol in First Division e già due volte ne è diventato capocannoniere, chiudendo il campionato 1960/61 con un clamoroso bottino di 41 gol in 40 partite. Peccato che il suo Chelsea sia una squadra men che mediocre, soltanto dodicesima e capace addirittura di subire 100 gol in tutto il campionato. Morale della favola: a fine maggio Gipo Viani, direttore tecnico del Milan, convince il presidente Rizzoli a sborsare 70 mila sterline e lo porta in Italia, sognando di farne – almeno per carisma e leadership – il nuovo Kilpin.

Jimmy arriva in Italia ai primi di giugno insieme alla giovane moglie Irene, che non ha ancora smaltito lo shock per aver perso il primogenito Jimmy junior. “Mi bastarono poche settimane per capire l’errore che avevo fatto. Mi mancava Londra, la sua gente, la sua atmosfera e anche, perché no, i suoi pub. Volevo tornare a casa e lo dissi alla dirigenza del Milan. Che reagì malissimo. Del resto, loro nel sottoscritto avevano investito un bel po’ di quattrini“. Ad ogni modo, l’esordio è il migliore possibile: in un’amichevole contro il Botafogo, a San Siro davanti a 50 mila spettatori, Jimmy conferma la regola che manterrà invariata in tutta la carriera: all’esordio con una nuova maglia, lui segna sempre. Peccato che – forse per troppa euforia – un cuore ballerino costringa Viani a qualche mese di riposo forzato; il comando delle operazioni viene preso dal nuovo allenatore del Milan, che altri non è che il Paròn, Nereo Rocco.

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Da uomo di confine, di radicale praticità mittel-europea, Nereo non ha in gran simpatia gli inglesi. Pure, si aggiunge una certa incollocabilità in campo di Greaves: a volte Rocco gli dà la maglia numero 11 e lo mette ala sinistra, ma Jimmy se ne infischia e trasloca di sua iniziativa al centro, costringendo Altafini a prenderne la posizione. In più, da buon inglese, Greaves è del tutto allergico a sedute tattiche, ritiri e tutte le altre manfrine per cui noi italiani andiamo pazzi: se il giorno prima della partita Rocco porta la squadra al cinema per fare gruppo, lui è il primo a sgattaiolare fuori nel buio della sala. L’unico alcol concesso è un bicchiere (di vino) al giorno; sigarette, neanche a parlarne.

Greaves non è uno sfonda-reti alla Nordahl né un fine dicitore un po’ conigliesco alla Altafini. E’ un killer dell’area di rigore dai modi spicci, che solleticherebbe ben poco la fantasia del nostro pubblico. Eppure segna, segna tantissimo: dopo il Botafogo, si ripete anche all’esordio in campionato, a Vicenza. Due partite a secco, poi la doppietta contro l’Udinese, in un turno di campionato insolitamente disputato di mercoledì alle 19: a giugno c’è il Mondiale in Cile e la serie A deve finire entro metà aprile. Greaves timbra il cartellino per altre due volte, con la banalità e l’essenzialità che gli sono tipici. Dopo 10 minuti anticipa il portiere Dinelli e incorna il cross da sinistra di Altafini; al 25′ si procura un rigore (spinta di Burelli) e lo trasforma di sinistro, spiazzando il portiere. A parte questo, il suo contributo alla manovra è quasi irrilevante e la sua combattività ancora meno, tanto che qualcuno (tipo Brera) maligna che Jimmy si limiti al compitino (cioè segnare, segnare, segnare) per assicurarsi il posto in Nazionale ai Mondiali, il suo vero obiettivo stagionale. La partita è spettacolare e finisce 4-3, con autogol di Sassi e gol di Pivatelli per il Milan, mentre l’Udinese va a segno con Pentrelli (due volte) e Canella. Si fa in tempo a finire la partita nonostante il balbettio dei 180 riflettori di San Siro, non ancora in grado di reggere una notturna.

Torniamo a Greaves. Nonostante sia capocannoniere, niente, il Paròn non lo può vedere: “Sto mona de inglisc, xe bravo quando che xe facile. Quando xe ora de sofrìr, el salpa par la sua isola“. Piazza un’altra doppietta alla Sampdoria alla sesta giornata, ma il Milan perde 2-3 e Nereo presenta le sue dimissioni a Rizzoli: respinte, non è nello stile Milan licenziare un allenatore dopo due mesi. La settimana dopo c’è il derby, contro l’Inter campione in carica, prima in classifica e già a +3: è il primo scontro Rocco-Herrera e se lo aggiudica a sorpresa il Paròn, con l’ineffabile Jimmy che fa puntualmente la sua comparsa nel tabellino. Ma la stagione procede a singhiozzo: una sconfitta a Venezia e un’altra bizza di Greaves che fa andare su tutte le furie Rocco, la sera prima della partita col Lecco. Ecco come la racconta Cesare Maldini: “Un sabato notte, io e Altafini, che dormivamo insieme in un albergo vicino alla stazione, sentiamo dei rumori strani nella camera di fianco. Apriamo piano la porta e vediamo Greaves che scende le scale, con le scarpe in mano per non farsi sentire. Al mattino il massaggiatore Tresoldi dice a Rocco che Jimmy non è in camera. Poi, come se niente fosse, Greaves si presenta all’Assassino dove pranzavamo prima della partita, chiedendo scusa a tutti. Rocco, però, gliene dice di tutti i colori e non lo fa giocare col Lecco“.

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Si va avanti così, con Greaves quasi a provocare la società: un gol, una mattata – altro che Balotelli. Jimmy va a segno contro la Roma e addirittura due volte a Firenze, se non ché la Viola ce le suona di santa ragione: 5-2. La pazienza del Paròn è ben sotto la soglia di tolleranza e da Londra le sirene si stanno facendo sempre più insistenti. Così, su pressante richiesta del tecnico, Rizzoli decide di accettare la curiosa offerta del Tottenham: 99.999 sterline, un pound in meno della cifra tonda. Un’idea di Bill Nicholson, leggendario manager degli Spurs, per evitargli la pressione di essere il primo calciatore della storia a essere pagato 100 mila sterline.

La mossa si rivelerà geniale. Si libera un posto per un nuovo straniero: Rocco vorrebbe l’argentino Humberto Rosa, suo pupillo ai tempi del Padova, ma la società gli porta in casa il regista brasiliano del Boca Juniors Dino Sani. Di cui poco si sa, se non che il Boca l’ha scaricato volentieri, ritenendolo vecchio. Debutta in campionato in un Milan-Juve, seminando costernazione sugli spalti: è pelato, ha la panza, più che un ragioniere di centrocampo sembra un ragioniere del catasto. Ma in campo è samba: il suo ritmo cadenzato e la sua visione di gioco trascina i rossoneri alla vittoria per 5-1, con poker dell’amico Altafini: insieme avevano vinto (da comprimari) il Mondiale 1958. Sani sarà l’uomo decisivo della stagione, degno erede in mezzo al campo del Barone Liedholm che aveva smesso solo l’estate prima.

E Greaves? Traslocato a White Hart Lane, segnerà 220 gol in 321 partite (debuttando, neanche a dirlo, con una tripletta al Blackpool), vincerà due FA Cup e una Coppa delle Coppe ma mancherà l’ascensore per il paradiso ai Mondiali 1966, gli unici mai vinti dai Tre Leoni: dopo tre partite senza gol, si fa male contro la Francia e viene sostituito da Geoff Hurst, che inizia a segnare e non smette più, fino alla tripletta in finale contro la Germania. Non ha neanche mai vinto un campionato inglese, pur se ancora oggi è il Silvio Piola d’Oltremanica, con il suo ineguagliato bottino da 357 gol in massima serie. Dell’Italia serberà per tutta la vita un’opinione particolare, riassunta in un articolo sul Daily Mirror di tre anni fa:

Noi inglesi crediamo di essere ossessionati dal calcio, ma non saremo mai così pazzi come gli italiani. Non dimenticherò mai la mia prima volta a Venezia – non ricordo Piazza San Marco, né il Ponte dei Sospiri o le serenate dei gondolieri, ma frutta e ortaggi che volavano contro di me. Stavamo andando allo stadio in vaporetto. Pensavo che avrei potuto godermi il panorama dal bordo della nave, ma i miei compagni mi dissero che era meglio mettersi al riparo. Sapevano bene che, ogni volta che la nave fosse passata sotto un ponte, saremmo stati bersagliati da pomodori marci. Se eri di Milano, eri odiato in qualsiasi altra regione d’Italia. Il derby contro l’Inter era la partita più tranquilla del calendario!
A Palermo fu anche peggio. C’erano recinzioni alte 40 piedi e sopra arrampicati centinaia di tifosi per colpirci più facilmente. Dopo quella partita, mi sedetti all’ultima fila del pullman. Si avvicinò Trapattoni e mi disse: “No Jimmy, non qui”. Mi trascinò verso la parte anteriore del bus, poco prima che tutti i vetri posteriori finissero in pezzi.
E pensare che gli hooligans erano “la malattia inglese”. Anche noi abbiamo avuto i nostri problemi, ma certamente gli italiani ne hanno sofferto molto prima.
In quel periodo giocava in Italia, al Torino, anche Denis Law. A nessuno di noi due piaceva la mentalità del calcio italiano: troppi ritiri, si andava via per metà settimana, soggiornando in hotel o residence. Rocco una volta mi chiuse a chiave in stanza, così scappai dalla finestra: camminai su un cornicione, poi atterrai su una finestra del corridoio e infine trovai la libertà attraverso la reception principale.

Come detto, quel Milan 1961-62 vincerà lo scudetto, e l’anno dopo – a Wembley – diventerà la prima squadra italiana a vincere una coppa dei Campioni. E a noi piace pensare che sia stato anche merito di Jimmy Greaves. Che, tutto sommato, ancora oggi ci ricorda così.

Il Milan è un grande club e San Siro è un posto magnifico per giocare a calcio. Quando hai giocato per un club così grande – anche per così poco tempo – il ricordo ti accompagna per tutta la vita.

 

Reti: 10′ Greaves, 22′ aut. Sassi, 24′ rig. Greaves, 36′ Canella (U), 37′ Pentrelli (U), 49′ Pivatelli, 82′ Pentrelli (U)

MILAN: Ghezzi, C. Maldini, Zagatti, Pelagalli, Salvadore I, Radice II, Conti, Trapattoni, Altafini, Pivatelli, Greaves – All.: Rocco
UDINESE: Dinelli, Burelli, Valenti, Sassi, Tagliavini, Segato, Canella, C. Galli, Pentrelli, Tinazzi, Mortensen – All.: Foni

Arbitro: Sbardella

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