La mascherata della Morte Rossonera

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Prendete quest’immagine. Cliccateci sopra, ingranditela, stampatela, fateci delle magliette. Molto probabilmente, se avete almeno vent’anni d’età, l’avrete riconosciuta subito, e tra qualche secondo vi tornerà alla mente tutto un bailamme di ricordi, urla, esultanze, familiari, amici lontani, ex fidanzate. Bello, no? E’ anche per questo che esiste il calcio.

Guardatela ancora: niente è come appare. “Il calcio è strano” (cit.). Mettetevi nei panni di Carlo Ancelotti a quel minuto di quella partita. Siete in piedi davanti alla panchina che fumate anche se non si potrebbe, col vostro bel vestito elegante da serata di coppa, e guardate per terra e fissate il vuoto, e poi vedete con la coda dell’occhio il quarto uomo che alza la lavagna dei minuti di recupero: tre. Chissà a cosa pensate mentre consumate l’ultima sigaretta del condannato al licenziamento: forse vi chiedete come accidenti ci siete finiti in una situazione del genere, a com’era iniziata, strapazzando il Bayern in casa e fuori, passeggiando 4-0 a La Coruna e dominando a novembre il grande Real campione in carica. A come state finendo fuori dall’Europa contro dei ragazzini che sì va bene, si chiamano Ajax e quindi massimo rispetto, ma sono niente più che una squadra olandese piena di under 23. A quanto vi state avvilendo un minuto dopo l’altro nel veder giocare così male quella squadra che in autunno era tanto incantevole, con Seedorf flessuosa pantera, Gattuso mediano unico settepolmoni e mezza Europa che si strappava i capelli a veder giocare Pirlo davanti alla difesa. Ma stasera Seedorf e Gattuso sono rotti, Pirlo è squalificato, al suo posto sta giocando Brocchi e voi avete appena finito i cambi, tirando dentro gli ultimi spicci: Rivaldo-Redondo-Tomasson, due ruderi e un danese pallido a cui tutto si può chiedere, meno che fare il salvatore della patria.

Ed ecco allora la lavagna che dice: tre minuti. Quello che sta finendo non era un sogno; i sogni sono roba da falliti, pigri incapaci che pensano di poter arrivare dappertutto solo perché ci credono, come dice la televisione. Questa storia l’avevate preparata bene, con una rosa ricca e numerosa, con tanti ricambi, nomi forti, gente esperta. Vincere la Champions era possibile, forse persino probabile per voi, per gli altri, per i giornali. “Un sorteggio abbordabile“, dicevate. E poi l’Inter in semifinale, che storia. Non doveva finire così: siete voi il colpevole. Quando la tortura sarà finalmente finita, assumetevi le vostre responsabilità e ditelo ad alta voce: sono il responsabile unico di questa sconfitta. Comportatevi da uomo.

E la palla ce l’hanno pure gli altri. Se avessero Inzaghi scapperebbero verso la bandierina e non la mollerebbero più. Ma Inzaghi ce l’abbiamo noi e loro hanno questo spilungone nasone svedese col cognome slavo, Ibrahimovic, molto forte, anche se stasera ha sofferto un po’ la tensione (è normale alla sua età, crescerà e queste partite di sicuro le divorerà da quel fuoriclasse che già è). Eccolo lì che non riesce a tenere palla neanche per tre secondi: se la fa soffiare da Brocchi, che tocca per Shevchenko che tocca per Nesta. 90 minuti ora, altri tre e andiamo tutti a casa. Nesta per Costacurta. “Vediamo se il Milan ha la forza per l’ultimo assalto“, dice Piccinini. Vale a dire l’ultimo lancio lungo sballato, perché noi non abbiamo mai saputo che farcene dei lanci lunghi, qua è un anno che ce la meniamo con lo spettacolo e i passaggi di prima e il possesso palla, non è che improvvisamente possiamo diventare il Celtic Glasgow. Costacurta per Maldini. Fai ‘sto lancio capitano, così ci fischiano il solito fallo in attacco ed evitiamo anche di illuderci, c’è già Ambrosini pronto a rifilare una gomitata in gola a qualcuno.

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Cosa, avete già chiuso quell’immagine? Di cosa credete che stiamo parlando, di un torneo di ping pong? Il calcio è pieno di pensieri, di false piste, di binari morti che resuscitano. Ricordate l’inizio di Magnolia, “e io cerco di convincermi che si trattò di una pura fatalità“? Riapritela, state attenti. Centoquattro anni di evoluzione della specie milanista ci hanno portato precisamente a questo bivio della nostra storia, come se la sagoma bionda di Ambrosini fosse in realtà il monolite nero di 2001 Odissea nello Spazio. Oltre a lui ci sono sei giocatori dell’Ajax e solo due dei nostri; uno di loro, Rivaldo, è chiaramente fuori dall’azione, troppo vicino per pensare di poter beneficiare del colpo di testa a lunga gittata di Ambro. Il secondo, beh, è Inzaghi.

Non distogliete lo sguardo. Nel Seicento un pittore spagnolo, da una situazione così, ci avrebbe fatto uno dei suoi quadri più cupi. A tre minuti dalla fine siamo uno contro sei: tanto valeva giocarci la qualificazione con un ultimo giro di roulette. Ma quell’uno è Inzaghi e allora vale tutto. Il bello è che tutta la difesa dell’Ajax e tutti i tifosi e anche l’allenatore Ronald Koeman conoscono bene Inzaghi e di cosa sia capace. Inzaghi è come la Morte Rossa di quel raggelante racconto di Poe: tutti volevano illudersi di averla tenuta fuori dal castello ma poi, mentre quelli brindavano e ballavano e pasteggiavano, lei entrò di soppiatto. “Come un ladro, di notte essa era sopraggiunta. E tutti i convitati caddero uno ad uno nelle sale dell’orgia bagnate da una rugiada sanguinosa ed ognuno morì nella disperata positura in cui era caduto soccombendo“.

Ancora quella foto, due (uno) contro sei. Stacco di Ambrosini e palla indirizzata nello spazio dove Superpippo si è già avventato da magnifico sciacallo qual è. La parola scritta non rende l’idea di quello che succede in quel momento. Il virus Pippo si è infiltrato nel sistema e lo manda in tilt: il portiere esce e poi si paralizza inspiegabilmente, i difensori fanno rimbalzare la palla, i gabbiani starnazzano isterici, i bambini sanguinano dal naso, il quadro diventa torbido e confuso. “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente“. Inzaghi come Mao Tze-Tung. Pippo allunga il piede e alza un campanile assurdo, del tutto anti-estetico, che si impenna grottescamente e finisce in rete. Intorno è il delirio, un gigantesco e sordo boato che fa vibrare gli spalti e gela il sangue degli sconfitti. Se l’Ajax non sprofondasse nel dramma, ci sarebbe da ridere: ma che gol abbiamo preso?

Guardate l’immagine per l’ultima volta: quanti milanisti vedete? Due, vero? Rivaldo e Inzaghi, tertium non datur. E invece no, il calcio inganna, vi fa guardare da una parte e vi colpisce allo stomaco dall’altra. Pallido e indisturbato, insignificante anche in fotografia visto che se ne sta acquattato e invisibile dietro il numero 3 Bergdolmo, Tomasson ha seguito tutta l’azione ed entra in scena silenzioso come il cavaliere di Ingmar Bergman. Sbuca alle spalle di tutti e a due centimetri dalla linea allunga il piede e piazza l’ultima coltellata, mentre Inzaghi è già scappato verso la bandierina sotto la Sud. E fu così che volammo in semifinale grazie al gol più importante della carriera di Pippo Inzaghi che in realtà non fu un gol di Inzaghi; solo la prima delle tante circostanze paradossali di quell’indimenticabile primavera 2003, che dopo nove anni ci vide tornare campioni d’Europa senza vincere neanche una partita su tre tra semifinali e finale. Ma di questo parleremo la prossima volta.

Inzaghi_Ajax

MILAN: Dida, Simic (85′ Tomasson), P. Maldini, Nesta, Costacurta, Brocchi, Rui Costa (85′ Redondo), Ambrosini, Kaladze (80′ Rivaldo), Inzaghi I, Shevchenko – All.: Ancelotti
AJAX: Lobont, Trabelsi, Pasanen, Chivu, Van Damme (46′ Litmanen), Yakubu, Sneijder, O’Brien, Pienaar (84′ De Jong), Ibrahimovic, Van der Meyde (89′ Bergdolmo) – All.: Koeman

Reti: 30′ Inzaghi, 63′ Litmanen (A), 65′ Shevchenko, 78′ Pienaar (A), 91′ Tomasson

Arbitro: Gonzales

4 Comments

on “La mascherata della Morte Rossonera
4 Comments on “La mascherata della Morte Rossonera
  1. Pura poesia, date un goal in più a Pippo nelle classifiche UEFA dei goals in Europa e in Champions per favore…..comunque grande Scorpione Bianco!!!!

  2. Uno dei ricordi più belli della mia vita, e questo fa capire come sono malato, avevamo la curva più bella d’Italia e rivedere Pippo andare a festeggiare la sotto mi ha fatto piangere di gioia, 10 anni dopo

    • Non è malattia, credo sia normale quando si è tifosi per davvero….chi non ama il calcio non può capire..
      anche per me vale lo stesso:una delle più grandi ed esaltanti soddisfazioni sportive e uno dei momenti più della mia vita in generale. ..avevo 13 anni ma quella sera e quel periodo rimarrà sempre nel mio cuore

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