La costruzione di un amore

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Silvio Berlusconi non è il ritratto della freschezza. Oggi il suo Milan assomiglia proprio a lui: un signore attempato che – dopo un viaggio lungo, ricco ed entusiasmante – si è addormentato in autobus con la testa appoggiata al finestrino, e viene bruscamente svegliato e avvisato del capolinea. Come in una vecchia VHS riavvolta al contrario, come in un lunghissimo giro sulla ruota panoramica che si conclude esattamente dov’era iniziato, eccoci di nuovo a Milan-Parma, stratagemma usato dal Destino ormai ventotto anni fa, per manifestare la sua infinita potenza. La partita senza la quale non ci sarebbe stato tutto il resto, compreso il martedì nero del Calderòn. Perché senza l’amaro, amici miei, il dolce non è più tanto dolce, come diceva quel tale in Vanilla Sky.

Arrigo Sacchi era un omarino di nessun lignaggio, per qualcuno addirittura uno svitato Savonarola, con un settimo posto a Parma in serie B come miglior piazzamento in carriera. In tre mesi diventò l’uomo a cui Berlusconi affidò una fuoriserie carica di Baresi, Maldini, Ancelotti, Gullit e Van Basten. “Una squadra per cui ho speso 100 miliardi“, come disse spesso con la sua solita incontinenza verbale. Dopo una breve esperienza alla Primavera della Fiorentina, Arrighe prende il Parma appena retrocesso in C1 e lo riporta subito in serie B. A inizio settembre, in una notte di fine estate, si toglie la soddisfazione di vincere a San Siro in coppa Italia, battendo 1-0 il declinante Milan di Liedholm con un gol di Fontolan. Esplode la contestazione dei tifosi e, per dare un’idea dell’aria che tira, leggete un po’ cosa scrive Gianni Mura su Repubblica.

Alternative a Liedholm? Nessuna. Berlusconi ha già fatto capire che Fabio Capello non ha nello zaino il bastone di maresciallo, Trapattoni era stato contattato in ritardo, cioè dopo Pellegrini, chi c’è a spasso per l’ Italia in grado di pilotare il Milan berlusconiano? Forse solo lui, Berlusconi, che magari abolirebbe la zona e farebbe verticalizzare (il verbo è ossessivamente ripetuto dai tifosi) di più. […] Forse i miliardi e un certo gusto-kolossal di Berlusconi hanno mandato in cimbali i tifosi del Milan. Rambizzati, vogliono tutto e subito. Hanno recepito a modo loro le dichiarazioni spagnole del Silvio nazionale, chi non verticalizza è perduto. Gli ultras sono come suoi pretoriani, lui ha dichiarato che nei loro occhi ha visto il loro cuore, sarà consentito a qualcun altro vederci dentro delle spranghe? Non è vero che la Coppa Italia serve a poco, a nulla: serve ad evitare rotture di scatole e a lavorare in pace, ormai per il pubblico battere la Sambenedettese o il Real Madrid è la stessa cosa, importante è farsi la pera. […] Nessuno nega a Berlusconi il diritto di dire la sua sulla squadra, dopo i miliardi che ha sganciato. Ma le interpretazioni tecnico-tattiche del presidente non erano destinate all’ Islanda, ma a questa povera Italia pervasa da furori sbagliati, dove chi ha più peccati è sempre pronto a scagliare la prima pietra, dove è superfluo fare il processo al Milan, se è già cominciato il linciaggio.

Rompendo la sordina emozionale della provincia emiliana, Sacchi intanto diventa una star: ogni volta che si affaccia al PalaRaschi per assistere agli incontri della fortissima squadra di volley, il pubblico va in delirio. La squadra è giovane ma molto ben organizzata e applica già le prime tracce di pressing alto, anche se i risultati arrivano soprattutto in casa. Il furore del profeta Arrigo ogni tanto tracima, come a Pisa quando sbrocca nei confronti dell’arbitro Coppetelli e viene squalificato per otto partite. Lo contattano il Torino e la Fiorentina e lui, ambiziosissimo per natura, ovviamente ne è lusingato. 41 anni mal portati, con una calvizie ormai dominante, una tendenza alle urla più che alla pacatezza, un sacro furore da Savonarola nei comportamenti e nelle idee. Qualcuno mette in giro addirittura la voce che picchi i giocatori. A fine allenamento, quando è ormai sera e non è rimasto più nessuno, si chiude in palestra ad ammazzarsi di flessioni. “Lo stress è un valore“, dice, “mi fa fare qualunque cosa“. Ricco di famiglia (a 21 anni aveva la Porsche), figlio di interisti, sposato con Giovanna, scarso come calciatore, un futuro solido e monotono da rappresentante di scarpe buttato via per inseguire l’Idea. La fama gli piace e una sera il conte Alberto Rognoni (storico fondatore del Cesena e suo conterraneo) lo convince ad andare in tv a una trasmissione locale, c’è ospite anche Trapattoni. Tarantolato dal sacro fuoco, Arrigo parla di magnifiche sorti e progressive, parla di divertimento, spettacolo, gioia, lavoro e applicazione. Con pragmatismo tutto romagnolo, un cameraman lo incrocia e gli fa: “Va a finire che ti prende Berlusconi“.

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Il 25 febbraio il Parma torna a San Siro. Il sorteggio degli ottavi di coppa Italia gli ha messo contro il Milan per la seconda volta in sei mesi. I rossoneri sono quinti in classifica, a due punti dal secondo posto, ma il rapporto tra Liedholm e Berlusconi mostra ormai la corda, anche per le ripetute frecciate dell’algido Barone nei confronti del Cavaliere, parvenu del calcio. Il Silvio è comunque in tribuna vip, appena arrivato da Parigi, dove ha ricevuto dal capo del governo Chirac la bella notizia della riassegnazione dell’emittente tv La Cinq. Ma c’è il Milan a guastargli l’umore. San Siro fischia senza soluzione di continuità, riservando il peggior trattamento a Galderisi e proprio a Liedholm. Andrea Manzo (chi?) spreca malamente l’unica palla-gol della partita, e a otto minuti dalla fine una punizione di Mario Bortolazzi – regista di un certo genio in prestito a Parma proprio dal Milan – fa calare il sipario.

Il 5 aprile 1987, battendo il Pisa 2-0, il Parma è terzo. Da una settimana il Corriere ha sparato a nove colonne la notizia che Sacchi sarà il prossimo allenatore del Milan, nonostante – almeno ufficialmente – accordi del genere possono essere chiusi per regolamento solo a stagione finita. La lotta per la promozione è serratissima: a fine campionato, le prime sei in classifica saranno racchiuse nell’arco di due punti. Il Parma cala nel finale ed è solo settimo, a -3 dalla serie A, penalizzato dal suo pessimo rendimento in trasferta: dodici pareggi, sette sconfitte e nessuna vittoria. Ironicamente, le uniche due vittorie stagionali di quel Parma lontano dal Tardini sono proprio le due di San Siro.

Lo intervista sempre Gianni Mura: “Ho convinto i miei ragazzi di una cosa: nessuno si diverte a fare quello che non sa fare, ma se tutti si limitano a fare quello che sanno fare non miglioreranno mai. Bisogna andare contro i luoghi comuni, la palla rotonda, l’arbitro cattivo, il fattore-campo, il risultato sola cosa che conta. Parliamoci chiaro, chi gioca meglio dell’ altro vince quasi sempre, a tutti i giochi“. Oltre a Bortolazzi, che era in prestito, da Parma si porta Mussi e Bianchi, pretendendo all’inizio di sostituirli a Maldini e Tassotti. E anche Vincenzo Pincolini, un tipo di Faenza, ex saltatore di ostacoli riconvertito a preparatore atletico. L’hanno cercato Torino e Fiorentina, ma l’offerta del Cavaliere è stata la più allettante, forse perché la più rischiosa. I vecchi lupi della stampa sono pronti a riservargli il “trattamento Marchioro” come lo chiama Gianni Mura. “Dura minga”. Dopo pochi giorni va da Baresi e, vuole la leggenda, gli mostra una videocassetta del Parma: “Vedi quel libero? E’ Gianluca Signorini. Vedi come si muove? Devi fare esattamente come lui“. Buona fortuna, Arrigo.

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