Keep Calm & Don’t Buy The Sun

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A chi importa del pallone? Dai ragazzi, razionalmente: fossimo costretti a pensarci per almeno un minuto, quanti di noi riuscirebbero a produrre una spiegazione logica del perché il calcio influenza così pesantemente le nostre vite? Il tal campione tanto adorato, già normalmente molto più ricco di noi, a fine stagione va in sede a ridiscutere il contratto, e se non strappa l’aumento talvolta fa di tutto per farsi cedere. La maglia, così sacra, è spesso disonorata, anche e soprattutto a nostra insaputa; il padrone del vapore, cui versiamo il prezzo del lauto abbonamento, è un traffichino, o nel peggiore dei casi un delinquente fatto e finito responsabile del lastrico di milioni di risparmiatori. Presi uno per uno, i singoli calciatori si rivelano quasi sempre dei mediocri beoti con cui non prenderemmo neanche una birra, e Maurito Icardi non è nemmeno il peggiore del lotto. Invece di sfuggirlo o aggirarlo con frasi di circostanza, fermatevi un attimo ad afferrare il pensiero: qual è il senso di tutta la faccenda?

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Dovevano esserselo chiesto in tanti anche a Liverpool la sera del 15 aprile 1989, non solo amici e parenti dei 96 tifosi reds caduti a Hillsborough, Sheffield, dov’erano convenuti per la semifinale di FA Cup contro il Nottingham Forest. Alla tifoseria del Liverpool era stata assegnata la Leppings Lane, a sinistra della tribuna centrale, con circa 15 mila posti di capienza; ai tifosi del Forest, meno numerosi, era invece stata assegnata la Spion Kop End, che di posti ne aveva 21 mila. Ma la Leppings Lane disponeva di appena sei ingressi, e così – a un quarto d’ora dal calcio d’inizio – c’erano ancora migliaia di tifosi del Liverpool in coda per entrare. La Polizia ebbe la pessima idea di aprire anche il Gate C, un grosso cancello d’acciaio che dava accesso solamente al settore centrale della curva, capiente 2 mila posti e già assolutamente esaurito. I tifosi del Liverpool – poco ferrati in architettura e gestione degli spazi – si fiondarono in massa sul primo spiraglio disponibile, dando inconsapevolmente via a una carneficina: decine di persone si ritrovarono schiacciate contro le pareti e le recinzioni, nel colpevole ritardo dei soccorsi e della sicurezza. Ironia della sorte, in ossequio alle severissime leggi anti-hooligan promosse dal governo Thatcher, le recinzioni che separavano gli spalti dal campo erano state rinforzate da poco, e neanche sotto il peso di migliaia di persone accalcate si decisero a cedere, il che avrebbe salvato la vita a tutti loro. La partita iniziò e andò avanti per 6 minuti, finché l’arbitro la sospese su segnalazione di un ufficiale di polizia. La polizia pensò a un’invasione di campo e iniziò incredibilmente a caricare i tifosi. 96 morti: il più anziano ne aveva 67, il più piccolo era un bambino di dieci anni. Persino il suo cadavere fu sottoposto agli alcol test, per avvalorare la tesi demenziale che fossero tutti ubriachi.

 

La retorica sui “morti di pallone” è sempre stata inutile, vuoto pneumatico da talk-show pomeridiano, ma quel giorno fu moltiplicata per cento, come nella famosa scena di Febbre a 90° in cui il protagonista, di ritorno da Highbury dove ha portato per la prima volta la sua bella, viene da lei investito con una scarica di banalità: “Dovevano saperlo che prima o poi sarebbe successo. E’ finita allora, ora non andrai più allo stadio“. Finita un cazzo, la battaglia era appena cominciata.

La battaglia contro il Sun, tabloid già normalmente disgustoso, che quattro giorni dopo si produsse in una delle sue uscite più pestilenziali: una prima pagina intitolata THE TRUTH, in cui scarica ogni colpa sui tifosi reds, dipinti anche come avvoltoi ubriaconi per aver saccheggiato le tasche dei morti e aver addirittura orinato sui loro corpi e preso a calci i poliziotti che stavano cercando di rianimarli. “Un gruppo di tifosi del Liverpool ha notato una ragazza priva di sensi con la camicetta sollevata sopra il seno. Mentre un poliziotto cercava invano di rianimarla, loro li prendevano in giro: “Lasciala lì che ce la sbattiamo” (è tutto qui, a questo link).

patnickSi citavano le testimonianze di alcuni poliziotti di Sheffield, che preferivano rimanere anonimi per ovvi motivi. Uno dei pochissimi nomi e cognomi era quello di Irvine Patnick, parlamentare del Partito Conservatore, che si faceva portavoce delle lamentele dei poliziotti. A onor del vero, l’articolo (a firma Harry Arnold) era molto più equilibrato della prima pagina; quel titolo così urlato fu esclusivamente farina del sacco di Kelvin MacKenzie, il vulcanico e iper-thatcheriano editore del Sun, peraltro animato da un vago sentimento anti-Liverpool. mackenzieQuando vidi la prima pagina rimasi esterrefatto, non era quel che avevo scritto, non avevo mai usato la parola verità nel mio articolo”, ricorda Arnold. “Dissi a MacKenzie che non poteva farlo. Mi rispose: perché no? Perché non sappiamo se questa è la verità, gli risposi, è solo una versione della verità. Uscii dalla stanza pensieroso: non era bello ciò che stava succedendo, ma un giornalista non può mettersi a discutere con un editore. Soprattutto, non con un editore come Kelvin MacKenzie“.

Oltre al Sun, Patnick aveva raccontato queste cose anche ad altri giornali, che però scelsero un profilo più equilibrato, concedendo spazio anche alle proteste dei tifosi del Liverpool e della società stessa. Racconta Kenny Dalglish nella sua autobiografia:

C’era questa fotografia di due ragazze, con le facce schiacciate contro i cancelli della Leppings Lane. Nessuno sa come hanno fatto a uscirne vive. Venivano tutti i giorni ai nostri allenamenti, in cerca di autografi, e quella foto impressionò tutti perché le conoscevamo. Da quel momento non riesco più a leggere i giornali. […] Quando lessero quella prima pagina, tutti i tifosi del Liverpool si sentirono oltraggiati. Qualcuno bruciava copie del Sun, i suoi reporter e fotografi dovevano mentire, dicendo che lavoravano per il Liverpool Post o per The Echo. Anche The Star ci era andato giù pesante, ma il giorno dopo aveva chiesto scusa, perché sapevano che quella ricostruzione era priva di fondamento. Un giorno mi telefonò Kelvin MacKenzie. “Come possiamo risolvere la questione?”, mi disse. Gli risposi: “Hai presente quel titolone, THE TRUTH? Beh, sarà tutto a posto se ne farai un altro grande uguale, con su scritto WE LIED”. “Non posso farlo”, mi rispose. “Ok”, replicai, “allora non posso aiutarti”. E riattaccai.

Cambiano gli editori, una pagina di scuse tardive arriva nel 2004, e una seconda nel 2011. Il Sun continua a pubblicare titoli-spazzatura, come quello famigerato sul virus HIV, appena sei mesi dopo Hillsborough: “OFFICIAL – STRAIGHT SEX CANNOT GIVE YOU AIDS”. E il boicottaggio still stands, in nome dei 96 morti e anche qualcuno in più, perché i conteggi ufficiali non tengono conto dei tanti casi di suicidio successivi a quel giorno (come quello, avvenuto nel 2006, di Christopher Tribe, tifoso del Forest presente nel settore opposto, rimasto traumatizzato dall’accaduto). Nel 2012, dopo una petizione popolare firmata da oltre 100 mila persone, la giustizia inglese ha reso pubbliche le 400 mila pagine di documenti sul massacro. Fu una colossale opera di disinformazione orchestrata dal governo Thatcher insieme agli organi di stampa suoi amici, per mezzo di galoppini come Patnick. Le responsabilità della polizia furono coperte, falsificando anche 164 referti e documenti. L’Hillsborough Independent Panel, una commissione presieduta dal vescovo di Liverpool James Jones, ha redatto un testo di 395 pagine in cui svela, ora sì, la Verità. Il primo ministro Cameron ha dichiarato: “E’ chiaro che queste famiglie hanno subito una doppia ingiustizia. L’ingiustizia della tremenda tragedia, il fallimento dello stato nel proteggere i loro cari e l’imperdonabile attesa prima di poter scoprire la verità. A nome del governo e del paese, chiedo scusa per quanto è accaduto e non è stato fatto a lungo“.

E da allora tutti gli anni, e così sarà anche domani ad Anfield Road, per la partitissima Liverpool-Manchester City, con l’orologio della Kop sempre fermo alle 15:06. Lo stesso fotomontaggio: la tipica testata rossa grondante sangue, e il titolo THE TRUTH: 96 DEAD. DON’T BUY THE SUN. Sul sito AnfieldRoad.com, in un pezzo riassuntivo della vicenda, si legge chiaramente: “Se sceglierai di continuare a comprare il Sun anche dopo aver letto quest’articolo, dovresti smetterla di considerarti un tifoso del Liverpool“. Ecco qual è il senso: l’appartenenza, il fronte comune, l’idea folle, un po’ infantile e un po’ rock che centomila persone ben istruite e organizzate possano battere il sistema, piegarlo, costringerlo a risarcirti. In Inghilterra il calcio può farlo, l’ha già fatto. Jesus, does anything?

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