Il tempo delle fragole

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Non troppi anni fa il Milan vinceva, vinceva spesso, per non dire sempre. Nel marzo 1996, dopo una brutale eliminazione in coppa UEFA per mano del Bordeaux di Zidane e Dugarry, il pullman rossonero fu accolto da uova e pietre all’arrivo a San Siro prima di un Milan-Parma, con la curva che sfoderò striscioni assai velenosi (“Non ci irrita la sconfitta, ma l’aria che si respira“). Rispetto al coma farmacologico attuale, erano certamente tempi più gagliardi. Tanto, il Milan di Capello era un tale caterpillar che qualsiasi corpo contundente rimbalzava sui vetri antiproiettile: 21 vittorie, 10 pareggi e 3 sconfitte valsero un 15° scudetto in carrozza, il quarto in cinque anni, prima che Capello prendesse cappello e partisse direzione Madrid, a causa di “mancanza di fiducia” della società che aveva aspettato l’aritmetica prima di offrirgli il prolungamento del contratto.

Il campionato 1995-96 fu un campionato di frontiera, sia per il Milan che in generale: comparvero per la prima volta le maglie personalizzate con i numeri fissi e a febbraio arrivò anche la novità dei minuti di recupero segnalati in anticipo dal quarto uomo (del quale finalmente si scoprì l’utilità), ma fu anche l’ultimo anno dei tre stranieri prima dell’alluvione post-Bosman. La festa andò in scena il 28 aprile, una settimana dopo le elezioni che avevano visto trionfare l’Ulivo con apparente uscita di scena di Berlusconi (forse già malato). Perciò fu una festa in tono minore, senza le sfrenate libagioni di due anni prima (ricordate la scena del Presidente, fresco di elezione a Palazzo Chigi, che taglia una torta tricolore al grido di “Faremo diventare l’Italia come il Milan???“. Alla fine, è riuscito a fare l’esatto contrario).

C’era Capello che nicchiava, punto nel vivo dai continui ritardi di Galliani sul rinnovo, e Tabarez che già aspettava alla finestra; c’era un San Siro pieno in modo commovente, con 80 mila tifosi sotto la pioggia; c’erano i soliti noti, Baresi Maldini Tassotti Albertini Donadoni Simone Panucci Desailly SebaRossi e poi il Genio Savicevic e i “nuovi” Weah e Baggio, che avevano inciso in modo differente sul trionfo. Tante volte vi abbiamo parlato di loro e questa volta, invece, diamo spazio ai comprimari di quello scudetto così magnificamente “normale”, quasi obbligato.

Gianluigi Lentini (9 presenze). Al suo quarto e ultimo anno al Milan, sempre più marginale, ebbe modo di lasciare il segno nella vittoria sul Cagliari, prima di tornare a Bergamo dal vecchio maestro Mondonico in certa dell’antico splendore (che non ritrovò).

Filippo Galli (6 presenze). Ultimo anno in rossonero per il vecchio Elliot Ness che avrebbe continuato comunque a giocare fin’oltre ai 40 anni, con un’esperienza addirittura al Watford.

Francesco Coco (5 presenze). Al “nuovo Maldini”, neanche ventenne, veniva unanimemente profetizzato un futuro da leggenda, erede designato di Paolino. In un certo senso, è diventato leggendario.

Massimo Ambrosini (7 presenze). Prima stagione a Milano per il Biondo dopo gli esordi di Cesena; qualche spezzone promettente prima dell’infortunio al menisco.

Patrick Vieira (2 presenze). Pagato 7 miliardi dal Cannes, gioca solo due partite (una da titolare, a Piacenza, senza demeritare) prima di essere sbolognato all’Arsenal. Non sembrava un fenomeno.

Gianluca Sordo (5 presenze). Ultimo rimasuglio della nebulosa stagione da amici del Torino, non lasciò tracce come suo solito.

Paulo Futre (1 presenza). Rivelazione al Mondiale 1986, campione d’Europa e Pallone d’Argento 1987 con il Porto, all’arrivo a Milanello Futre era ormai un ferrovecchio, fiaccato anche dall’ennesimo gravissimo infortunio al ginocchio alla Reggiana. Giocò solo nel farsesco 7-1 finale alla Cremonese.

Tomas Locatelli (5 presenze). Giovanissimo e dotatissimo, se non fosse per una certa leggerezza caratteriale. Capello lo gettò nella mischia nei venti minuti finali del derby ritorno e lui calciò alta la palla del pareggio.

Paolo Di Canio (22 presenze). Matto come un cavallo, protagonista di millemila litigi con Capello, si ritagliò tuttavia uno spazio non indifferente, quasi sempre a partita in corso. Anche 5 gol, prima di emigrare in Scozia e rifiorire a seconda giovinezza.

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Già, la partita. La Viola – destinata a una brillante qualificazione UEFA – domina il primo quarto d’ora, pur priva di Batistuta e Baiano, e passa al 14′ con il geniale Rui Costa. Il Milan si sveglia dal torpore e pareggia subito dopo con una zampata di Savicevic, rimettendosi in controllo. La Juve sta perdendo a Roma e basta dunque anche il pareggio per festeggiare, ma mettiamo le cose al sicuro già a fine primo tempo, con Baggino che trasforma il rigore del sorpasso prima di festeggiare togliendosi la maglia, infilandola sulla bandierina e mostrandola a tutto San Siro, come fosse un trofeo di guerra. Nel secondo tempo Seba Rossi si prende un pezzo di palcoscenico volando a parare un rigore di Rui Costa, poi Simoncino segna il 3-1 e parte la samba. Piangono tutti: Capello contrae il mascellone, pregustando l’addio, mentre Donadoni saluta tutti per andare ai New York Metrostars. Simone, sfigatissimo, si lussa la spalla destra durante il tuffo collettivo sull’erba bagnata davanti alla curva: salterà l’Europeo. Galliani, euforico, annuncia per l’anno prossimo l’arrivo a parametro zero di due nuovi campioni olandesi dell’Ajax, Davids e Reiziger. Il futuro inizia sotto i migliori auspici.

Reti: 13′ Rui Costa (F), 14′ Savicevic, 45′ rig. Baggio I, 76′ Simone
MILAN: S. Rossi, Panucci, P. Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi II, Donadoni, Desailly, Weah (90′ Di Canio), Savicevic (72′ Eranio), Baggio I (68′ Simone) – All.: Capello
FIORENTINA: Toldo, Carnasciali, Padalino, Sottil, Amoruso, Piacentini, Cois, Rui Costa (83′ Orlando), Schwarz, Robbiati (70′ Flachi), Banchelli (75′ Bettoni) – All.: Ranieri
Arbitro: Cinciripini

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