I 10 colpi della nostra vita. 07: Andriy Shevchenko

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Credetemi, questo è un giocatore fe-no-me-na-le“. Lo pensano in tanti e tra i primi a dirlo è Vujadin Boskov, a margine di un torneo invernale di calcetto a Ginevra a cui la Samp ha partecipato insieme alla Dinamo Kiev. E’ il febbraio del 1998 e tre mesi prima il non-ancora-Sheva ha scioccato l’Europa rifilando tre gol a domicilio al Barcellona in 45 minuti. “E’ diverso da Ronaldo“, argomenta lo zio Vuja, “perché il brasiliano in campo punta solo sui propri mezzi, mentre lui gioca per il collettivo“.

Sulla sua scrivania Grigory Surkis, presidente della Dinamo e dominatore à la Berlusconi della scena mediatica e petrolifera locale, sta già impilando qualche richiesta di informazioni per il 23enne Andriy Shevchenko, fuoriclasse locale in coppia con il “gemello” Rebrov: Liverpool, Manchester United, ovviamente Barcellona, ma anche Parma, Roma e Juventus, che tenta il blitz con scarse fortune. La leggenda parla di un viaggio a Kiev in solitaria di Ariedo Braida, rimasto folgorato da una delle prime cavalcate di 50 metri del giovane Sheva: “centomila persone si erano alzate in piedi“, scrive Repubblica, “il brusio in sottofondo scandì ogni attimo della galoppata, fino al boato del gol“. Non è dato sapere con maggior precisione di quale gol si trattasse, ma questo al minuto 2:34 del video qui sotto corrisponde abbastanza alla descrizione.

L’affaire Shevchenko non ha nulla di nebuloso o losco o caotico come alcune delle precedenti trattative che vi abbiamo raccontato. E’ di una semplicità cristallina: la Dinamo spara un primo prezzo irricevibile (54 miliardi), il Milan fa capire che ci sta ma non a quelle cifre e offre 40, la Dinamo rilancia a 63, il Milan sparisce per qualche settimana, la Dinamo abbassa il tiro, il Milan chiude. Mentre i tifosi sono costretti alla tortura del Capello-bis, con l’euforia per la legge Bosman che ha portato a Milanello una masnada di pippe, l’Ariedo si mette al lavoro per la caccia a Ottobre Rosso: sarebbe il primo calciatore ex o post sovietico della storia del Milan, in un’Italia dove i russi hanno sempre fallito miseramente, da Zavarov a Dobrovolskij passando per il baffuto Alejnikov. “Shevchenko però è di un’altra generazione, per un ragazzo di oggi ambientarsi a Ovest è più facile“, osserva qualcuno. La Dinamo Kiev del colonnello Lobanovsky è una macchina perfetta che arriva quasi a sfiorare l’impresa con la Juventus: 1-1 al Delle Alpi ma rovinoso 1-4 al ritorno, con tripletta di Inzaghi nel gelo ucraino. Sheva la vede poco e di conseguenza i 63 miliardi sparati da Surkis per regalarci subito il suo cerbiatto appaiono leggermente spropositati: “La Dinamo ci chiede troppo, Shevchenko è un grande giocatore ma non è da Milan“, dice Galliani il 6 marzo. Il problema è che abbiamo disperato bisogno di un attaccante: oltre all’intoccabile Weah, il parco offensivo comprende il disastroso Kluivert, vero buco nell’acqua del mercato estivo, la renna Andreas Andersson che ha già mollato gli ormeggi verso la Premier League e i rattoppi invernali Ganz e Maniero, buoni tuttalpiù per una decorosa panca. Così inizia a circolare il nome di Enrico Chiesa, splendido e sottovalutatissimo fromboliere del Parma, uno dei più forti attaccanti europei degli anni ’90.

Passano le settimane e Surkis si rabbonisce, scendendo intorno ai 40-45 miliardi. Il nuovo allenatore del Milan è Alberto Zaccheroni, che come biglietto da visita si porta da Udine il fido Oliver Bierhoff, progettando di disegnargli intorno il suo roboante 3-4-3. Il tedescone si ambienta subito alla grande e Shevchenko non è più una priorità assoluta, ma Braida e Galliani continuano a spingere sull’acceleratore per averlo quantomeno a dicembre. La trattativa si sblocca ad agosto, quando il Barcellona ci regala 28 sonanti miliardoni per prendersi Kluivert (contenti loro). Galliani e Surkis s’incontrano al caldo di Milano e raggiungono un’intesa formale. Il vincolo è il girone di Champions: se la Dinamo Kiev verrà eliminata, Sheva sarà subito da noi; in caso contrario, toccherà aspettare l’estate. Il meccanismo della Champions a 24 squadre (ultima edizione, prima della svolta della stagione 1999-2000) è molto selettivo, promuovendo ai quarti solo un terzo delle partecipanti; ma un grande Sheva riesce a far entrare i suoi nell’élite, rispedendo a casa i campioni d’Inghilterra dell’Arsenal.

Il viaggio decisivo a Kiev, in calendario nel novembre 1998 in coincidenza con Dinamo Kiev-Panathinaikos di Champions, è carico di particolari romanzeschi che neanche il Dottor Zivago. Giunti nella capitale ucraina, muniti di maglia rossonera numero 7 già confezionata in stamperia, Galliani e Braida vengono affiancati da Reza Chokhonelidze, amico-traduttore-tuttofare di Shevchenko, e per un errore del tour operator finiscono in una specie di bettola senza riscaldamento, piena di spifferi e di gocce d’acqua che filtrano dal soffitto. “Poi seduti accanto in un’osteria/bevendo brodo caldo, che follia“, cantava del resto Battisti ne La luce dell’Est, racconto di un’avventura amorosa nell’allora Unione Sovietica (probabilmente a cura del solito Mogol). Qui la faccenda si risolve più prosaicamente: la sospirata firma di Surkis avrà come carissimo prezzo un febbrone da cavallo che durerà parecchi giorni.

Resta soltanto da portare il ragazzo a Milano a metà dicembre per fargli vedere Milano che è bella come solo Milano a Natale sa essere. Sheva arriva il 22 dicembre, pochi giorni dopo il 99° compleanno del club, e viene subito portato ad Appiano Gentile per le visite mediche. Tutto a posto, ovviamente; segue firma su quinquennale da 2,5 miliardi netti a stagione più shopping rilassante in via Montenapoleone. Quella sera è in programma la cena di Natale, e il capo dell’opposizione Silvio Berlusconi si presenta sul tardi, stanco e tirato. Con Shevchenko ha in comune un’altra ricorrenza battistiana, quel compleanno in calendario il 29 settembre, e il Berlusca non si sottrae alla sua arte preferita, quella di sparare sentenze: “Ho visto la cassetta del giocatore insieme a mio figlio: quando ha il pallone, riesce sempre a fare qualcosa“. Qualcuno gli chiede dei classici problemi d’ambientamento dei calciatori dell’Est: “Non credo, adesso abbiamo D’Alema a Palazzo Chigi, sono sicuro che si adatterà bene” (ehi, questa era carina).

L’esordio a San Siro avviene il 10 febbraio 1999, in una bizzarra amichevole invernale contro la Dinamo Kiev, che faceva parte dell’accordo. 8 mila temerari riempiono San Siro per vedere il nuovo Messia: la Dinamo vince 2-1 (gol per il Milan nientemeno che di IANNUZZI), Sheva non segna ma – scrivono le cronache – si fa valere. Claudio Gregori, giornalista della Gazzetta hipsterianamente famoso negli anni ’90 per le sue strampalate pagelle che erano la dannazione di migliaia di giocatori di Fantacalcio, scrive: “Shevchenko è un calciatore del Duemila, un atleta stupendo. In progressione appare irresistibile come Ribot. Ha la forza straordinaria della giovinezza“. Il Tubo non ci viene in soccorso con grossi reperti archeologici, a eccezione di questa grande azione personale di Giorgione Weah che manda al bar il difensore georgiano Kakhaber Kaladze, anche lui atteso da un destino rossonero.

A marzo, per nulla distratto dal futuro, Sheva elimina praticamente da solo il Real Madrid, con tre gol tra andata e ritorno (video sotto): il cammino del gruppo di Lobanovsky assume dimensioni storiche. In semifinale incrocia il Bayern e all’andata, a Kiev, Sheva segna la doppietta che porta la Dinamo sul 2-0. Ma i tedeschi non sono tedeschi per caso: riagganciano la situazione con un po’ di fortuna, strappano il 3-3, vincono 1-0 la partita a Monaco e in finale a Barcellona ci vanno loro, ignari della beffa atroce che stanno per subire.

L’era-Sheva inizia ufficialmente a Milanello il 20 luglio 1999, con un caldo da Africa a dare il benvenuto al ragazzo venuto da Est, con addosso la maglia speciale del Centenario, righine rossonere strettissime e il grosso logo della Città di Milano. Berlusconi taglia la torta: “Guardate questo coltello, se non vincerete ancora lo scudetto servirà per tagliarvi qualcos’altro“.

(7. continua)

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3 Comments

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  1. Ebbene sì. Più precisamente alla Casa di Cura “Le Betulle”, dove effettuerà anche le visite mediche del suo secondo periodo milanista, nel 2008.

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