I 10 colpi della nostra vita. 06: George Weah

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Gli Early Nineties sono indiscutibilmente gli anni d’oro del grande Milàn, cantati di recente in maniera ben più discutibile da Jake La Furia, specialmente nell’accostare nello stesso verso Van Basten e Van Damme (per quanto la rima Zubizarreta-Mazinga Zeta strappi l’applausino). Sono anni splendenti che procedono su un binario parallelo a quello del resto d’Italia, attraversata da una serie di contingenze così fitte che ce ne sarebbe abbastanza per mezzo secolo: la fine dei vecchi partiti, Tangentopoli, gli attentati di mafia, la crisi economica, il crollo della lira e l’ascesa impetuosa del marco (non Van Basten, ma i giochi di parole fioccarono). Culturalmente succede di tutto e di più: s’impone Quentin Tarantino, David Lynch butta giù una serie tv volutamente senza capo né coda e ne fa un successo planetario, altrove fiorisce il grunge, mentre i meno inquieti rifuggono i camicioni di flanella per buttarsi nella dance. In Italia, vi piaccia o no, il ruolo di mentore del decennio spetta al venticinquenne pavese e interista Massimo Pezzali, che si erge a cantore dello scazzo della Generazione X (bleah) e nel 1995 compone, appunto, Gli anni, ballatona nostalgica sui già defunti anni ’80, in cui a essere rimpianto è il “grande Real” (il motivo è semplice: il Real Madrid anni ’80, per nulla grande, lo diventava agli occhi del Pezzali bambino che vedeva la sua squadra regolarmente buttata fuori da Santillana e compagni nelle coppe europee).

Ma stiamo divagando, in fuga dal presente. Un presente che vede un Milan paradossalmente campione d’Europa in carica ma anche capace di appena 27 gol in 32 partite di campionato nell’anno solare 1994, una media piuttosto umiliante. La partita-clou della fase a gironi di Champions 1994-95, un 2-1 da batticuore contro l’AEK Atene sul campo neutro di Trieste, è stata decisa da un’estemporanea doppietta di Christian Panucci. Con il declinante Daniele Massaro diretto verso il Giappone e l’intermittente Savicevic, con Van Basten (porèllo) che ormai negli album Panini figura alla voce “altri giocatori”, con Gullit tornato a Genova per i pessimi rapporti con Capello e con l’ectoplasmatico Melli che ha avuto l’onere di sostituirlo, c’è solo Marcolino Simone a tirare avanti la baracca. Nel gennaio 1995 la Stampa pubblica un possibile undici titolare della stagione successiva, piuttosto curioso: compaiono Attilio falcone-lombardoLombardo mezzala destra di un centrocampo a 3 che Capello mai nella vita, specie nei quadratissimi anni ’90; e soprattutto, al posto di un Baresi pure lui in predicato di andare a Oriente, l’agghiacciante nome di Giulio Falcone, libero di belle speranze del vivaio del Torino, con il quale saremmo quasi ai dettagli (per fortuna Baresi deciderà di continuare altri due anni, e il problema non si porrà più). E poi compare George Weah.

Non più giovanissimo, accreditato ufficialmente di 28 anni (che con gli africani, vai a sapere), Weah è il fuoriclasse indiscusso del Paris Saint Germain che ha dominato il gruppo B di Champions, concluso con sei vittorie su sei. Liberiano di Monrovia, Weah si occupa di mettere i punti esclamativi in una squadra squisitamente francese nei pregi e nei difetti, quell’eleganza che a volte degenera in mollezza e pigrizia, doti ben rappresentate dai brasiliani Valdo e Rai che spesso agiscono alle sue spalle. La Francia è il Paese europeo dove l’utopia berlusconiana si è tradotta meglio in realtà: caduto in disgrazia il Marsiglia di Bernard Tapie, vero anti-Silvio, sono saliti alla ribalta quelli della capitale, molto più à la page, che fatturano milioni di franchi essendo espressione calcistica della pay-tv Canal+. Suo il gol più bello dell’intera prima fase, bello e inquietante, quasi terribile per quant’è tremendo lo strapotere che Giorgione esercita su mezzo Bayern Monaco, prima di scaricare alle spalle di Kahn una sassata senza possibilità di replica.

L’attacco al Re Leone parte a gennaio e la prima fase del piano, come da tradizione, è cercare l’accordo col giocatore. Il Milan dedica l’intero mese di gennaio al brainstorming, tenendo ben presente una cosa: avendo in rosa già Boban e Savicevic, dovremmo prima privarci di uno dei due per poi acquistare un terzo extra-comunitario. Il comma 7 dell’articolo 40 di un nebuloso regolamento federale prevede infatti che “le società di serie A possono tesserare liberamente calciatori provenienti da federazioni estere, con il limite di due per calciatori cittadini di Paesi non facenti parte dell’UE“. E Weah cos’é? E’ liberiano, come viene considerato dall’UEFA, o francese con tanto di certificato di cittadinanza, come lo considerano in Ligue 1 dove può tranquillamente giocare assieme ai tre brasiliani del PSG (Rai, Valdo e Ricardo)? La querelle parte da lontanissimo, addirittura a febbraio, con l’avvocato Sergio Campana – storico presidente dell’Assocalciatori – determinato a mettersi di traverso: “Per noi è senza dubbio extra-comunitario“. Galliani ribatte a muso duro: “Voglio vedere se riescono a bloccare un giocatore in possesso di cittadinanza comunitaria che chiede di lavorare in Italia come garantito dalle norme CEE“.

In attesa di capirci qualcosa, Galliani e Braida sparpagliano sul tavolo l’intero mazzo di carte. Il casting inizia da Alen Boksic, extra-comunitario pure lui, non proprio bomber spietato, ma il più simile all’immenso MVB. Poi c’è il suo amico Davor Suker, che a novembre ha fatto due gol all’Italia di Sacchi. Oppure il giovane Kluivert, del quale ancora non sappiamo nulla, o il francese Ouedec, centravanti dello splendido Nantes rivelazione della Ligue 1. E infine, per andare sul sicuro, il panzerone italiano Casiraghi. Poco dopo diventa chiaro che sono tutte false piste: a inizio marzo Weah e il suo manager Sidibay vengono a Milano e firmano un accordo di massima. Resta da convincere il PSG, in un calcio alle soglie di una svolta imminente che porta il cognome di Bosman, attesa a metà dicembre. Weah va in scadenza a fine 1996 e l’amico Sidibay cerca di convincere il PSG a mollarlo con un anno d’anticipo. Canal+ risponde chiedendoci 20 miliardi. Pubblicità.

Non giriamo intorno alle cose, questa trattativa è molto più semplice e lineare di quelle, ormai mitologiche, per Gullit o Rijkaard. Weah ha la testa altrove, il PSG lo sa, l’unica preoccupazione è tenere tutto relativamente sotto il tappeto fino ad aprile. Il tabellone della Champions è stato già sorteggiato e, se Milan e PSG supereranno i quarti (rispettivamente contro Benfica e Barcellona), si affronteranno in semifinale. E’ proprio quello che succede, e dunque immaginatevi le voci. Berlusconi si fa cogliere col sorcio in bocca solo una volta, dopo Milan-Juve 0-2 di campionato, quando per consolare la ciurma annuncia che “Weah l’abbiamo già preso“. Parigi minaccia di far saltare tutto se certe dichiarazioni dovessero continuare, e cala il silenzio. Viviamo una strana primavera. Dopo tre titoli di fila, la Juve di Lippi ci ha ormai scucito lo scudetto, ma chi non vedeva l’ora di parlare di “fine di un ciclo” viene clamorosamente smentito dalla rinnovata cattiveria con cui affrontiamo l’Europa. La semifinale d’andata al Parco dei Principi è uno squisito capolavoro di catenaccio capelliano: Panucci-Maldini-Baresi-Costacurta spengono le lumières di Parigi e a chiudere a chiave ci pensa Seba Rossi, decisivo nel riflesso sull’unica capocciata di Weah, ampiamente tra i peggiori in campo (e molto criticato per questo dal pubblico parigino molto gnegné, e anche da alcuni suoi compagni come Daniel Bravo). Ginola scheggia una traversa a 3′ dalla fine, e così al 91′ arriva la purga delle purghe: Savicevic illumina per Boban che beffa Lama sul primo palo.

Due settimane dopo, a San Siro, è un meraviglioso Savicevic a portarci a Vienna. Ancora una volta, Weah non è pervenuto. Tre giorni dopo, in un’intervista a Le Parisien, Giorgione racconta il malumore dei suoi tifosi. “All’aeroporto mi urlavano ‘in galera!’, come se avessi ammazzato qualcuno, ma a San Siro non mi è arrivato un solo pallone giocabile. Eppure la gente dovrebbe sapere che il PSG ha raggiunto la semifinale per merito mio“. Poi la preghiera: “Chiedo sinceramente al mio amico Michel Denisot di lasciarmi andare a Milano. Sarebbe un affare per tutti, visto che mi rimane un anno di contratto. Il PSG ha guadagnato giustamente dei soldi con me, ora faccia altrettanto per la mia carriera. Di sicuro, comunque, tra un anno me ne andrò, anche se il Milan non mi volesse più“.

Dunque il velo è squarciato, resta soltanto da risolvere la questione del posto da extra-comunitario. Deve pensarci Antonio Matarrese, che – comme d’habitude – non sa da che parte girarsi. Chiede aiuto a Blatter e a inizio maggio lo incontra a Zurigo insieme ad Havelange. Verdetto a sorpresa vergato da Herr Sepp: “Fa fede la cittadinanza e non il luogo di nascita, Weah è comunitario“. E dunque eccoci sul rettilineo finale, in cui Berlusconi (che in questo momento è politicamente all’opposizione di un governo tecnico presieduto da Lamberto Dini, quindi può sparare boiate in assoluta libertà) inscena la solita manfrina sui prezzi che salgono e l’Italia che non ce la fa: “La lira è debole e i francesi alzano il tiro ogni volta. Mi sa che dovremo ritirarci in buon ordine“. Galliani, dal canto suo, è più conciliante: “Il PSG ci ha chiesto di aspettare fino al 13 maggio, il giorno della finale di Coppa di Francia” (curioso, no? Oggi pare che il PSG voglia tenersi Ibrahimovic fino al 1° agosto, finale di Supercoppa…).

weahbesoindetoiIl 13 maggio il PSG vince la Coppa, 1-0 allo Strasburgo con gol di Paul Le Guen. Il rapporto tra Weah e i suoi ormai ex tifosi è rasoterra: durante l’ultima partita interna contro il Calais, il Parco dei Principi lo ha salutato con lo striscione “Weah, on n’a pas besoin de toi“, in cui tutte le “o” sono sostituite da croci celtiche (negli anni, Giorgione rivolgerà sempre parole cariche di disgusto verso la curva del PSG). Domenica 14 Galliani lancia l’ultimatum: “Domani con Braida sarò a Parigi per un’ultima offerta. O si firma o si rompe definitivamente“. Il lunedì incontrano all’Hotel Martinez di Cannes il vicepresidente Denisot e il direttore sportivo Moutier. Le ore di vertice sono due, i miliardi sono 11, l’ingaggio di Weah è 1,2 miliardi all’anno per due anni. Viene presentato il 30 maggio e lui si presenta vestito con un bizzarro gilet modello principe di Galles. Capello lo vede e forgia la battuta che passerà alla storia:Ma chi mi avete comprato, un cameriere?“.

Debutta a San Siro nella tristissima sera del 18 agosto 1995, quando tutto lo stadio ha occhi e lacrime solo per l’altro numero 9. Elegante come sempre, moralmente superiore all’umidità e alle temperature percepite, Van Basten fa l’ultimo giro di campo con addosso un giubbotto di renna. Poi inizia il Trofeo Berlusconi, Milan-Juventus finisce 0-0, un Berlusconi più alticcio del solito paragona Ravanelli a Di Stefano (è successo davvero!) e si va ai rigori, si va a oltranza e Weah fallisce quello decisivo, ciabattandolo alto. Poco male, basta saperlo: sarà l’ultimo rigore che gli faranno tirare a San Siro.

La donna il sogno & il grande incubo degli 883 è già uscito da un mese e mezzo ed è già diventato album-tormentone della seconda parte del 1995. Ne saranno estratti ben sei singoli, l’ultimo dei quali sarà proprio Gli anni. Ne esistono due versioni, la più famosa delle quali è la seconda, quella uscita in una raccolta del 1998. Ma l’arrangiamento dell’originale, meno conosciuta e sentita, è forse migliore, più marziale, più tamarro, più genuino e convinto, più vicino allo spirito dei Middle Nineties. Chissà che il tentativo di riprendere Ibrahimovic dalla stessa squadra cui sfilammo Weah, con tutta la mitologia allegata sul superuomo che vince le partite da solo, non sia frutto del riflesso incondizionato di smentire l’assunto alla base di tutta la filosofia pezzaliana: “Il tempo passa per tutti lo sai, nessuno indietro lo riporterà, neppure noi“.

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  1. giuro, mi strappi davvero lacrime al cuore.. avevo 15 anni, prima superiore… il tempo delle dolci llusioni e delle prime amarezze… vorrei proprio riviverli quegli Early Nineties

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