I 10 colpi della nostra vita. 05: Gianluigi Lentini

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Lentini non si vende“, continua a dire Borsano, “ha un contratto fino al 1995“. Certo che non si vende! Almeno non così presto: il 5 aprile ci sono le famigerate Elezioni Politiche 1992, le ultime della Prima Repubblica, che sarà travolta di lì a poche settimane da Tangentopoli. Gian Mauro Borsano, imprenditoricchio wannabe berluschino, è apparentemente sulla crestissima dell’onda: in quei giorni il Toro, suo e di Moggi, è quarto in classifica, in finale di coppa Italia e vede la finale di coppa UEFA. Precursore di politici ben più famosi, Borsano abbina al successo calcistico quello politico: è candidato nel PSI e risulterà il secondo più votato alla Camera nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli, 36.140 preferenze, 500 voti in più del futuro presidente Oscar Luigi Scalfaro.

Non serve una laurea in storia contemporanea per intuire che, dietro una superficie bella smaltata, il rampante Borsano nasconde paurosi crepacci. La smania con cui cerca l’elezione a Monte Citorio si spiega in due parole, “immunità parlamentare”, che sintetizzano un intero mondo che nel 1992 si dirige a tutto vapore verso l’iceberg fatale. L’avvocato Borsano, nel dettaglio, cerca di salvarsi le penne per non rimettercele a causa dell’imminente bancarotta della Gima, la finanziaria che controlla tutte le società da lui possedute. E Lentini non si vende! Le solite voci provenienti dai soliti corridoi parlano di un Berlusconi disposto a offrire 20 miliardi più Donadoni. Borsano fa orecchie da mercante, ma sa di avere un bilancio a pezzi (già sotto indagine della CoViSoc a Roma), e sa di non poter non vendere un suo calciatore a un prezzo mai pagato prima nella storia del calcio. Specialmente se Berlusconi, smanioso di soffiare il più promettente giovane italiano del momento alla Juventus, è disposto anche ad accorciare i tempi.

Ma Gianluigi Lentini da Carmagnola non ha neanche vissuto una stagione così tanto brillante. Sicuramente nulla al confronto all’anno di grazia 1990-91, in cui ha trascinato il neopromosso Torino in coppa UEFA ed è anche arrivato in Nazionale, dove le sue scorribande sulla fascia l’hanno subito eletto a erede di Donadoni. Dopo aver monopolizzato il campionato 91-92, Milan e Juventus si annunciano come grandi protagoniste sul mercato interno: se Boniperti ha già opzionato Vialli, destinato ad abbandonare la Samp, più incerto pare il destino di Gigi. Lui vorrebbe rimanere in città, a Torino, ma non è facile far digerire alla piazza granata un voltafaccia così clamoroso. S’inserisce perciò il Milan, ma è sui metodi e sui tempi di questo inserimento – il “come” e il “quando” – che si gioca una partita destinata ad avvelenare tutto il calcio italiano del decennio.

Il mercato apre a fine campionato e si chiude il 15 luglio; prima e dopo non è consentito concludere trattative. Borsano è sempre terrorizzato dai bilanci del suo Toro, supervisionati dal direttore generale Luciano Moggi, che tra le altre cose non manca di togliere altro denaro borsanodalle casse societarie, destinandolo ad alcune compiacenti signorine assoldate per distrarre gli arbitri internazionali alla vigilia delle gare di coppa UEFA dei granata. A marzo, prima che venga suonata la campanella di inizio mercato, arriva perciò l’offerta che fa capitolare il Gian Mauro: 14 miliardi e mezzo del Milan, offerta che – questi gli accordi – andrà ufficializzata solo a mercato aperto. Si sussurrano, ma non saranno mai verificate, addirittura pressioni pro-Milan di un potentissimo (ancora per poco) Bettino Craxi, nell’ordine tifoso granata, grande amico di Berlusconi e capo del partito di Borsano. Basterebbe già questo per invalidare l’acquisto, ma quel che salterà fuori mesi dopo rende il clima ancora più putrescente: una prima tangente da 4 miliardi in nero, utilissimi a Borsano per pagare stipendi e premi (ovviamente sempre total black) ai giocatori del Toro. A un primo rifiuto di Lentini, il Milan ripigia sull’acceleratore e alza il tiro: il “bianco” passa da 14,5 a 18,5 miliardi e il nero da 4 a 7 circa, pagati in parte con titoli di stato CCT (un miliardo e mezzo) e in parte con un versamento effettuato dal Liechtenstein in direzione Lugano, dritto verso il conto di una filiale svizzera della Banca Popolare di Novara – conto intestato, naturalmente, a Gian Mauro Borsano.

Di male in peggio: nel caso in cui l’affare salti, visto che non può esserci alcuna traccia ufficiale dei soldi già versati, il Milan chiede a Borsano una qualche garanzia di riaverli indietro. Borsano propone in pegno un non pregiatissimo pacchetto di azioni della malconcia Gima, che Berlusconi e Galliani accolgono con sonore pernacchie. La contro-proposta è da brividi: un pacchetto di azioni del Torino Calcio, con il Milan che si ritrova di fatto a controllare galliani-berluscanche un po’ di Torino in quel campionato dominato sul campo dai rossoneri, che chiuderanno senza sconfitte, con una superiorità imbarazzante sulla concorrenza. Nei suoi confusi e a volte contraddittori interrogatori, Borsano parlerà addirittura di “maggioranza azionaria”. Questa la deposizione del 13 gennaio 1994: “Le azioni del Torino Calcio, nella misura della maggioranza (non ricordo l’esatta quota, se il 51% o il 60%), furono depositate in pegno presso un notaio di Milano, scelto da Galliani. Io mi recai da questo notaio, di cui ora non ricordo il nome. Dal notaio venne redatta una scrittura, non so se a scriverla fu il notaio, o Galliani, o l’avvocato Cantamessa che era con noi presente. Questa scrittura dava atto del deposito delle azioni. Ma quella scrittura faceva le veci della garanzia reale. Forse, anzi, era proprio una procura a scrivere il pegno sulle azioni. L’episodio avvenne, se ben ricordo, nel marzo 1992. Presenti alla riunione furono il commercialista Angelo Moriondo, Cantamessa e Galliani“. Stando al Borsano, dunque, il Milan si ritrova a controllare a un certo punto due diverse squadre di serie A!

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Tenuta sott’acqua per mesi, la bomba deflagra il 30 giugno 1992: Lentini è del Milan per ventitré miliardi cash, la cifra ufficiale più alta mai pagata nella storia per un calciatore, polverizzando il vecchio primato di Maradona 1984 (dal Barcellona al Napoli per 13 miliardi). Sui giornali domina l’indignazione, vera risorsa primaria di un Paese tagliato dalla crisi e sventrato dalla mafia. All’avvocato Agnelli non par vero di poter recitare alla grande il ruolo che gli riesce meglio, quello del sepolcro imbiancato: “Non pensavo si potesse arrivare a tanto“. La Stampa, il quotidiano di casa FIAT, spara in prima pagina il titolone con la cifra della vergogna: 65 miliardi, infilandoci dentro anche l’ingaggio lordo. “Quarantadue al giocatore, ventitré alla società“. Quei 42 miliardi compongono dunque la paga di Lentini in maniera non meglio precisata: lo stipendio annuo sarebbe di 8 miliardi lordi per quattro anni più un “bonus di benvenuto” di altri 10 miliardi lordi.

Ad ogni modo, Galliani smentisce tutto: la prima versione ufficiale di via Turati parla di 27,2 miliardi (14 al Torino + 13,2 al giocatore), con parte dell’ingaggio di Lentini che sarebbe occupata dal costo dei diritti d’immagine appaltati alla New Sport e Time, società di comunicazione con sede a Londra sempre appartenente alla galassia Fininvest. Un’offerta, insomma, addirittura inferiore a quelle portate da Inter e Juve: decisiva sarebbe stata la volontà del giocatore, che avrebbe deciso di vestire il rossonero dopo il robusto pressing portato finanche da Berlusconi in persona, che avrebbe addirittura incontrato Lentini ad Arcore.

Travolto dall’ira dei suoi stessi tifosi, Borsano cade meravigliosamente dal pero: “L’offerta del Milan è immorale, il suo comportamento è scorretto. Chiederò alla Lega che il contratto venga invalidato“. E rivela: “A marzo avevo firmato un accordo preliminare con il Milan, in cui era previsto il pagamento di una penale da parte nostra nel caso in cui il giocatore si fosse rifiutato di andare a Milano. Lentini ha continuato a dire di no, e io mi ero perciò rassegnato all’impossibilità di venderlo, tant’è che mi sono privato di tanti altri giocatori: Policano, Cravero, Benedetti, Bresciani. Ma il Milan ha continuato a fare pressione. Oggi alle 13 Lentini si è presentato in sede con il procuratore Claudio Pasqualin e mi ha detto: ‘Presidente, Berlusconi m’ha fatto venire a prendere in elicottero e mi ha fatto un’offerta che non posso rifiutare“. L’ingegner Borsano snocciola le stesse cifre che avete già letto sopra; ma dopo appena tre giorni è già sceso a più miti consigli, e il 3 luglio – dopo aver chiesto vanamente una contropartita illustre come Simone o Donadoni per placare le acque – si allinea, da buon deputato PSI, alla versione gallianesca, annunciando la riformulazione dell’accordo: “Le due società si sono accordate per un adeguamento del prezzo della cessione di Lentini da 14 a 18,5 miliardi di lire“.

Questo è il lato A di una vicenda che la giustizia sportiva, orchestrata dall’Ufficio Indagini della FIGC di Matarrese, archivia senza troppe chiacchiere con un bel proscioglimento per Borsano e Galliani, dopo un’accurata indagine di ben tre mesi. Il lato B, quello che spetta alla giustizia ordinaria, inizia invece nell’autunno 1993, quando Gian Mauro Borsano viene convocato dalla Procura di Torino. Sulla scia dell’ondata popolare di indignazione (ancora questa parola) per lo scandalo Mani Pulite, l’immunità parlamentare è stata abolita pochi mesi prima. Pur ancora deputato, Borsano rischia l’arresto a tutti gli effetti: i magistrati gli contestano i reati di fatture false riguardo alla compravendita di alcuni calciatori. Indovinate chi è il primo della lista?

Berlusconi, impegnato nella perigliosa progettazione della sua discesa in campo, tace fino a metà dicembre, quando conferma in un comunicato le solite cifre che stanno già girando da un anno e mezzo: “Abbiamo pagato Lentini 18 miliardi e mezzo, in seguito alla concorrenza di un’altra società. Ricorderete anche la mia perplessità sul prezzo“. Come no. Le reiterate smentite non fermano l’attività della Procura di Milano, che dopo oltre quattro anni ottiene, il 28 maggio 1998, il rinvio a giudizio di Berlusconi, Galliani e Massimo Maria Berruti, l’avvocato di fiducia del Milan che aveva seguito da vicino la trattativa e nel frattempo è diventato deputato di Forza Italia (così va il mondo). A grandi linee, la tesi dell’accusa (falso in bilancio aggravato) è la seguente: oltre ai 18 miliardi e mezzo “ufficiali”, ne sarebbero stati versati altri 10 in nero per rimpolpare le esangui casse societarie del Torino. Da quel momento, in pratica, il Toro di Borsano vendette l’anima al Diavolo, diventando una specie di succursale dei rossoneri fino al definitivo crac. Per rintracciare il pagamento, avvenuto come detto tra Liechtenstein e Lugano, la Procura dovrebbe fare ricorso a una rogatoria internazionale.

Peccato che il 5 ottobre 2001 il neonato Governo Berlusconi Due limiti l’utilizzabilità delle prove acquisite tramite rogatorie con la Svizzera, tarpando le ali al pm Gherardo Colombo. E peccato che l’11 aprile 2002 la depenalizzazione del falso in bilancio accorci di tre anni i tempi della prescrizione per questo reato; di modo che, per un processo per reati commessi ormai dieci anni prima, improvvisamente la prescrizione passa dal 2004 al 2001. Il 5 novembre 2002 Berlusconi, Galliani e Berruti vengono prosciolti; il 29 settembre 2003 la Corte d’Appello conferma la sentenza. Non c’è più niente da fare, ma è stato bello sognare.

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(Segnare no, non molto: al Milan Gianluigi Lentini ha racimolato 96 presenze e 16 gol. I suoi quattro anni sono stati riassunti mirabilmente da Massimo Fini in queste poche righe: “Il Cavaliere aveva dimostrato al ragazzo e al vasto mondo giovanile che ruota intorno al calcio che i soldi, nella vita, sono tutto. Una sana pedagogia. Come in una sinistra favola gotica Lentini, psicologicamente disturbato dal cambiamento d’ambiente, ebbe uno stupido incidente d’auto e non servì mai al Milan. Lo stupro era stato inutile, come nella canzone di De Andrè, Il Re fa rullare i tamburi, dove il Re, incapricciatosi della sposa del Marchese, gliela toglie con le lusinghe e la prepotenza, ma la Regina, celando la sua offesa, regala dei fiori alla rivale «e il profumo di quei fiori ha ucciso la Marchesa»“)

PS: è capitato solo in quella breve stagione che i giornali indicassero i prezzi di acquisto dei giocatori comprendendo anche l’ingaggio lordo. Esempio: Lentini “costato 65 miliardi” e non solamente i 28 del cartellino. Nel 2000, invece, l’Inter che compra Bobo Vieri dalla Lazio (abbiamo scelto un esempio a caso) lo pagherà “solamente” 100 miliardi e non i 200 (!) che sarebbe costato comprendendo anche l’ingaggio lordo. Forse avrebbe fatto un altro effetto.

PPS: a puro titolo statistico, ecco i risultati di tutti i Torino-Milan di campionato dal 1990 al 1996:
1990-91: Torino-Milan 1-1
1991-92: Torino-Milan 2-2
1992-93: Torino-Milan 1-1
1993-94: Torino-Milan 0-0
1994-95: Torino-Milan 0-0
1995-96: Torino-Milan 1-1

(fine 05. – continua)

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