I 10 colpi della nostra vita. 03: Ruud Gullit

Il 17 maggio 1987, triste ultima giornata del primo triste campionato dell’era Berlusconi, con Liedholm esonerato a marzo e sostituito dal manager Capello, si disputa una tristissima Udinese-Milan. Per mantenere il quinto posto che ci porterebbe almeno in coppa UEFA dobbiamo obbligatoriamente vincere, e non sembra impresa improbabile contro i friulani stra-retrocessi da settimane. Ma quel triste Milan non è capace neanche di questo. Tale è la nostra pochezza che a cinque minuti dalla fine quel cuore d’oro di Mark Hateley, consapevole di essere alla sua ultima partita in rossonero, ha l’idea più bella di tutte: scatena una rissa con il portiere avversario Abate (padre di un futuro capitano del Milan), spinge l’arbitro a cacciarli entrambi e costringe l’Udinese – che ha già esaurito i cambi – a giocare gli ultimi minuti con in porta il terzino Federico Rossi. La pensata, sicuramente bellissima, purtroppo non dà gli effetti sperati: finisce 0-0 e ci giocheremo tutto allo spareggio contro la Samp, da disputarsi a Torino (fortunatamente lo vinceremo). Ma l’ultimo regalo di Attila non passerà inosservato ai tifosi.

Hateley aveva preparato le valigie già da due mesi, sostituito da un uomo destinato a entrare di prepotenza nell’immaginario collettivo, calcistico, culturale e finanche erotico degli/lle italiani/e. I nostri eroi, invece, l’avevano già scoperto nell’estate 1986, quando il Milan era andato a Barcellona a giocarsi il Trofeo Gamper assieme a Barça, Tottenham e PSV Eindhoven (avevamo perso entrambe le partite senza fare una gran figura; nascono qui le prime frizioni tra Berlusconi e Liedholm, con la famosa battuta del Barone “Lui grande tecnico, ha allenato Edilnord“). Seduti sugli spalti a guardarsi Barcellona-PSV, Berlusconi, Braida e Galliani rimangono stregati come tutti dalla falcata e dalla personalità di un gigante d’ebano a nome Ruud Dil Gullit, origini made in Suriname, ma olandese fino alla punta delle treccine nel modo totale di interpretare il calcio: libero, mediano, numero 10, ala destra o centravanti devastante, tutto gli è permesso. Il pubblico del Camp Nou lo acclama alla maniera di un torero, sottolineando con gli “olé!” ogni sua discesa. Abituato, in altri campi della vita, a prendersi tutto ciò che vuole, Berlusconi ordina a Braida di andare nella sua camera d’albergo al Princesa Sofia, carico di proposte indecenti. Ma Braida non sa una parola d’inglese e al limite mastica un po’ di spagnolo; si porta dietro come traduttori Frank Arnesen, sublime centrocampista danese del PSV, e l’ex milanista Eric Gerets. Di fronte a questa scena da Monty Python, Gullit li guarda e ride, limitandosi a ciondolare il capoccione in segno di benevolenza. Ma non se ne fa niente, e Berlusconi ancora non immagina che diavolo di fatica dovrà fare per esaudire il suo sogno mostruosamente proibito.

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La stagione 1986-87 è l’ultima di Platini con la maglia della Juve. Michel annuncia i suoi propositi ad Agnelli con vari mesi d’anticipo, così la Juve inizia a setacciare l’Europa in cerca di stranieri da affiancare a Laudrup (che pure non è affatto incedibile). Ad accendere le fantasie dell’Avvocato c’è in più il miraggio di un’apertura della Lega a un “terzo straniero” con cui arricchire sempre di più la serie A, e allora vai che si spende. Nell’autunno 1986 Boniperti chiede lumi al PSV Eindhoven (del resto, a chi chiederli se non alla squadra della Philips?). Agnelli e il vecchio Frits Philips, noto ai più per la sua dentatura conigliesca, sono vecchi amici: s’inizia a ragionare sulla base dei 10 miliardi, con un eventuale scambio con Laudrup in alternativa. Ma Silvio, da vero yuppie idolo della fauna di Via Montenapoleone, non è tipo da lacci e lacciuoli: se vuole una cosa se la prende, proprio come i protagonisti vissuti e tenebrosi dei romanzi Harmony. Più del modo di stare in campo, comunque notevole, di Gullit lo affascina la maniera di stare al mondo, il fisicaccio e il sorrisone da copertina di Tv Sorrisi e Canzoni. Non deve insistere molto per farsi accettare un invito a Milano, a ottobre, per registrare un disco di canzoni natalizie, ricavato in beneficenza, prima serata di Raiuno, Pippo Baudo. Ruud è amante del reggae, adora Bob Marley ed è naturale showman: a rubare la scena è lui, unico giocatore non di serie A in quel consesso che raggruppa persino gente del calibro di Trifunovic, Corneliusson e Marino Magrin. Berlusconi lo osserva, sempre sorridente e disponibile, e decide che sì, dev’essere lui l’uomo del Duemila. La canzone è una porcheria ributtante, dall’ispirato titolo di Alleluja.

Interrogato dai dirigenti del PSV su suoi presunti viaggi in Italia, Gullit nega tutto: “Macché Milano, ero ad Amsterdam per impegni personali“. Ma passa solamente un altro mese, e una sera di metà novembre già ampiamente raccontata nel precedente capitolo su Van Basten, vola ad Amsterdam via jet privato e incontra il buon vecchio Apollonius Konijnenburg, mettendosi nel taschino sia Gullit che Van Basten. I tentativi di seduzione del Cavaliere vanno a segno: Gullit è molto divertito da questo omino che fa il galante con la moglie Yvonne. Le cronache olandesi riportano un episodio ammantato di leggenda: ad accordo fatto, Apollonius si rimette in macchina per tornare a casa; ma l’auto non parte, e così interviene Berlusconi a spingere personalmente il veicolo sotto la pioggia.

In quei giorni lo intervista Jurriaan Van Wessem, reporter per la rivista di moda olandese Avenue. Dei progetti faraonici di Berlusconi, specialmente in campo televisivo, si sta iniziando a parlare anche nei Paesi Bassi. Interrogato sulle possibilità di sviluppo della tv commerciale, il Cavaliere si esibisce in una delle sue ben note supercazzole, infilando a un certo punto anche il nome di Gullit. Che continua a muoversi su binari paralleli al suo club: col PSV sempre all’oscuro, Gullit torna nuovamente a Milano a gennaio, sotto la neve, per effettuare le visite mediche (ovviamente superate al galoppo), e non è che passi esattamente inosservato. Due settimane dopo è Yvonne a presentarsi in città, accompagnata dall’immancabile Apollonius, per cercare casa.

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Ma il PSV non ci sta. Il sogno degli uomini Philips è quello di mettere su uno squadrone che detti legge in Olanda e poi in Europa (cosa che avverrà in effetti, con la vittoria della Coppa Campioni 1988), ma l’impetuosa emersione di pirati come Berlusconi e Tapie porta gli olandesi a cercare di coalizzarsi con altre grandi squadre europee gestite da importanti marchi finanziari: la Bayer (Leverkusen), la Volvo (Goteborg) e ovviamente la FIAT. I rapporti tra PSV e Milan sono più gelidi che mai: agli occhi dei mercanti olandesi, Berlusconi è un avventuriero che vuole soffiar loro il pezzo migliore della collezione senza neanche scomodarsi per trattare da club a club. Quando finalmente scoprono le spericolate manovre berlusconiane e i continui viaggi di Gullit, vanno su tutte le furie. Preso atto che le lusinghe italiane sono più convincenti, provano a spargere fumo con un esposto ufficiale all’UEFA in cui si denunciano i metodi poco ortodossi usati da Berlusconi; Gullit, ben sobillato dai nostri, minaccia una contro-richiesta di arbitrato. E’ una manfrina con cui la Philips cerca di spillarci più fiorini possibili, ben sapendo che del Berlusca tutto si può dire, meno che sia avaro. Agnelli si occupa di indignare il Paese, con le sue sentenze finto-moraleggianti: “Non è nella tradizione della Juve rivolgersi a giocatori che sono già sotto contratto” (lo è, evidentemente, soffiarli alle squadre che li hanno già comprati, vedi Boniek alla Roma nel 1982).

Come in uno sbrilluccicante show televisivo, il gran finale va in scena il primo weekend di primavera. Il 20 marzo 1987 Berlusconi scende personalmente a Roma per chiudere a suon di miliardi l’ingaggio di Pippo Baudo e Raffaella Carrà, fino al giorno prima monumenti RAI e ora nuove stelle della Fininvest, la “tv del futuro“, come la chiama un’emozionata Raffaella al cospetto di un improvvisato plotone di giornalisti (ma per entrambi sarà un flop: almeno davanti alla tv, l’Italiano tifa ancora mamma RAI). La mattina dopo raduna Galliani e il dottor Berruti, avvocato futuro parlamentare di Forza Italia, e s’imbarca sul solito jet privato direzione Eindhoven, dov’è atteso dal presidente del PSV Ruts e dal direttore sportivo Ploegsma. Gli olandesi vogliono soldi? Siamo qui apposta. Tredici miliardi per la cessione del contratto, più una cifra non meglio definita per i diritti d’immagine, più tre miliardi e mezzo in spot pubblicitari ai prodotti Philips sulle reti Fininvest. Per i Paesi Bassi la trattativa è talmente epocale, in un modo che travalica i confini dello sport, che la NOS (la tv pubblica) ne dà conto in diretta con un’edizione straordinaria del TG. La famosa casa cercata due mesi da prima dalla signora Yvonne viene localizzata a Milano Due: 280 metri quadrati, terrazza, giardino, piscina e sala giochi.

Con i soldi di Gullit, il PSV costruirà la nuova tribuna del Philips Stadion e attraverserà una fase di straordinario benessere che lo porterà a portare in Europa gente come Romario o Ronaldo. Quanto al Milan, non c’è neanche bisogno di ricordarlo. Ma fanno ridere i primi passi da rossonero del gigante Ruud. In conferenza stampa esordisce: “Mi hanno detto che qui escono tre quotidiani sportivi, e che sopra c’è scritto spazzatura. E’ vero che è così?“. Gli chiedono che succederà se il Milan non si qualificherà in coppa UEFA: “E’ una domanda stupida. Se mia madre aveva pisello, era mio padre“. Gli mettono sotto il naso (a tradimento?) una foto di Gianni Rivera con il Pallone d’Oro, e lui se ne esce con uno spontaneo “Who is this?“. Poche ore dopo il Milan cercherà di riparare, ammonendo i cronisti che in realtà hanno capito male, che la frase esatta è stata “When is this?“, “quando è successo?”, quand’è che Rivera ha vinto il Pallone d’Oro, eccetera. Senza voler scendere nei dettagli, è solo un assaggio di quelli che saranno i rapporti tra Ruud e i giornalisti italiani (e le giornaliste…).

(fine 3. – continua)

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