I 10 colpi della nostra vita. 01: Roberto Donadoni

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Negli anni ’70 e ’80 la tratta Bergamo-Torino solo andata è l’equivalente calcistico dell’Autosole il 13 agosto. Lo strapotere della FIAT-Juve è tale che, ormai, l’Atalanta non fa neanche più finta di mettere in vendita i suoi pezzi migliori. Nel 1974 c’è un bravo ragazzo di vent’anni che fa il libero, si chiama Gaetano Scirea e forse diventerà un fenomeno, ma presenta qualche problemino fisico al torace. Per non allarmare Boniperti, l’Atalanta lo sottopone di nascosto a una serie infinita di esami, concludendo l’affare solo dopo la certezza che sia tutto a posto. (Chi ha detto Biabiany?). Vestito a festa in giacca e cravatta, Scirea viene accompagnato personalmente a Torino dal presidente Achille Bortolotti.

E ancora Cabrini, Prandelli, Fanna, Tavola, Osti, Marocchino, Pacione, Magrin. Campioni, ottimi gregari e mezze figure, come gli ultimi due della lista, che per gli juventini più stagionati evocano l’acre odore del fallimento: il primo fallì la serata della vita divorandosi tre palle-gol in mezz’ora una sera di Coppa Campioni col Barcellona, il secondo affondò nella missione impossibile di ereditare la numero 10 di Platini. Ricorderà Giacomo Randazzo, per anni uomo di fiducia della famiglia Bortolotti: “Di solito andava così. Ad aprile Boniperti ci faceva sapere chi gli interessava, e noi sapevamo che quel nome non poteva essere inserito in altre trattative. Poi ci si trovava a Torino o a Sarnico, e si discuteva il trasferimento“.

La stagione 1985-86 non sembra fare eccezione. Nella rampante Atalanta di Nedo Sonetti, che chiuderà addirittura ottava conquistando scalpi importanti, brilla un numero 10 tutto guizzi e ricci, un tocco di brasilianità imprevista e imprevedibile in un fringuello proveniente da Cisano Bergamasco. Roberto Donadoni ha un’ossessione di nome Nedo Sonetti, il suo allenatore che gli ripete sempre “O faccio di te un calciatore o ti faccio smettere“. “Era il mio incubo, per mesi ogni notte ho sognato di strozzarlo“. A 14 anni era alto solo un metro e 45, ma curiosamente i suoi primi tre gol in serie A sono tutti di testa. Si presenta a San Siro il 12 gennaio, contro un’Inter leggermente allo sbando: la Dea saccheggia il Meazza vincendo 3-1 con doppietta del bomber di riserva Fulvio Simonini, che fino all’anno prima giocava nel Virescit Boccaleone. Donadoni semina il panico a destra e a sinistra. A metà ripresa, col risultato già sullo 0-2, semina Riccardo Ferri, costretto a falciarlo maldestramente causando rigore. Quel giorno il Milan fa una fatica del Diavolo per sbarazzarsi del minuscolo Lecce, battendolo 2-0 solo dopo che i salentini hanno fallito due calci di rigore.

La strada è dunque tracciata. La Juve si limita a un colpo di tosse per prenotare il ragazzino, con Cesare Bortolotti (figlio di Achille) che scaramanticamente rinvia ogni ufficialità a salvezza raggiunta. Le voci iniziano a girare e Donadoni, stella anche dell’Under 21 di Azeglio Vicini, prende insospettabilmente posizione: “Sento parlare di grosse squadre: Milan, Juve, Roma… ma in questo momento devo pensare alla salvezza dell’Atalanta, e parte del mio futuro dipende anche dal destino della squadra. Confesso però di essere sempre stato un tifoso del Milan e di Rivera, se questo può aiutarvi a capire…“. Il suo agente, se così si può dire, è anche suo fratello maggiore, Giorgio, calciatore mancato e ragioniere compiuto, che sta addosso a Roberto compilandogli ogni settimana la pagella della partita (e non sono pagelle tenere). Bortolotti dà già per scontato il passaggio alla Juve, che ha fatto trapelare la possibilità di tenerlo un altro anno a Bergamo in prestito, per farlo maturare: la numero 10, a Torino, ha ancora l’accento francese. Ma il 24 marzo 1986 Silvio Berlusconi salva il Milan dalle secche del post-Farina e la storia volta pagina: arrivano Bonetti e Massaro, arriva Giovanni Galli a 7 miliardi e 200 milioni, è davvero quello sì – per forza di regolamenti – un Milan tutto italiano, in cui l’unico nome straniero che gira è quello di Toninho Cerezo, in predicato didonadoni-stampa sostituire Wilkins a centrocampo (ma non se ne farà nulla). L’attacco a Donadoni parte a inizio aprile, mentre l’Atalanta ottiene la sospirata salvezza. Le cronache raccontano di una prima fantasiosissima offerta di 9 miliardi più Evani e Incocciati: Bortolotti vacilla ma non vuole tradire l’amico-padrone, mentre l’amministratore delegato Franco Morotti preme per la cessione al Milan. Sonetti sfoglia la margherita: “Dare Donadoni al Milan significherebbe perderlo, mentre se lo cedessimo alla Juve potrebbero rigirarcelo in prestito per un altro anno“. Ma la verità è che è lui il primo a vedere solo rossonero, così fa pressione sul direttore sportivo Franco Previtali. E’ il gioco delle tre B: Bortolotti è accerchiato, Boniperti è incredulo, Berlusconi sfodera la dentatura da squalo e sgancia l’offerta irrinunciabile: 4 miliardi e mezzo più Icardi e Incocciati. Si chiude il 30 aprile, ed è il primo vero acquisto di un certo tipo di calcio che comincerà a farla da padrone da quel giorno in avanti.

A trattativa conclusa, un dirigente del Milan dichiara: “Oggi, con l’acquisto di Donadoni, si è chiusa la nostra campagna acquisti. Restiamo alla finestra pronti a sfruttare eventuali occasioni“. Non c’è bisogno di una memoria particolarmente fervida per capire che si tratta di Adriano Galliani.

(fine 1. – continua)

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