Hellas Verona coast to coast

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La prima domenica di campionato in giro c’è sempre un’atmosfera effervescente, “una curiosa sensazione che rassomiglia un po’ a un esame, di cui non senti la paura ma una leggera eccitazione“, come diceva Gaber a proposito delle elezioni politiche. Lo è ancor di più l’8 settembre 1996, quando il calcio italiano è l’ombelico del mondo e l’uscita di scena di Capello, emigrato a Madrid, ha reso di colpo fragile e battibile il Milan, come già dimostrato dalla Fiorentina di Batistuta che ha già impallinato due volte il Diavolo in Supercoppa Italiana. Le diciotto squadre sono tutte prime in classifica, ciascuna fiera dei propri zero punti, e chiunque fa bei sogni. Chiunque! Persino la scombiccherata Inter del Moratti III, che ha debuttato la sera prima vincendo a Udine con un gran gol del mitologico Ciriaco Sforza, destinato a memoria imperitura grazie ad Aldo Giovanni e Giacomo. E’ la prima domenica della pay per view, in cui tutte le partite, anche quelle pomeridiane, possono essere comodamente viste in diretta dal divano di casa.

La prima del Milan del Maestro Tabarez è a San Siro contro il Verona, tornato in A dopo quattro anni. E’ una squadra di cui balza subito all’occhio la sconcertante pochezza, con Totò De Vitis unica punta e il pingue trequartista Pierluigi Orlandini, all’epoca ancora illuso di essere una brillante promessa (in capo a tre anni passerà anche dal Milan per poi finire a svernare in Puglia tra Brindisi, Nardò e Mesagne, in una specie di precipitosa discesa all’inferno che neanche Mickey Rourke in Angel Heart). La allena Gigi Cagni, e forse è in onore del suo vecchio Piacenza-tutto-italiano che l’Hellas sfoggia un undici rigorosamente tricolore (e forse anche a causa dei suoi spiritosi tifosi, che cinque mesi prima, quando gli hanno prospettato l’acquisto del difensore nero olandese Ferrier, hanno esposto in curva un bel manichino impiccato con la scritta “Negro go away”). C’è il sole e Schumacher ha vinto da pochi minuti il Gran Premio di Monza.

Contrariamente al pensiero comune dell’epoca, che tratta i fantasisti come degli appestati da bollare con un 10 scarlatto sulla fronte (solo un anno dopo Baggio verrà umiliato da un giovane e folle Ancelotti che non lo considera all’altezza di giocare nel suo 4-4-2 a Parma), Tabarez si presenta alle folle con un 4-3-1-2 in cui il penultimo “uno” è proprio lui, Roby in persona, smanioso di rivincite dopo il grande freddo con Capello. Peccato che non ne azzecchi una e trascorra il primo tempo al guinzaglio di Antonio Paganin, fratellone di quel Massimo che ci aveva purgato nel derby l’anno prima. Non va meglio tutto il resto: orfana di Baresi, la difesa regala addirittura il vantaggio a De Vitis, lesto ad approfittare di una frittatona di Costacurta e Seba Rossi (non sarà l’unica quell’anno per l’Ascensore Umano, che scenderà al pianterreno nella disastrosa esibizione di Piacenza, con tanto di 3 in pagella sulla Gazzetta). Spia di un nervosismo che deflagherà mesi dopo e rischierà addirittura di portarlo lontano da Milano, Maldini rischia il rosso per una gomitata a Binotto. E fine primo tempo.

Per fortuna che il Verona è poca roba e basta un minimo di gas per ribaltare la situazione. Protagonista Marchino Simone, bravo a segnare di potenza l’1-1 e di classe il 2-1, con un’elegante puntata di destro sull’uscita di Gregori. Il Verona si squaglia, prigioniero della pochezza dei Bacci, dei Caverzan e dei Fattori (che sei anni dopo avrà modo di passare alla piccola storia del calcio italiano, per un clamoroso errore sotto porta che avrebbe dato al Torino il pareggio in 8 contro 10 in un celebre derby contro la Juve). Tutto quello che riesce a mettere è tale Reinaldo Rosa dos Santos, attaccante brasiliano (e nero!) quel pomeriggio all’unico quarto d’ora della non felicissima carriera italiana. Anche Baggio s’è desto, con una pennellata su punizione deviata in angolo dal portiere. E poi arriva il momento di Weah.

Calcio d’angolo per il Verona battuto assai male, con palla a spiovere sul secondo palo dove non c’è nessuno. C’è però Weah, che stoppa e inizia a correre. Per i primi due-tre secondi tutti pensano a un normale alleggerimento, poi si inizia a intuire che c’è qualcosa di più. Il brusio di San Siro monta con l’aumentare dei giri nel motore del Re Leone, che arriva a centrocampo con relativa facilità, con tutti gli avversari a rinculare: superato il cerchio, gli vanno addosso in tre, Caverzan, Vanoli e Colucci. Con un mezzo rimpallo e una piroetta, come Maradona all’Azteca, Weah li salta tutti e tre e tira dritto. Gli si para dinanzi Corini, che però parte da fermo ed è già spacciato: l’Espresso Liberiano lo salta di netto e va più veloce della locomotiva di A 30 secondi dalla fine, quel film con Jon Voight che si concludeva con le parole del Riccardo III di Shakespeare: “Non esiste bestia così feroce da non conoscere la pietà. Io non la conosco: quindi, non sono una bestia“. Re Giorgio invece la conosce, ed evita di strafare dribblando anche il portiere come il Pibe, che aveva una missione da compiere in nome di un popolo intero. Weah si limita ad alzare la testa e piazzare la boccia all’angolino, prima di consumare gli ultimi metri di corsa che gli concede l’adrenalina per uscire dal campo e abbracciare un tale in giacca e cravatta. E’ durato in tutto quindici secondi. L’inflessibile Rodomonti, che a stento gli è stato dietro, si vendica mostrandogli il giallo.

Chiude il poker Baggio, scartando – lui sì – anche Gregori. Ma è settembre e non è proprio il tempo in cui le rondini fanno primavera: tre giorni dopo, all’esordio in Champions in casa contro il Porto, il Milan si trova in vantaggio per 2-1 allorquando proprio Weah, rimasto impigliato nella rete dopo il gol, si procura uno sbrego al dito a causa di un anello ed esce a causa della perdita di sangue; contemporaneamente il Porto manda dentro un centravantone brasiliano di nome Jardel, che ce ne farà due in cinque minuti. Il nostro Leone, invece, si addormenterà spesso (a-weema-whé, a-weema-whé). Sarà l’inizio di una stagione da incubo.

Reti: 25′ De Vitis (V), 49′ e 66′ Simone, 87′ Weah, 94′ Baggio I

MILAN: S. Rossi, Panucci, P. Maldini, Albertini, Costacurta, F. Galli, Boban (90′ Ambrosini), Desailly, Weah, Baggio I, Simone (83′ Eranio) – All.: Tabarez

VERONA: Gregori, Fattori, Paganin, Caverzan, Baroni, Binotto (81′ Manetti), Orlandini (75′ Reinaldo), Colucci, Corini, Bacci, De Vitis (75′ Maniero) – All.: Cagni

Arbitro: Rodomonti

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