Il grande tuffo – 50 anni di Marco Van Basten

Dal 1980 al 1988 il Real Madrid ospitò al Bernabeu sei squadre italiane: quattro volte l’Inter, una la Juve e il Napoli. Bilancio: 6 vittorie, 16 gol fatti, 2 subiti e sei dimostrazioni di forza schiacciante, ché le squadre italiane soffrivano sempre del famigerato miedo escenico, la paura del palcoscenico che aveva preso persino il Napoli, che aveva avuto la fortuna di giocare in un Bernabeu vuoto per squalifica a causa di alcuni incidenti dell’anno prima tra tifosi di Real e Bayern. Malgrado Rummenigge, Platini e Maradona, perdevamo sempre (erano quelli “gli anni d’oro del grande Real”, come da citazione maxpezzalesca).

Dacché non esistevano ancora né Fox né Twitter e il curriculum di Arrigo Sacchi era appena una mezza paginetta, il Real Madrid accolse il Milan con la sua solita sicumera di chi si vedeva quasi costretto a dare spettacolo, al cospetto del brutto calcio italiota. Il Bernabeu era pienissimo, con la smania di chi non vinceva una Coppa Campioni da oltre vent’anni. I giornali del mattino avvertivano: “A Madrid la difesa è suicidio, per sopravvivere bisogna rischiare“. Il Milan osò. Al calcio d’inizio, con il ruggito del Bernabeu come colonna sonora, successe qualcosa di mai visto da quelle parti. Qualcosa che tutti i tifosi del Milan presenti a Madrid quella sera, o anche i semplici giornalisti italiani neutrali, ricordano ancora limpidamente. Partito baldanzoso, il grande Real si vide costretto a piccoli passettini indietro, poi i monumenti Chendo, Michel, Sanchis cominciarono a voltare sempre più spesso la testa, mentre il rumore di fondo si andava spegnendo come se qualcuno stesse pigiando il tasto del volume meno sul telecomando. In pochi secondi il Bernabeu tacque, spaventato dal pressing di Colombo, Ancelotti, Evani, che per lunghi minuti impedì al Real anche di superare la metà campo (guardare per credere i minuti da 5:00 in poi).

In tutto ciò, Marco Van Basten guardava, assistendo come sempre con aristocratico distacco alle cose terrene. Aveva avuto già due occasioni limpide, che però si erano infrante sulle scivolate dei difensori del Real o addosso a Buyo. Anche per il Cigno, come per tutti i suoi compagni, era la prima volta al Bernabeu, uno dei pochi stadi storicamente e culturalmente all’altezza della sua nobiltà morale e calcistica. Dopo 77 minuti passati presumibilmente a riflettere sulla coreografia giusta per firmare la sua notte, dopo aver testimoniato alla rapina del guardalinee svedese che aveva annullato a Gullit un gol regolare di ettari, mise in scena il suo numero. Su un crossaccio di Tassotti che non aveva pretese già sotto forma di pensiero, si buttò in avanti con la testa in direzione dell’erba, perdipiù allontanandosi dalla porta avversaria. Un gesto tecnico e fisico da kamikaze, senza senso, però l’unico possibile per dare lustro e significato alla palletta del Tasso. Perché ricordatevelo ogni volta che sacramentate per le zappate di Abate e De Sciglio: Van Basten le avrebbe messe dentro lo stesso. Con questo movimento così inconsulto, illeggibile per qualsiasi difensore, Van Basten guadagnò due metri sull’avversario, arrivò su quel pallone così insulso e con una spaventosa frustata del collo mandò una fucilata in direzione del sette. Anche Buyo non poté che cadere dalle nuvole: partì in ritardo e arrivò in zona quando già la palla aveva colpito la traversa e iniziato la fase discendente. Gli dei, ammirati per il gesto di quell’Apollo, fecero il resto: la parabola fu interrotta dalla schiena di Buyo e la palla tornò in avanti, fino a superare la linea di porta. “Stupendo!“, non riuscì a trattenersi Pizzul in diretta. Insieme a quella nella finale Mondiale 1970 di Pelé – saltato su Burgnich dando l’impressione di “buttarsi direttamente giù da un albero di mango” (Gianni Brera) – è l’inzuccata più bella e importante della storia del calcio.

Con ironia tutta lunare e olandese, il più bel gol rossonero di Marco Van Basten non è un gol di Van Basten, figurando come autorete del portiere in tutti i libri di statistica. Poco importa in realtà, perché quel gol è tranquillamente diventato un simbolo: ora sta lì, incastonato non casualmente nel mezzo del cammin di sua vita, a 25 anni 25 anni fa. Oggi che sei un signore di mezzo secolo, con un po’ troppi brutti pensieri nel cuore e nella mente, ricordati Marco, di quanto sei sempre stato bravo a usare la testa.

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