Est! Est! Est!

Come eravamo.

Platini, Zidane, Van Basten, e poi ancora Socrates, Stoichkov, Bergkamp: che cos’hanno in comune? Vengono tutti citati all’inizio di quel capitolo del Grande Almanacco delle Banalità Calcistiche (non ce l’avete? Procuratevelo subito, magari edizione 2011, quello con la prefazione di Marco Mazzocchi) in cui c’è scritto: “Eeehhh, la serie A è difficile, anche i più grandi fuoriclasse ci hanno messo almeno sei mesi per ambientarsi”. Non è vero niente, o almeno non lo è più, visto che Ibrahimovic, Eto’o e Klose vari ci hanno messo tuttalpiù sei ore per iniziare a mangiare in testa ai difensori italiani. Ma più di dieci anni fa, quando ancora noialtri si aveva una certa rispettabilità e finanche Henry veniva sdegnosamente rispedito a Londra dopo sei mesi come un pacco postale, da Est arrivò un uomo vestito da anticiclone siberiano, che travolse giù tutto. E anche se oggi, rivedendo quelle scene, ci assale la malinconia come se stessimo ascoltando By this river di Brian Eno, proprio non si può non raccontare della prima volta che Andriy Shevchenko mise piede a Roma.

Quinta giornata, domenica sera, posticipo. Il Milan è campione d’Italia e ha iniziato così così, con due pareggi in Puglia e due vittorie in casa. Lazio-Milan è il primo big match di stagione, la rivincita della lunga e accanita volata scudetto della primavera precedente. Ormai convertito al 3-4-1-2 d’ordinanza (vedi qui), in mancanza di Boban e Leonardo Zaccheroni si presenta all’Olimpico schierando trequartista nientemeno che GIUNTI (già). L’altro nome nuovo di stagione è il brasiliano Serginho, che ha iniziato benissimo e passerà ancora qualche settimana prima che tutte le squadre del mondo riescano a prendergli le non difficilissime misure – tutte, tranne l’Inter.
La partita è subito fiammeggiante. La Lazio è uno squadrone: in cambio dei 90 miliarducci elargiti da Moratti per Bobo Vieri (ah ah ah) si è portata in casa il formidabile Simeone e il superbo regista Veron (sì, ok, anche Simone Inzaghi – erano gli anni del delirio di onnipotenza cragnottiano). Così prende da subito a tambureggiare la porta del giovin Abbiati, in particolare con i micidiali calci d’angolo di Mihajlovic. Il Milan è chiaramente inferiore e non prende aria per tutto il primo quarto d’ora, arrendendosi alfine già al 18′: da Boksic a Conceiçao che mette in mezzo, Ayala pasticcia e di testa appoggia la palla sul poco raccomandabile destro di Veron, che di controbalzo fulmina Abbiati. Ancora Veron, in questo periodo una discreta iradiddio, prende palla e da 30 metri fa partire un altro tiraccio che scheggia l’incrocio dei pali. Il Titanic è a un passo ma il Milan di Zac ha notoriamente un fedele alleato nelle proprie terga: Serginho semina Pancaro entrato da dieci secondi e mette in mezzo dove Weah a porta vuota cicca completamente la conclusione, che però sbatte sul crapone di Mihajlovic adagiato a terra e rotola blandamente in rete. 1-1. Nemmeno il più filorossonero dei giornalisti si sente di attribuire il gol a Giorgione.
Furente la reazione laziale: in tre passaggi palla a Boksic che stanga di destro, ma Abbiati ha un altro riflesso pazzesco e alza in corner. Dalla bandierina s’avanza dunque Sinisa, che mette in mezzo la solita fiondata al curaro: nel tentativo di anticipare Simeone Abbiati stavolta se la butta in porta da solo, ed è già 2-1. E’ una corrida: passano altri cento secondi e la Lazio si porta sul 3-1 segnando uno dei gol più belli del campionato. Salas tocca per Boksic che di prima allarga a destra per Conceiçao, che sempre al volo pennella in mezzo. All’altezza del dischetto è appostato ancora Salas, che sulle palle alte appena l’anno prima aveva fatto vedere i sorci verdi a un discreto colpitore di testa come Cannavaro. Craniata mortifera del Matador (il primo Matador, l’originale), non meno memorabile di quella qui celebrata due settimane fa.

Noi ci si guarda un po’ smarriti ma oh, gente, stiamo giocando in casa di una delle squadre più forti d’Europa con Ayala, Guglielminpietro e Giunti. De che stamo a parlà? Incapace di arrestare la mareggiata, al Milan non rimane che fare l’unica cosa che gli riesce, ovvero riversarsi in attacco. L’insospettabile Guly manda palla in area per Sheva, che approfitta del buco di Favalli, manda al bar Marchegiani con una sterzata rapidissima e insacca a porta vuota. Uno sparo nel buio, il 3-2 che illude il Milan che la partita possa ancora dirsi aperta.
Secondo tempo: ancora Veron declama calcio e la combinazione con Salas non è indegna dell’asse Stockton-to-Malone. Altra capocciata del Matador e grande, grande parata di Abbiati che mette in angolo. Poi tocca a noi: Ambrosini s’inventa un super-filtrante per Weah, solo davanti a Marchegiani, lo salta: rigore. Si intuisce che la Lazio dietro ha la solidità dello stracchino, anche perché il bombardiere Mihajlovic non è esattamente un modello di tenuta difensiva. Sheva dal dischetto: portiere spiazzato, 3-3. “Oh, tira bene anche i rigori”.
E ancora, ricomincia la ridda infernale. Ancora Weah, che qui quattro anni prima aveva segnato un gol strepitoso, fa provenire al Bambi di Kiev un pallone lemme lemme. Ancora Pancaro smarrisce i centesimi di secondo necessari a spazzare: glieli ha rubati per l’appunto ancora Shevchenko, che in men che non si dica ha già guadagnato tre metri e si appresta a fulminare ancora Marchegiani con una rasoiata di sinistro. 3-4! Abbiamo già scritto “ancora”?
I tre punti sarebbero troppo. Eriksson getta nella mischia anche l’ultimo Roberto Mancini e adesso grandina. Proprio il Mancio quasi impatta di testa nel suo classico movimento sul primo palo su corner di Mihajlovic, ma Abbiati inchioda sulla linea. Si balla il tango e oggettivamente, malgrado il passaporto e visto anche il periodo dell’anno, Ayala è più portato per la vendemmia. Sempre Veron alza la testa e vede Salas tutto solo a centro area: il cileno va di piattone e segna il 4-4. E’ un finale da tregenda in cui il Milan si aggrappa all’estremo scoglio Abbiati, che saltimbanca di qua e di là a togliere dallo specchio ora una parabola di Mancini, ora una legnata di Veron, ora un corner di Mihajlovic, finché è veramente finita. Andiamo a dormire stremati, impressionati, forse un po’ felici.

LAZIO: Marchegiani, Negro (34′ Pancaro), Nesta, Mihajlovic, Favalli, Sergio Conceiçao, Simeone (71′ Inzaghi II), Almeyda, Veron, Salas, Boksic (61′ Mancini) – All.: Eriksson
MILAN: Abbiati, Costacurta, Ayala, P. Maldini, Guglielminpietro, Albertini, Ambrosini, Serginho (76′ N’Gotty), Giunti (61′ Leonardo), Shevchenko (86′ Gattuso), Weah – All.: Zaccheroni

Arbitro: Bazzoli
Reti: 18′ Veron (L), 34′ aut. Mihajlovic (L), 36′ aut. Abbiati, 38′ Salas (L), 43′, 63′ rig. e 68′ Shevchenko, 72′ Salas (L)

 

4 Comments

on “Est! Est! Est!
4 Comments on “Est! Est! Est!
  1. gran pezzo, bravi. C’ero quella sera e mi sono spaccato le mani a battere sui vetri del settore ospiti dell’olimpico per la tripletta dello zar.Nostalgia chinaglia

  2. Okay, ora qualcosa per i meno imberbi. 1973, lo scudetto è una corsa a tre, cosa che non mi pare si sia più vista. Sgomitano per la vittoria finale 1) Milan, in testa per buona parte del campionato 2) i perseguitati di Torino 3) la Lazzie. A quattro dalla fine però si gioca all’Olimpico, e ad arbitrare viene chiamato Concetto Lo Bello. Arbitro e onorevole DC rispetto al quale Peppino Prisco era un ras della Fossa. Secondo la testimonianza di Martini, difensore biancazzurro (con un tiro rimarchevole), nel prepartita Lo Bello entra negli spogliatoi, guarda i laziali e dice: “Oggi voglio vedere il loro numero 10 piangere”. Come dire: fategli quel che volete. Al resto ci pensò lui, annullando a 3 minuti dalla fine un gol valido di Luciano Chiarugi, con cui il Milan avrebbe pareggiato l’incontro.
    Ero più che piccino all’epoca, ricordo solo che la radio parlava di “proteste”, che io non sapevo bene cosa fossero. Non sapevo nemmeno che con quella vittoria la Lazio agganciava il Milan al primo posto, con la Juve dietro a inseguire a 2 punti. Ricordo solo che all’ultima giornata la Juventus addirittura vinse il campionato per un punto, espugnando l’Olimpico giallorosso, perché il Milan aveva perso in un posto chiamato Verona. Quanto alla Lazio, perse a Napoli all’ultimo minuto. Poi crescendo ho letto di grandi manovre, di una specie di asta per vincere lo scudetto che si sarebbe svolta in tre spogliatoi contemporaneamente negli intervalli dell’ultima giornata: infatti all’intervallo anche la Juve stava perdendo con la Roma. Chissà, forse l’asta l’aveva vinta qualcun altro. I poveri tapini in bianco e nero – sembrerebbe.
    Ma sono sicuramente gratuite malignità su una società da sempre impeccabile.

  3. Diosanto che squadra! La Juve attuale ha delle potenzialità di crescita notevoli, secondo me, ma quella Lazio oggi darebbe 20 punti al Napoli e a tutte le altre.

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