E alla fine arriva Ambro

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Era appena scoccato il 90′ di una partita ignobile, una di quelle serate al contrario che il Milan di Ancelotti si concedeva pericolosamente allorquando, dall’alto della sua infinita sapienza tattica, si riteneva al riparo da brutte sorprese e smetteva improvvisamente di correre. Il PSV di Guus Hiddink correva eccome, invece, e con i Lee Young-Pyo, i Farfan e i Park Ji-Sung aveva dunque rimontato lo 0-2 incassato a San Siro all’andata della semifinale di Champions 2005: al Philips Stadion di Eindhoven si era sul 2-0 e chissà come sarebbe andata a finire, coi supplementari alle porte (probabilmente male). Un cross in mezzo di Kakà ed ecco Massimo Ambrosini nella sua più riuscita imitazione del signor Wolf, l’uomo che risolve problemi: capocciata delle sue, mani piegate a Gomes e tutti in finale di Champions, a Istanbul (sigh).

ambrosinipsvL’ultima partita ufficiale di Ambro non è stata un bel vedere, in tutti i sensi: a Siena aveva rimediato la decima espulsione in 292 partite di serie A, dando la sconfortante impressione di essere davvero giunto all’ammazzacaffé. L’Ambrosini dei giorni migliori non si faceva mai ammonire prima del 10′ del secondo tempo, pur disseminando di calci, calcetti e calcioni i 54 minuti precedenti: apparteneva di diritto alla stirpe dei Samuel, quelli che – se avessero potuto – il gagliardetto, invece di consegnarlo a mano, lo avrebbero serigrafato con i tacchetti sulla caviglia del capitano avversario a mo’ di benvenuto. Magnifico figlio di buona donna con la faccia d’angelo, Ambro ha incarnato insieme a Gattuso l’anima guerriera di questi anni formidabili: ma se il generosissimo Ringhio aveva l’abitudine di correre a perdifiato fino a spolmonarsi, Ambro amava conservare un tocco di aristocrazia, l’ultimo goccio di limoncello da servire agli ospiti, spesso al 90′ come quella sera a Eindhoven o quella volta in semifinale di coppa Italia contro la Fiorentina, quando tirò fuori dal cilindro un’incredibile rovesciata.

ambrolazioIl bellissimo tuffo all’Olimpico contro la Lazio di Mancini nel 2004, la sponda aerea per il gol di Inzaghi-Tomasson all’Ajax 2003, l’assist che spalanca a Gilardino il mar Rosso come la difesa del Manchester United nella leggendaria semifinale 2007: in tutti i grandi momenti degli ultimi 15 anni di milanismo, Ambro c’è sempre, come un Forrest Gump biondo e immensamente più scaltro. C’è al suo primo anno da titolare, quello dello scudetto di Zaccheroni, a imprimere il suo marchio nel match decisivo contro la Samp con una legnata da fuori e un incredibile corner (Ambrosini che batte i corner! Non ci si crede) recapitato in rete da Ganz al 95′. C’è all’antivigilia di Natale 2001, quando rimette piede in campo a 11 mesi dall’ultima volta, dopo essersi fracassato il crociato sinistro, e cinque minuti dopo inzucca il gol dell’1-0 all’Hellas Verona, che quell’anno retrocederà anche per colpa sua. C’è il 5 maggio 2002, mentre l’Inter naufraga all’Olimpico, a segnare al Lecce uno dei tre gol che ci mandano ufficialmente in Champions e, di lì a qualche mese, a Manchester. C’è all’Olimpico per la sua unica finale di coppa Italia, ovviamente vinta, ovviamente grazie a un suo gol. C’è quando battezza il povero Muslera con un incredibile palombella da centrocampo, sempre all’Olimpico, certamente il suo secondo stadio del cuore. C’è naturalmente anche sul pullman scoperto per la festa post-Atene, a ricordare al popolo nerazzurro un luogo consono ove riporre il loro splendido scudetto dell’onestà vinto senza avversari.

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Ambro è stato una presenza pacata, discreta, mai invasiva: tra tre mesi non scriverà una biografia gonfia di bile per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Ligio al dovere, zitto quando è finito in panchina, aziendalista ma con personalità, come quando un mese fa ha difeso Allegri mentre tutto gli giocava contro. Uno dei pochi ad averci fatto fremere di fiducia sui corner a favore (“Dai Ambro!”), quando prima con Ancelotti e poi con Allegri di gol da palla da fermo se ne vedevano pochini. Carlo Pellegatti ha coniato per lui due soprannomi, “Arsenio Lupin” e a fine carriera “lo Straccia-Zanichelli”, quando per descriverlo erano finiti gli aggettivi. Certo non è stato un fenomeno, ma è stato proprio questo il suo capolavoro: essere riuscito a ritagliarsi uno spazio fisso lungo 18 anni in mezzo agli Albertini, ai Boban, ai Pirlo e ai Seedorf. Ha avuto una carriera silenziosa ma esaltante, come l’assolo di sax al minuto 1:53 di Born to Run del suo idolo Bruce Springsteen. Giuriamo di esserci sforzati, ma niente: Massimo Ambrosini da Pesaro non lascia alcun cattivo ricordo. Onestamente, di quanti giocatori, di quante persone della vostra vita potreste dire lo stesso?

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