Così segnò Zarathustra

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C’è un problema. Precedenti tra il Milan e il Real Madrid: tre, tutti roba da bianco/nero con Liedholm, Schiaffino, Cucchiaroni, con zero passaggi del turno. Precedenti tra le squadre italiane e il Real Madrid: quattordici, con due passaggi del turno, vecchi di vent’anni e a opera della Grande Inter. Un’altra Inter, più piccola, ha invece sbattuto ripetutamente le corna nel decennio oggi in esame (ovvero gli anni ’80), incontrando Santillana e soci quattro volte in sei anni e incappando in disfatte omeriche, magari stravincendo l’andata a San Siro e facendosi piallare due settimane dopo a Madrid, vittima del famigerato miedo escenico.

La paura del palcoscenico fa invece un baffo al Milan che la sera del 5 aprile 1989 gioca un partitone al Nuevo Estadio Chamartìn, comunemente intitolato a Santiago Bernabeu. Testimoni oculari tramandano una scena incredibile: al calcio d’inizio sei milanisti si avventano oltre la metà campo in attesa del lancio lungo, in aperto disprezzo verso le classiche regole in vigore al Bernabeu, che recitano più o meno: “Fai passare un minuto alla volta, e prega che sia ancora 0-0“. Il pubblico mormora, sconcertato e ammirato. Il Milan domina ma porta a casa appena un 1-1, ottenuto tra l’altro con una spaventosa torsione in tuffo di Van Basten che sarà causa futura di centinaia di lesioni cervicali a sprovveduti adolescenti in cerca di emozioni forti al campetto (è proprio vero, non si esce vivi dagli anni Ottanta).

Nonostante quel che se ne dirà in futuro, non è affatto un Real in tono minore. I merengues, solitamente mai umilissimi, sono legittimamente convinti di centrare quello che – per usare un termine all’epoca ancora desueto – si chiama Triplete. La Liga è stata dominata grazie anche a una striscia di 27 risultati utili consecutivi; la Copa del Rey verrà messa in saccoccia a fine giugno; in Champions è arrivata ai quarti la vendetta sul PSV Eindhoven campione uscente, che l’anno prima li aveva estromessi in semifinale. I quattro superstiti della mitica Quinta del Buitre sono tutti in grande spolvero: Butragueno, Michel, Sanchis e Martin Vazquez, mentre il parvenu Pardeza era migrato a Saragozza nel 1986. In compenso, in attacco c’è il satanasso Hugo Sanchez, che chiuderà la stagione con la sciocchezza di 37 gol in 50 partite, mentre a centrocampo giostra il bizzarro e declinante tedesco Bernd Schuster, protagonista in estate di un trasferimento dal Barcellona che ha destato scalpore così come le cifre dell’ingaggio: tre milioni (di lire) al giorno. Archiviato il franchismo, anche el Madrid si è aperto a ospitare sponsor stranieri, e oggi può capitare di sorridere leggendo il nome del marchio che campeggiava sulle sacre camisetas blancas: Parmalat.

Dopo il figurone di Madrid, il Milan scalpita e sbuffa e Sacchi è costretto a girare per Milanello con un estintore pronto all’uso. Nell’ultima rifinitura, un giovanissimo centrocampista della Primavera, tale Albertini Demetrio, leva di mezzo Evani fracassandogli il piede con un tackle. Arrighe è tutto un porco Giuda. Per non ricorrere a buffi alchimismi, si fida una volta tanto del lato umano: vede Ancelotti carico come una molla e gli chiede il sacrificio di spostarsi a sinistra, per non togliere Rijkaard dal salotto del centrocampo, al fianco di Colombo. La notte a Milanello è carica di foschi presagi: Van Basten ha lo stomaco chiuso dalla tensione e salta la cena, Donadoni perde a biliardo, il cane Max abbaia alla luna. Ancelotti si sveglia ogni venti minuti e chiede al compagno di stanza: “Ruud, che ore sono?“. E Gullit: “Carlo dormi, vaffanculo“. Nella sua singola spartana, Sacchi ammazza l’alba contando i pavoni dalla finestra. Giusto Rijkaard dorme beato, dopo aver visto in tv un film con Franco e Ciccio. Nel pre-partita, Berlusconi sente dallo spogliatoio di fianco le grida di battaglia dei giocatori del Real e domanda: “Sacchi, ma noi non urliamo?“. “Presidente, urlano di paura“.

Sotto il diluvio, il Milan gioca la più grande partita mai disputata in Europa da un club italiano, e il pubblico di San Siro – tre miliardi d’incasso – è completamente alla sua altezza. Al sesto minuto, su precise disposizioni UEFA, l’arbitro belga Ponnet sospende la partita per osservare un minuto di silenzio in memoria di Hillsborough, e dalla Sud s’alza il You’ll never walk alone che commuove persino i giornalisti inglesi (“Da noi non sarebbero mai stati capaci di un gesto simile, è un comportamento che vi fa onore“, scriverà Brian Glanville sul Sunday Times). Al 18′ il Milan è in vantaggio: da Gullit ad Ancelotti che converge appunto da sinistra verso il centro, ne lascia due sul posto muovendo il bacino (Ancelotti!, reso l’idea?), si accentra e lascia partire una sassata centrale, su cui Buyo sfarfalla. La rete scarica a terra litrate d’acqua. Lo tsunami assume dimensioni indocinesi: passano cinque minuti e Tassotti pennella da destra per lo stacco imperiale di Rijkaard, semplicemente di un’altra dimensione per gli spauriti difensori spagnoli: 2-0.

Si è quasi imbarazzati a definirla partita, perché il concetto di partita prevederebbe due squadre che si affrontino ad armi pari. Ma il Real ci ha la fionda, o al limite la malizia di Butragueno che tenta il tuffone a contatto con Galli. Ponnet non abbocca, ingoiando però il fischietto anche qualche minuto dopo, quando in piena area Gallego falcia Gullit che l’aveva sdraiato. Pochissimo male, perché a tempo scaduto arriva il 3-0: Gullit e Donadoni corrono felici mano nella mano tra le violette madrilene, poi il Robi pennella da sinistra per la frustata di Ruud, e Buyo è ormai talmente sconfortato che non tenta più neanche di buttarsi.

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Il Real, insomma, è annichilito. Al primo controllo sbagliato o al primo passaggio leggermente lungo, Rijkaard e Colombo azzannano alla giugulare i centrocampisti avversari, con il povero Schuster che annaspa al guinzaglio di Francolino. A sinistra Maldini spadroneggia con l’esuberanza dei suoi vent’anni, sovrapponendosi spesso e volentieri ad Ancelotti quando questi scala al centro, travolgendo come un fuscello il malcapitato Chendo. Gullit, splendido battitore libero, fa quello che vuole e tutto gli riesce, semidio nero che all’epoca – oltre ai sogni bagnati di molte casalinghe lombarde – doveva popolare anche gli incubi di tutti gli allenatori d’Europa. E poi, zarathustraniamente, sopra tutto si staglia la figura del Mahatma Baresi, che riduce allo stato vegetativo il tanto insidioso gioco di Beenhakker, basato soprattutto su essenziali passaggi in profondità per le faine Sanchez e Butragueno. E’ il Capitano, in quei mesi artefice supremo dei tanti s.v. in pagella di Giovanni Galli, a silenziare un attacco da 91 gol in campionato (e 107 l’anno successivo!), col passo marziale e silenzioso del samurai nella pioggia: se perdi di vista il campo è un attimo che te lo ritrovi avanzare in attacco, salutato dal wagneriano boato di San Siro.

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Il quarto gol è la summa del Milan di Sacchi. Rijkaard alza la testa e crossa sulla testa di Gullit; sponda di Gullit per Van Basten, sublime ballerino, che tocca due volte di destro e fulmina Buyo con un sinistro all’incrocio. Persino Pizzul perde l’abituale self-control: “Un gol clamoroso! […] Gragnuola di reti!“. In questa serata meravigliosa, in cui si può anche pronunciare la parola “gragnuola” col sorriso sulle labbra, arriva infine la manita, calata finalmente dall’incredibile Donadoni, il migliore in campo, l’uomo che sacrificò la mandibola a Belgrado e accese le luci di San Siro: riceve da corner, si accentra e con un maligno tracciante rasoterra infilza Buyo sul primo palo. Mancano ancora trentuno lunghissimi minuti, ma nessuno ne avrà mai memoria. C’è un infortunio a Gullit che pare serio, ma Ruud riuscirà a recuperare in tempo per la finale. Non è più calcio, è questione da manuale di psicologia: il parricidio è compiuto. Il Real Madrid, modello dichiarato per esplicita ammissione di Berlusconi, è al tappeto. San Siro ruggisce come in quella famosa foto di Alì con Sonny Liston. Ma stavolta altro che pugno fantasma. L’Arancia Meccanica, incarnata dai suoi tre fuoriclasse olandesi, ha suonato i Bianchi con la cadenza inoppugnabile di un Beethoven. “A Barcellona andiam, a Barcellona andiam, perché è un magico Milan, perché è un magico Milan“.

Reti: 18′ Ancelotti, 25′ Rijkaard, 45′ Gullit, 49′ Van Basten, 59′ Donadoni

MILAN: G. Galli, Tassotti, P. Maldini, An. Colombo (64′ F. Galli), Costacurta, Baresi II, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Gullit (56′ Virdis), Ancelotti – All.: Sacchi

REAL MADRID: Buyo, Chendo, Gordillo, Michel, Sanchis, Gallego, Butragueno, Schuster, Sanchez, Martin Vazquez, P. Llorente – All.: Beenhakker

Arbitro: Ponnet

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