Bubu Arrigo Medellin

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Domanda fatale: come si fa nel 1989 a sopportare una trasferta intercontinentale Milano-Tokyo, con un unico scalo a Parigi e 18 ore di volo senza tablet né cellulari in modalità aereo? La noia, la disperazione e il male di vivere vi prenderanno ben presto alla gola anche se siete il Milan di Sacchi – anzi pardon, il Milandisacchi tutto attaccato come da semplificazione giornalistica. I medici imbottiscono la squadra di sonniferi e sostanze ipnotiche, ma negli anni ’80 c’è un’eccessiva fiducia nei confronti della medicina. Si addormentano solo Van Basten e Rijkaard, molti di più quelli – tipo Donadoni – che passano mezzo viaggio in bagno a vomitare. I coyote, quelli che non chiudono occhio, leggono le cose più disparate. Marco Simone viene avvistato con in mano I dolori del giovane Werther di Goethe, roba che oggi si faticherebbe a vedere in mano a un Jack Bonaventura – per citare quanto oggi abbiamo di più simile a un normodotato intellettuale.

Andiamo in Giappone per la prima volta nella nostra novantenne storia, a incontrare l’Atletico Nacional che ha sede a Medellìn, Colombia, la città di Pablo Escobar, un arzillo signore di 40 anni altrimenti noto per essere uno dei boss del narcotraffico mondiale. Medellìn è una città moderna e rispettabile, diventata ricca in breve tempo con le miniere, il caffè e naturalmente la cocaina. Anche l’Atletico ha rapidamente rubato la scena ai nobili di Colombia, i Millonarios di Bogotà e l’America Cali, diventando il primo club cafetero a vincere la Libertadores. E’ successo in una romanzesca finale contro l’Olimpia Asuncion, conclusa dalla più incredibile serie di rigori della storia del calcio: diciotto rigori di cui nove sbagliati, quattro dal Nacional e cinque dall’Olimpia. L’eroe assoluto, divinizzato come solo in Sudamerica, è René Higuita, quattro rigori parati e uno segnato (tra l’altro quello più delicato, il quinto, a spiegare di che bel tipino si tratti). L’allenatore è Francisco Maturana, dentista e stregone, pieno di anelli e brillanti alle dita, che fa sogni grandi: ha costruito il Nacional a immagine e somiglianza proprio del Milandisacchi. Ha un gruppo di cui si fida ciecamente, tanto da arrivare in Giappone senza neanche il portiere di riserva Cartaneda. “Se Higuita si fa male, ho tanti giocatori che possono sostituirlo“. Il campionato colombiano è fermo da un mese per l’omicidio di un arbitro (per storiacce legate alle scommesse clandestine)? Fa niente, Maturana è l’uomo delle Utopie, come tanti allenatori sudamericani che verranno dopo di lui, da Bielsa a Sampaoli. Intanto ha riportato la Colombia ai Mondiali dopo 28 anni, e i suoi ragazzi si esibiranno tra Bologna e San Siro, tra qualche mese a Italia ’90. Non c’è bisogno di aggiungere che nove undicesimi del suo Nacional sono anche nazionali (anche se la stella, il ricciolone Valderrama, gioca in Francia).

Il Giappone del 1989, ancora lontano dall’essere un videoclip ambulante, è esattamente come ce lo aspettiamo: gente puntualissima, vagamente misogina, che si consuma a forza di inchini, di umiltà disarmante. Nessuno si azzarda neanche a fare una domanda di calcio: “Siamo troppo inesperti“, spiegano i giornalisti locali, “preferiamo ascoltare e imparare“. Il Milan alloggia nel bellissimo hotel Okura, ma ha un problema con i campi d’allenamento: il terreno è troppo duro e Van Basten inizia a lagnarsi per i dolori alle caviglie. Arrigo non se ne cura, sa che una finale mondiale è traguardo troppo ghiotto per essere saltato, ed è per questo che si fa consumare dalla tensione: “Il Nacional“, giura, “è l’avversario più forte che abbiamo incontrato in questi mesi“. La strategia militare è pronta da tempo. La formazione è fatta per dieci undicesimi: Galli in porta, Maldini-Tassotti-Costacurta-Baresi in difesa, Van Basten e Massaro in attacco, Ancelotti e Rijkaard in mezzo, Donadoni a destra. A sinistra, si ripropone lo stesso dubbio della finale contro lo Steaua: Evani sì, Evani no? A Barcellona Chicco era rimasto fuori per Virdis, stavolta si rimette a sedere per lasciare spazio al giovane Diego Fuser, che si merita il posto: meno di un mese prima è stato tra quelli che hanno demolito l’Inter dei record, in un derby vinto 0-3 in cui Sacchi non ha ritenuto di dover fare nemmeno un cambio.

Si gioca a mezzogiorno e mezza locali, le 4,30 della domenica mattina da noi. Italia 1 ha approntato una diretta faraonica iniziata già il sabato sera, con Bruno Longhi e Roberto Bettega inviati sul campo. Senza Internet a coprire le distanze, presi dall’euforia del periodo, i giornali non badano a spese. La Gazzetta ne manda in Giappone addirittura tre: il cronista tutto d’un pezzo Alberto Cerruti, il cantore Germano Bovolenta e il giovane jolly Paolo Condò. Arrivati allo stadio Olimpico, si scopre che c’è un rumore infernale praticamente impossibile da spegnere: i 70 mila giapponesi non tifano, non urlano, non tambureggiano, ma passano il loro tempo a soffiare in assordanti trombette, che danno l’impressione di giganteschi tafani che stanno passando radenti sul campo. E’ la colonna sonora ideale di una partita di cristallina orripilanza, in cui il sommo Arrigo viene messo in scacco dall’allievo Maturana. A un’azione del Milan corrisponde sempre la reazione del Nacional, volto solo a distruggere e spezzettare con falli e falletti, fuorigiochi che scattano con precisione nient’affatto sudamericana, mentre Higuita – quasi inoperoso – è incaricato di solleticare la nostra frustrazione con improvvisazioni bislacche sulla linea della trequarti. In una di queste, a un certo punto, fa strabuzzare gli occhi al mondo intero andando via in dribbling a Van Basten, arrivando fino a centrocampo. “Solo ossimori vengono in mente guardando la partita: ordinato disordine, calma tempesta, bella bruttezza” (Gianni Mura).

Per 117 minuti il Milan è vittima della sindrome di Stendhal. Si specchia narciso e non vede sé stesso, ma un avversario determinato ad assomigliargli il più possibile, nell’applicazione, nella concentrazione, persino nei tic. Se è possibile che da qualche parte dell’universo ci sia un pianeta abitabile e ospitale esattamente come la Terra, sarà pur probabile che in giro per il mondo ci sia una squadra che gioca esattamente come noi. Stiamo per gettare la spugna e rassegnarci ai rigori, là dove ci aspetta Higuita, che promette di far impallidire il ricordo di Bruce Grobbelaar, che aveva fatto piangere Roma con le sue spaghetti legs. I cambi di Sacchi (Evani per Fuser, Simone per Massaro) sono stati inutili. Il Medellìn picchia scientificamente ogni volta che ci si avvicina troppo all’area. A tre minuti dalla sirena, a essere brutalizzato è Van Basten. Fuori area, ma non troppo. A battere l’ultima punizione della partita vogliono provarci tutti: arrivano Van Basten e Donadoni, che ha tirato non troppo convinto i calci piazzati precedenti. Le telecamere indugiano sui loro primi piani e sulla foltissima barriera, che Higuita non ha ancora finito di sistem-GOOOOLLLLL!!!!

L’urlo di Chicco-San l’eroe di Tokyo rimbomba nelle case di due milioni di italiani alle 7 e 07 del mattino, prendendoli tutti alla sprovvista. Esultiamo goffamente nei nostri pigiami come Galliani che entra in campo a braccia alzate, proprio come uno che non ha fatto in tempo a prepararsi un’esultanza migliore. Ovviamente la partita è finita, la coltellata di Evani è fatale per il tenero Medellìn che non aveva preparato alcun piano B in caso d’emergenza. Come in un brutto videogioco giapponese in cui c’è uno e un solo modo di battere il Mostro Finale, ed è usare la fantasia, il made in Italy. Alberigo Evani, 26 anni, nato a Massa il 1° gennaio 1963. Un compleanno a Capodanno: fuori luogo e fuori posto fin dalla nascita.

In Giappone ci torneremo altre cinque volte, per vincere e per perdere contro squadre persino più scarse del Medellìn (una sola parola: Velez). Non potrà mai essere come la prima volta, come questa volta, casuale, bellissima e sgangherata, come quella barriera accatastata senza criterio dal pagliaccesco Higuita. Sacchi risale sull’aereo per l’Italia e – senza tablet né cellulari in modalità aereo – ha 18 ore per pensare a tante cose. Pensa che il mondo si può conquistare anche facendo tutto l’opposto di quel che si è sempre creduto: la prodezza del singolo, lo schema che salta per aria, la strategia cannata su tutta la linea. In fondo anche lui, alla partenza a Linate, era arrivato all’ultimo momento, trafelato, tra mille scuse: “Avevo fatto tardi solo il giorno del matrimonio“. Preciso com’è, in qualche angolo del cervello remoto e inconsapevole, stai a vedere che aveva previsto tutto.

Reti: 119′ Evani
MILAN: G. Galli, Tassotti, P. Maldini, Fuser (65′ Evani), Costacurta, Baresi II, Donadoni, Rijkaard, Van Basten, Ancelotti, Massaro (69′ Simone) – All.: Sacchi
ATLETICO N. MEDELLIN: Higuita, Escobar, Gomez, Herrera, Cassiani, Pérez, Arango (46′ Restrepo), Alvarez, Alboreda (46′ Uzuriaga), Garcia, Tréllez – All.: Maturana
Arbitro: Fredriksson

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